L’inquilina dell’ultimo piano
cosa sa del dolore di chi abita al quarto?
L’anziano murato in un tempo remoto
parla con i perduti, chiede scusa
di non esserci stato. La donna
pressata da dubbi teme il futuro
(esultanza o capestro), che di lei
non si cura. Entrambi pedine
si sfiorano appena, esitanti
all’ingresso, muti nell’ascensore,
evitando persino il saluto.
Eppure potrebbero aiutarsi,
i vicini così lontani estranei,
cedendo ognuno la propria verità:
uno rinuncia a essere felice,
l’altra pretende di esserlo per sempre.
Vince chi sta perdendo.
La pianta sfiorita nel vaso ritorna
a germogliare, l’insetto affogato
nel bicchiere si arrampica sul vetro,
un semaforo da rosso si fa verde,
segnala ripartenza.
Non dirai invano il nome del Signore,
perché il tuo Dio non lascerà impunito
chi lo offende, chi lo chiama a testimone
giurando. Non sai cosa sarà il tuo domani,
non puoi aggiungere un’ora alla tua vita,
sei vapore destinato a sparire.
Solo il Nome increato che è santo
può salvare o dannare:
non sprecarlo in preghiere assillanti
per vederti esaudito.
È il dio di tutti, non il tuo privato.
Il malato terminale nel suo letto
imbruttito sudato si è arreso,
troppo stanco per provare a lottare.
Intorno a lui si sgretola
il mondo immiserito d’ospedale.
Intonaco scrostato alle pareti, la tortura
dell’acqua sgocciante sul lavabo
e accanto il posto vuoto di uno
appena morto. Non gli importa di niente.
Se sua moglie lo saluta dalla porta
chiude gi occhi, fa finta di dormire.
Un figlio inaspettato: la vita si perpetua
casualmente, scopre varchi nascosti
inganni proibiti, pur di rendere eterno
il durare. È un bambino, nascerà
a fine primavera, inizio estate:
porterà gioia, dolori, rimpianti
nel nuovo che irrompe sorpresa.
La madre lo attende fumando nervosa,
le voci deluse impazienti dei padri
gli rendono grazie comunque.
(Il mio ringraziamento a Krzysztof Kieslowski)

