Lo stato dell’arte. Diego Riccobene

Principio da Le rane, se mi è lecito, perché le sento congeniali: il loro coro gracidato lungo “la strada più rapida per scendere nell’ Ade” (1) mi è da sempre suonato familiare, sebbene mai riuscissi a spiegarmi il perché.
Adesso interessa però un’altra questione su cui si arrovella la commedia di Aristofane, per bocca di due autori altrettanto celebri. Ad un certo punto, l’anima del già defunto Euripide accusa Eschilo di essere “fabbricatore di selvaggi, intemperante nel linguaggio, senza misura, senza ritegno” (2). La condanna è rivolta, qui, al concepire un logos puramente icastico, come Eschilo lo intendeva, che dimentica la funzione precipua della parola in senso aristotelico, quello ossia di conoscere e comunicare, di influenzare il reale.  Rifacendomi alle annotazioni al testo greco prodotte da Alessandro Grilli per l’edizione Rizzoli, lo scontro che matura all’interno di un sillogismo tutto poietico-teatrale, si condensa in ultimo con la dicotomia “linguaggio trasparente” (rappresentato proprio da Euripide) – “linguaggio opaco (Eschilo).

Questa, se vogliamo, reincarna l’annoso dibattito di come l’arte debba perseguire il fine di movere: farlo battendo le vie del riconoscimento etico/didascalico, assegnando al dettato un preciso nonché saldissimo legame con la cosa-concetto che esso nomina e connota; ovvero ponendosi come archetipo ab-solutus, scevro della benché minima tensione verso paradigmi assunti come veri per mezzo del fattore esperienziale?
Se davvero esiste una realtà autofondante nelle parole, ritengo sia responsabilità (sordida, ma non procrastinabile) del poeta avere a che fare con essa: si tratta non tanto di scardinare un valore assunto, in fin dei conti, quanto più di far quadrare un debito, e riorientare la visione che oggi ognuno ha maturato per via del macrocontesto. Perché la poesia deve essere a portata d’accessibilità? Esisterebbe, quindi un’arte in tutto e per tutto accessibile?
Mi si perdoni questo profluvio di interrogative, quando dovrei essere invece io a soddisfare la consegna di rispondere intorno allo stato dell’arte.
Plinio il giovane afferma che “l’oratore deve ergersi e sollevarsi, talvolta anche accendersi e porsi sull’orlo del precipizio” (3). La peculiarità della poesia, più di altra téchne, risiede nella forza di ingigantire le facoltà umane, dunque, di stabilire un perimetro all’esistenza ancor prima di volerla imitare: essa presiede all’etica nel tramite della materia sua propria, contenendo forza conoscitiva per effetto formale (4). La nostra è epoca in cui si crede che per “accendersi sull’orlo del precipizio” basti il poco della propria intuizione, e per lo più essa ha radici nel vissuto, quando non anche nella semplice erudizione. 
Penso invece che si congeneri una forza soverchiante nello scegliere un verso edificandolo, ma che sia operazione onde necessità di conoscenza tecnica e consapevolezza retorica si uniscano alla capacità di muovere oltre le contingenze, di parlare per entità sottili, perorare il non-perorabile. Plutarco registrava come, al suo tempo, gli oracoli della sacerdotessa di Delfi non fossero più espressi in esametri. “L’uso eliminò il superfluo, tolse le spille d’oro” (5); e non sono affatto certo che ciò corrisponda all’indole della poesia, laddove la filosofia, in un preciso momento storico, scelse la chiarezza didascalica a scapito dello stupore. Noi siamo andati oltre la blasfemia: la lingua della Pizia l’abbiamo trasformata in un setaccio per mercanti, abbiamo creduto possibile che la democrazia del dire sia prevalente sul valore in sé dello stesso, quindi non è arte quella che pratichiamo, ma un tentativo di segnare una riga di presenza sopra il paletto del recinto; giustifichiamo questo anti-inferno anelando alle necessità morali che ne hanno innescato l’orogenesi; cerchiamo di essere opachi senza stringere patti, pretendiamo infine di non perdere nulla fingendo di conoscere già la privazione. Tuttavia le Rane ricordano (parole di Eracle) la strada migliore per l’Ade: “un viaggio lungo, per prima cosa si arriva a un grande lago senza fondo” (6).
Lo stato dell’arte, per quanto io riesca limitatamente a dire, potrebbe essere riesumato come corpo nero da cui l’onda lava la scoria, ma prima il verbo deve bruciare nella forma di per sé stessa, accettandone il rigore con studiata consapevolezza. Da qui dovrebbe sgorgare la dichtung che istituisce l’essere delle cose, da qui si determina un fatto etico, insomma – afferma Maier che il nero si pulisce con l’acqua, ma l’acqua è pure fuoco: il nero lo si brucia.

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1) Aristofane, Le Rane, trad. di G. Paduano, Rizzoli, Milano, 1996, vv. 117-118. 
2) Ibid, vv. 837-838.
3) Tratta dall’introduzione alloA Pseudo Longino, Del sublime, Rizzoli, Milano, 1991, p. 45.
4) Cfr. Aristotele, Poetica, trad. di D. Pesce per le edizioni Bompiani, Milano, 2017.
5) Plutarco, Gli oracoli della Pizia, in Dialoghi delfici, Adelphi, Milano, 1983. Cap. 24, p. 194.
6) Aristofane, Le rane, op. cit., vv. 137-138.
7) Cfr. M. Maier, Atalanta fugiens, Ed. Mediterranee, Roma, 1984, discorso III, p. 41.

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