20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Fallone Editore propone nella collana Il Leone Alato, diretta da Andrea Leone, 12 poesie di un grande poeta greco, Titos Patrikios, raccolte sotto il titolo di una di esse, il Tempo assediato. L’anno prossimo ricorreranno 60 anni dall’instaurazione della dittatura dei colonnelli in Grecia, dall’aprile del 1967 al 1974. Le poesie qui proposte, dalla prima scritta dal poeta a 14 anni fino a Gli anni della nostra infanzia, scritta nei giorni della sua maturità (Patrikios è del 1928), sono così testimonianza di un canone estetico e di una duratura esperienza di resistenza civile. Il testo greco affianca la traduzione in italiano di Maria Caracausi, la quale ha firmato pure la prefazione, in cui sottolinea la centralità del senso della Storia e la solidarietà per gli umiliati e offesi della terra, espressa con compassione mai con declamazioni retoriche.

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Morte 4

 

 

La Morte 4.   Svegliarsi, perché?

 

    “Non è questo sole morente che mi fa paura”, recita la voce narrante. Però il sole non si intravede. Viceversa, tre alberi campeggiano, alberi fronzuti e dietro di loro (a delimitare un campo?) una lunga geometrica recinzione, non troppo alta. Nella vignetta in basso, gli stessi alberi, la stessa recinzione ed in primo piano il volto di un ragazzo dalle grandi orecchie, che fissa qualcosa, la bocca semiaperta.  Continua a leggere

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Antonia Pozzi

 

a cura di Giorgio Stella

Preghiera

Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce piú
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi piú
per i tuoi cieli, per le nuvole tue consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te
ch’io riviva.

Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.

da Parole, Garzanti, Milano 1998, p. 76.

Il crollo della misura.

La morte di Abderrahim Fakir e una domanda: dove stiamo andando?

di Vincenza Di Schiena*

Le immagini degli ultimi istanti di vita di Abderrahim Fakir, piccolo imprenditore di 43 anni di origini marocchine residente a Borgo Panigale, stanno scuotendo l’opinione pubblica globale, riaprendo una ferita profonda sul rapporto tra forza, potere e civiltà del diritto. L’episodio, avvenuto domenica scorsa nel quartiere Pilastro di Bologna in via Italo Svevo, ha visto l’uomo morire bloccato a terra a pancia in giù. Mentre gridava disperatamente “AIUTO, BASTA!”, veniva immobilizzato con le manette dietro la schiena. I video documentano persino una terza persona intervenuta dall’esterno per bloccarne i piedi e la presenza di sanitari del 118 inermi, in una dinamica ‘grottesca’’. Il caso solleva una riflessione urgente sul collasso dei sistemi democratici di contenimento e sulla gestione del disagio psichico ed economico.

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Georg Trakl

 

a cura di Giorgio Stella

Il sonno

Maledetti voi, veleni oscuri,
bianco sonno!
Questo stranissimo giardino
d’alberi crepuscolari
popolato di serpi e di falene,
di ragni, pipistrelli.
L’ombra, straniero, che hai perduta
nel rosso del tramonto:
un truce corsaro
nel salso mar della tristezza.
Sul ciglio della notte
s’alzano a volo uccelli bianchi
sopra crollanti città d’acciaio.

(trad. E. Pocar)

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“… toujours tu cheriras la mer

(Marco Beconcini acquerello, 2018)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. 
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». [Mt 13,44-52]

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“Sotto Graffio” di Lucrezia Maggi

Sotto Graffio di Lucrezia Maggi. Di sbarre e di nuove gabbie (ed. Delta 3)

Recensione di Francesco Improta

Originaria di Taranto, Lucrezia Maggi, poetessa e operatrice culturale, presidente e fondatrice dell’Associazione culturale Le muse project, ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, è attiva sulla scena letteraria dal 2007. Da allora ha pubblicato, con successo di pubblico e di critica, numerose opere in versi e in prosa. Sotto Graffio, di cui ci occuperemo oggi, è la sua terza silloge poetica, dopo Indelebile (Controluna, 2018) e L’arido arpeggio (CTL Editore Livorno, 2022) in cui la sua voce si alterna a quella del cugino Francesco Maggi. Il titolo, impreziosito da una copertina, che visualizza le ferite che attraversano il corpo e la mente dell’autrice, è fin troppo eloquente; si tratta, infatti, come si legge chiaramente nell’introduzione, di un viaggio sotto pelle, alla ricerca delle crepe che lacerano l’anima e mortificano lo spirito. L’esergo di Vincenzo Cardarelli, che assimila la sorte del poeta a quella dei gabbiani, mi ha richiamato alla mente un autore, a me molto caro, Francesco Biamonti: “Intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come a un letto di pace” e ha evidenziato l’inquietudine che governa l’esistenza di Lucrezia Maggi e al tempo stesso il suo desiderio di pace. Continua a leggere

Pierluigi Cappello

a cura di Giorgio Stella

Mandate a dire all’imperatore
nulla nessuno in nessun luogo mai

Vittorio Sereni

Cosí come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

James Joyce

a cura di Giorgio Stella

XXVI

Tu accosti un divinante orecchio,
Mia signora, alla conchiglia della notte.
In quel sommesso coro di delizie
Quale suono spaurí il tuo cuore?
Rassomigliava a fiumi scroscianti
Dai grigi deserti del nord?

Ciò che tu senti, pensaci bene o timorosa,
Sentí pure colui che ci lasciò
Eredi d’una storia demente
Da evocare all’ora degli spettri.
E tutto per qualche strano nome che lesse
In Purchas o in Holinshed.

La poesia e lo spirito, di Augusto Benemeglio

 

di Fabrizio Centofanti

Ho appena ricevuto il libro La poesia e lo spirito, di Augusto Benemeglio, che raccoglie ventotto dei suoi innumerevoli articoli scritti sul blog omonimo. Parliamo di un autore che ha fatto dell’incandescenza la misura stessa della vita. Non c’è da stupirsi, perché Augusto si è costantemente mosso all’inseguimento del cuore – delle persone, delle cose. La sua è una sinfonia di suoni, di odori, di colori, la sensibilità di chi attraversa la vita guardandosi dall’evitare gli opposti scogli della gioia e del dolore, senza mai dare nulla per scontato, capovolgendo luoghi comuni, anzi, arrivando a destabilizzare e a scandalizzare, come dovrebbe fare ogni scrittore che metta la verità al posto confacente, e cioè il primo. Continua a leggere

Luciana Frezza

 

a cura di Giorgio Stella

Self-service

Raramente si coglie la seconda occasione
anzi è la riconferma che non si poté non si volle

il bene era lampante ma c’era nell’inerzia
di lasciarlo sparire un piacere misto al dolore

e piacere e dolore sono lo strascico ornato
il ricordo della veste con cui si presentò la prima

la seconda occasione trabocca di meraviglia
e un senso di fatalità approfondisce la gioia

eppure esterrefatti ci si astiene dal gesto
per prenderla un’identica pania lo impedisce

anzi il nuovo strato stendendosi sull’antico
prolifera infrenabile di nuovi no senza più chance

L’efficacia dell’azione. Una riflessione storica

 

 

Togliatti, l’efficacia dell’azione

di Danilo Di Matteo

Spesso i nostri giudizi smarriscono l’essenziale, nella sua semplicità. Ecco, considero salutare per le sinistre, in prossimità dell’anniversario della morte di Palmiro Togliatti (Jalta, 21 agosto 1964), interrogarsi sul senso della sua azione e del suo pensiero. Già, azione e pensiero: nulla dies sine linea (non passa giorno senza disegnare, per il pittore dell’antica Grecia Apelle, o senza scrivere, per persone come Gramsci o Togliatti, con l’inchiostro verde da lui prediletto). Un passo indietro, nel 1845. Karl Marx scrive, tra l’altro, l’Undicesima Tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo». Attenzione: non il rovesciamento dell’esortazione di Aristotele alla filosofia, bensì l’espressione di un’istanza di equilibrio tra teoria e prassi. La contemplazione teoretica non va relegata, per il pensatore di Treviri, a una posizione ancillare o subalterna; al contrario, andrebbe coniugata con l’azione trasformatrice.

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