
Ringrazio Fabrizio Centofanti per l’opportunità concessami di aggiungere un mio contributo a quelli già presenti sul blog. Sono domande che mi permetto di definire ontologiche per la loro importanza, ancor più nell’attuale momento storico, nel quale lo stato dell’arte non lascia molti spiragli di ragionevoli speranze. Mai come in questi anni l’essere umano oltre a dover misurarsi giornalmente come i suoi predecessori con violenza, guerre, torture e strazianti ingiustizie sempre più insopportabili, si trova a dover fare i conti con l’innesco della “soluzione finale” della crisi ambientale che accresce la gravità delle situazioni di crisi d’ansia, immobilità e depressione.
La poesia non solo ha ancora qualcosa da dire, ma senza ricorrere a manifesti programmatici roboanti o ideoligismi d’annata, ha un’accresciuta responsabilità etica nei confronti di ogni essere umano, proprio nel buio fitto dell’attuale situazione sociale e politica, in questa vertigine di senso, come scrisse Franco Fortini (Traducendo Brecht) “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. Non credo che i poeti possano fermare le guerre o le stragi quotidiane, ma la loro testimonianza è essenziale per parlare al guscio più intimo e nascosto (“alle viscere”) di ogni donna e ad ogni uomo. La parola della poesia è la sola che può squarciare l’odio derivante dalle differenze di credo politico, fede religiosa o etnia di appartenenza, perché il suo è il linguaggio delle comuni origini dell’abitare umano sulla Terra. Giambattista Vico delega alla metafora una funzione generativa del linguaggio, oltre che conoscitiva: “Poiché i primi motivi che fecero parlare l’uomo furono passioni, le sue prime espressioni furono tropi” (Tra i tropi vengono classificati fenomeni come la metafora, la metonimia, la sineddoche e altri): il linguaggio figurato fu il primo a nascere; l’uomo primitivo “poeticamente abita il mondo” (Friedrich Holderlin); lo stare tra le cose del mondo si configura come atto poetico originario, prodotto dalla percezione e dall’immaginazione. La poesia, pur tra mille impedimenti e difficoltà, dovrebbe tendere al “vero” senza finzioni o belletti e all’uso delle parole essenziali, solo di quelle e nulla di più, perché come scritto nel Vangelo di Matteo “dalle tue parole sarai giustificato e dalle tue parole sarai condannato”. Il poeta, sia che parli d’amore, di mare, di morte, di stragi o di stupri, soffre e gioisce anche per ogni altro essere vivente, si mette a nudo per curare, suturare ferite che sono le sue e quelle di ognuno, mette in comune i suoi fallimenti, le sue soddisfazioni, le sue speranze.
Per tutto questo credo nella capacità curativa della poesia scritta e letta, nella comunione che si crea tra chi scrive versi e chi li legge, entrambi mossi dall’obiettivo di individuare le nostre debolezze, scoprire il “bruco” che ognuno porta nascosto da qualche parte per potersene liberare o, quanto meno, per poterci convivere in modo non troppo traumatico. Se la poesia si estinguesse domani e non fosse più possibile ascoltarla, leggerla e condividerla saremmo di fronte ad un mutamento genetico dell’umanità: la tecnica avrebbe definitivamente asservito l’uomo ai suoi scopi. Come scrisse Giuseppe Ungaretti “O l’uomo cessa di esistere, e allora al suo posto verrà fuori una specie di burattino che si muove automaticamente, o resta ancora uomo con tutte le sue qualità fondamentali (fantasia, sentimento, senso di comunione con gli altri, ecc…); in questo secondo caso, la poesia per forza continuerà a vivere”.
06/05/2024
