
Serve, servirà ancora la poesia? Continua a servire e a cosa l’arte?
Provo a riflettere apertamente, con qualche appunto, così, a ruota libera:
- La poesia serve, nel più vasto senso del verbo “servire”.
- La poesia serve come il pane: il grano buono, una volta passato al setaccio, si separa da quello cattivo, ed è quanto necessario dire.
- Scrivere non aiuta a migliorare il presente, lo forma.
- Scrivere ci fa arretrare dalla morte, come il ricordare.
- Ciò che nasce, nasce dal silenzio. Anche in poesia.
- Se proprio non si può fare a meno del pensiero, poesia è solo pensare a sentire.
- L’arte, tutta l’arte, è il sentiero più impervio ma giusto per ritrovare lo stupore e la meraviglia che abbiamo provato da bambini.
- L’attenzione che l’arte chiede è sempre alta tensione.
- Componimento è compimento; composizione è compostezza.
- Ogni testo che si possa dire degno è il frutto di una deposizione, con valore dunque sia di testimonianza sia di corpo linguistico deposto, morto per rivivere sulla pagina.
In silentio et in spe erit fortitudo vestra (Isaia, 30, 15): in spe, in particolare, è tradotto nei termini di un “abbandono confidente”. Ecco, se la poesia può puntellare la vita è perché chiede alla vita abbandono e confidenza, e in quest’abbandono la sostiene. Tutto questo si racchiude in una sola parola: umiltà.
