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Lasciamo passare le feste, di Enrico Fraccacreta

Lasciamo passare le feste
dalla scintilla della nuova vecchiaia
brilleranno i nostri ultimi tempi.
Lasciamo passare le feste
spazzeremo meglio il terrazzo
una bella sfoltita alle piante e fare spazio
dovremo cambiare il frigorifero
mettere in ghiacciaia i momenti tra noi
gettare l’albero davanti casa
lasciandolo con qualche nastro colorato
lucine intermittenti, un paio di giocattoli
chissà vadano a finire in una capanna africana
davanti agli occhi grandi e stupiti di quei bambini
o in qualche igloo eschimese
davanti al fuoco acceso sul ghiaccio
dei cuori indifferenti.

Novembre, di Enrico Fraccacreta

Novembre e pioggia
alla tomba di Luisa piove forte
il dolore è stato grande,
piove di frequente dove i morti pensano
le nuvole sono i loro pensieri
e piovono tutte le parole non dette, i discorsi inutili
i segreti, finalmente tornati a casa
le opere perse nelle intenzioni,
piovono i rumori degli schiaffi
grida sottili delle offese nei rivoli dell’acqua
fragori sordi delle cattive azioni nei canali.
Una camminata tra le tombe, neanche uno schiamazzo
mi dici che i ragazzi non vogliono tornare a scuola
essere interrogati, scrivere alla lavagna
vogliono fare lezione all’aperto, sulla terra
guardare in alto anche quando piove.
A volte crediamo si possa risolvere tutto
passeggiando dentro un acquazzone come una penitenza
ma le cose del mondo sono più veloci di noi
non riusciamo a misurarle né a prevederle
poi nessuno guarda più verso il cielo
solo i morti forse, e i bambini.
Andiamo verso il Carmine, a vedere se i nostri sono ancora lì
i più piccoli non scendono neanche a terra, vedi
lasciano pezzi di sguardi nella pioggia
le espressioni degli uomini che sarebbero stati,
se Filippo era troppo giovane, sarà rimasto tra le nuvole
mentre l’aereo precipitava.
Guarda, adesso piove anche controvento
ti stringi più forte, mi racconti piano
che forse stiamo diventando cristiani,
a quest’ora fa più freddo
l’equinozio è già passato
il sole sorgeva perfettamente a est
tramontava nel punto esatto dell’ovest
avevamo le stesse ore di luce e di buio
ora sta arrivando il solstizio d’inverno
il giorno si riduce vistosamente
il tuo bacio dovrà essere più lungo

Ottobre, di Enrico Fraccacreta

Ottobre, me lo dici tu perché i ciclamini dormono ancora?
certo la terra non si è liberata dal caldo
dell’estate torrida di quest’anno,
è così che anche tu ti allontani?
forse è stata troppo fredda la mia atmosfera
in questi ultimi tempi.
Soffriamo le stagioni eccessive
i nostri stati d’animo si gonfiano di colpo
alla prima frottola burrascosa,
la pioggia siglerà una specie di armistizio
tra noi, l’aria e i ciclamini.
La pioggia che fa parlare i sordi e i germogli
stuzzica la spinta decisiva al fusto sotterraneo
distende i nostri nervi, cade in terra feconda
dopo aver sgocciolato a lungo sui nostri sorrisi,
decide il colore dei nuovi ciclamini
noi li vedremo tutti bianchi
salendo sempre più in alto
sino al cuore di dicembre,
l’anno scorso, ti ricordi? Scoprimmo i pulcini
fare le moltiplicazioni, io non ci credevo
troppo perso a contare la polvere
non vedevo le onde traslucide nell’aria,
troppo poco so ancora del silenzio
anche se vado tutti i pomeriggi a lezione
dallo sparviero sul filo del telefono alla Motta del lupo,
mi guarda come un arciduca e stiamo lì un paio d’ore
le sue orgogliose piume mosse dal vento
prima del tramonto, quando d’un tratto si alza
va via senza rumore senza neanche salutare
per chissà quali strade della notte
con l’ultimo sguardo che è già un appuntamento. Continua a leggere

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Settembre, di Enrico Fraccacreta

Eravamo in tanti a sognare l’estate
stagione dell’amore morto giovane
cimitero dei cuori sconosciuti alle primule,
ora i nostri giorni non saranno uguali
qualche brivido e gli alberi cominceranno a ingiallire
andranno in terra tutte le nostre illusioni
quelle grandi come foglie d’acero
i voli infinitesimali degli aghi dei pini
e il dolore sarà lo stesso
sempre sulle aspettative mancate.
Veramente credi che dietro i cespugli ci sono scoiattoli?
loro sono sui tronchi, bisogna arrampicarsi
entrare nelle loro case, scrutare dentro i loro occhietti inquieti
mangiare insieme le ghiande messe da parte per il freddo,
dietro le macchie troverai un po’ di insetti
o un serpentello che non puoi guardare negli occhi,
certo tutto quello che non volevi
compreso la follia o la rassegnazione.
Il nostro destino sarà l’autunno,
gli animali selvatici inizieranno le costruzioni
e noi accenderemo più presto le luci
senza accorgerci che sono accese da sempre
da quando ci cullavano i riflessi delle origini
e settembre nasceva in un fascio di sarmenti e infiorescenze
intorno alla quercia del primo inizio:
il suo nome è settembre, sentenziò lo spirito di verità
sotto la pioggia con cui la natura è solita battezzare,
il futuro sembrerà più spoglio
ma le gemme dormienti già s’attestavano sul punto di crescita
l’ipomea cominciò a svettare cinque centimetri al giorno
e la bella stagione ci restò vicina.
Portiere di notte dell’estate
che lasci la porta un po’ socchiusa
nelle aule scolastiche dove resta il caldo d’agosto,
agente segreto dell’inverno che rechi l’indirizzo
di un amore smarrito
ci ricorderai quei lampi, le occhiate veloci nella notte del solstizio
come le vite sfiorate che non abbiamo conosciuto
persone viste solo passare, un pretesto perduto.
Sepolcro di amorose simpatie
la bella stagione non è ancora finita.

Lo stato dell’arte. Enrico Fraccacreta

Immagino paesi nei deserti
sino a scoprire le coperte
di ogni landa.
Avvitandomi nella scala elicoidale
di ogni discendenza.
Cercare nei secoli di ogni abitante
le virtù scomparse
i giorni tormentati.
Fare un giro nelle strade metafisiche
e bere un thè insieme
a un impenetrabile califfo,
nella città delle terre vergini
o nel silenzio calato sugli spazi.
Trovare l’avviso dei propri peccati
sulla faglia di Ninive,
e la forza di superare la montagna
il vento del deserto,
per la città immortale.

Claudio Bandera, Farina di pane

di Enrico Fraccareta

Il 24 novembre, per i tipi di Rossini Editore, esce il nuovo romanzo di Claudio Bandera, Farina di pane. Una specie di meteorite piovuto da chissà quale mondo in chissà quale luogo e, soprattutto, da chissà quale epoca, a rammentarci cosa significa il romanzo. Non il solito romanzo di genere, utile figliastro letterario; non l’improbabile trama involuta degli sfilacciati tempi odierni col suo ostinato cazzeggio linguistico, parente stretto del basso impero musicale e del social-delirio che ci pervade, ma semplicemente, sì semplicemente!, un prodotto dotato di stratificazione storica, letteraria. Un affresco, di mode, stili, attraversamenti generazionali, intersezioni linguistiche, coinvolgimenti emotivi forti; dove si intravedono il rosso e il verde della vera navigazione umana. Un romanzo corale di cui si era persa la semenza, una commedia umana che ci interroga, ci costringe a interrogarci, spingendo sulle leve della riflessione e della coscienza, che sempre più sembrano mancare nei poveri giorni d’oggi.  

*

Claudio Bandera è scrittore, regista, musicista, produttore, direttore artistico di eventi di prestigio internazionale, nonché di note trasmissioni televisive. Ha lavorato a progetti cinematografici con produzioni di Roma, Parigi, Londra, New York, Los Angeles. Ha collaborato a lungo in passato con Enti, artisti, strutture didattiche di fama mondiale: dall’Opéra di Parigi al Teatro Bolscioi di Mosca, dal Teatro Nazionale di Kiev al Teatro alla Scala di Milano e La Fenice di Venezia. Autore con Francis Lai di Non Abbiate Paura eseguito presso la Sala Nervi, Vaticano, in occasione del Giubileo 2000 alla presenza del Papa, è produttore, ideatore e direttore artistico di svariati spettacoli teatrali ed eventi musicali.

La parola ai poeti. Enrico Fraccacreta

 

Prima del canto

L’Ente regionale di formazione mi chiamò nell’ottobre del 2001 per un corso di vivaismo che doveva durare circa sei mesi. Andò avanti per due anni. I ragazzi, prima di arrivare nel laboratorio della scuola, dovevano raggiungere il Centro di igiene mentale vicino alla chiesa dei cappuccini. Io, un collega tecnico agrario e la psicologa li aspettavamo in aula. Arrivavano già stanchi, alla spicciolata, si sedevano composti e ci guardavano con vaga e annoiata curiosità. Così potevo osservare mani che nascondevano gli sguardi, mani nei capelli, mani che tremavano, sentivo voci rimbalzare tra i muri bianchi come piccole palle di gomma. Sentivo la mia voce, completamente fuori registro, atona, uno sparo accorato che diceva di come siamo chiamati a indirizzare il processo produttivo sugli schemi più consoni e più adeguati agli orientamenti economici. Come ci dobbiamo avvalere di un complesso di nozioni che devono rappresentare una sintesi di tutti gli studi che riguardano le piante, oggetto di sfruttamento, e l’ambiente, inteso come clima e terreno, nel quale si svolge la produzione agricola. Parlavo, gesticolavo, proponevo imbelle, sotto lo sguardo sbalordito della psicologa, che le soluzioni saranno soggette a un vaglio economico agente sulle scelte dei mezzi tecnici da applicare, e quindi il tipo di preparazione e l’aspetto generale dei problemi trattati faranno pertanto di voi di clinici e non degli specialisti. Continua a leggere