Gesù vuole che siamo audaci nel cercarlo, nel desiderare la Sua intimità. La timidezza, qui, non ha senso.
POESIA E POLITICA.45. Angelo MUNDULA

Quale Europa?
Dov’è mai l’Europa che si cerca
che non si trova o si trova soltanto
dove non c’è
dove si morde la coda Continua a leggere
Sono un rom. Lettura di Luigi Maria Corsanico
Inaspettato
Qui che tutto ti ricorda, su Matteo Fantuzzi
di Luca Benassi
I poeti muoiono come tutti gli altri: di vecchiaia, di incidente o di una qualche malattia, breve o lunga come è accaduto al poeta romagnolo Matteo Fantuzzi (Castel San Pietro Terme, 23 giugno 1979 – Lugo di Romagna, 9 giugno 2026). Rispetto a tutti gli altri, passati i clamori della notizia e il dolore degli affetti più cari, affievolito il ricordo delle vicende umane, dei poeti però rimangono i versi che sfidano il tempo e il pungiglione della morte. Matteo non l’ho mai conosciuto di persona, nessuna lettura insieme, mai un’e-mail, solo l’amicizia su Facebook che significa tutto e niente se non si sceglie il contatto umano vero, ma si delega la possibilità dell’incontro all’imperscrutabile algoritmo del social network. Adesso che mi accingo a scrivere di lui, il non conoscerlo è un vantaggio che mi permette un ricordo scevro dall’emozione che ha colto i tantissimi poeti ed amici che ne hanno parlato in questi giorni. Continua a leggere
Thom Gunn
a cura di Giorgio Stella
Condizione umana
Adesso è nebbia, cammino
contenuto nel cappotto;
nessun castello più isolato
per via del suo fossato:
solo la tosse della sentinella,
le chiacchiere dei mercenari.
Visibili, i lampioni
non riversano luce in terra,
ma premono penosamente i raggi
in un metro di nebbia attorno.
Sono condannato ad essere
un individuo.
Nel confine stabilito
si libra un mero
barlume di coscienza.
Rimango qui, o da qui parto:
nessuna nebbia diminuisce o aumenta
il vicino disordine.
Io, singolo, devo
scoprire il limite
di mente e d’universo,
per scegliere pensieri e sensazioni
e volgere a mio uso
odio disordinato o cupidigia.
Cerco, per romperlo, il mio ambito.
Sono la mia sola pietra di paragone.
Questa è più ardua prova
d’ogni altra mai prima conosciuta.
Così sto in guardia,
a ciò che mi fa uomo.
Molto è inconoscibile.
Nessun problema verrà mai affrontato
avanti che il problema esista;
io, nato alla nebbia, a spreco,
tra ipotesi mi muovo,
un individuo.
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
“Strada facendo”
(David Hockney)
«In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». [Mt 9,36-10,8]
Da che pulpito, di Andrea Ponso. Poetica
I “ganci” che mi fanno entrare in un testo poetico, che me lo fanno vivere in maniera immersiva, non sono principalmente i significati ma i significanti, il ritmo, la prosodia. Poi anche le immagini. Alla fine anche i significati, purché siano in movimento, in continua precarietà e “povertà” e non bloccati. Solo in questo modo mi è possibile avere davvero una esperienza del testo che può abbracciare tutta l’unità indivisa della persona che sono. E solo attraverso questa esperienza immersiva e totalizzante (nel senso detto sopra) è possibile che la poesia possa modificare, anche solo di un millimetro, la mia posizione: che possa insomma, per usare un termine che non proviene dal campo poetico, convertirmi – cioè fare in modo che io possa anche solo di poco, modificare il mio orientamente, il dove sto andando, accorgendomi: come accade a Mosè con il roveto ardente. Non è un caso che quest’ultimo possa essere associato ai significanti più che hai significati, all’evento esperienziale più che alla comunicazione di nozioni o racconti. Quello potrà avvenire solo in un secondo momento, quando appunto l’uomo è stato “convertito” verso una direzione diversa e ha avuto l’esperienza significante di un fuoco che non consuma.
Sull’orlo di chi siamo, di Rosa Salvia
di Rosa Salvia
Fresca di stampa questa mia antologia poetica di circa duecento pagine, accolta dall’editore
Giuliano Ladolfi il quale sin dal 2021 ha mostrato sensibile attenzione alla mia produzione
poetica. Sono a lui molto grata, come a tutti coloro che si accingeranno a leggerla. Desidero precisare che chi avrà piacere di accostarsi a queste mie sudate carte, si troverà di fronte a un viaggio a ritroso. Sono dapprima riportati componimenti inediti da me scritti fra il 2023 e il 2026, compresi sotto il titolo Sull’orlo di chi siamo, in quattro diverse sezioni: Là nel profondo, Muro, La sete è la nostra eredità, Argini e poi componimenti editi scelti dalle mie sillogi precedenti a partire dal 2007, accompagnati da stralci di prefazioni, postfazioni o recensioni di poeti, critici letterari che hanno dedicato ai miei versi grande attenzione e percettività. A tal proposito il mio grazie di cuore va a Franca Alaimo a cui devo la prefazione al libro, Valerio Magrelli, Gabriela Fantato, Luca Benassi, Manuel Cohen, Pasquale Di Palmo, Ivano Mugnaini, Marco Vitale, Andrea Galgano, Augusto Pivanti.
Ma perché questa scelta di viaggiare a ritroso? Essa si lega al concetto spaziale del tempo: una sorta
di luogo in cui si può procedere in un senso o nell’altro in molteplici direzioni, uno specchio in cui l’uomo può vedere di fronte a sé il proprio passato, ma dal quale può allo stesso tempo essere visto.
Il tempo e lo spazio incrociandosi si trasformano l’uno nell’altro: un tempo e uno spazio che potrei definire “psicologici” esattamente come quelli del sogno, un viaggio circolare attraverso l’attimo,
esplorando il valore della poesia che non salva né assolve, ma semplicemente rimanda a quella parentesi che si apre tra la luce e l’ombra, tra ciascuno ed il mondo.
Infine, con un grazie speciale a don Fabrizio Centofanti che da sempre accoglie miei scritti in questa preziosa rivista, trascrivo tre componimenti dalla prima sezione del libro, sono poesie dedicate a due giovani creature luminose che non sono più tra noi e l’altra ai miei nipoti: il sale della mia vita.
Al poeta Lorenzo Patàro
Quando la morte ghermisce
un poeta nel fiore degli anni,
ancora sempre il Rebus,
in questa solitudine di nervi di fuoco,
di caldo spezzato.
Toglie il respiro inveire, il dolore buca
il volto del cielo, la parola ferita di luce
si fa strada nel vuoto.
Forse Lorenzo ora plana sul mondo
come l’aquila all’alba,
con quel buffo cappello
e il sorriso lieve come neve.
Così, confuso nel tremore, il senso
s’inabissa nella parafrasi di una
lontananza dove ci sono segni
barlumi
oltre la sintassi
acuti per colpire,
quieti per attendere.
In memoria di Rosalba Guida
Parlando di filosofia, spostando le braccia
piene di libri sulla cattedra dove i volti
guardavano in giù oppure di fronte, ascoltando,
leggendo
ad alta voce, parlando di Kant o di Hegel o di
Nietzsche…,
pensavo al tuo sguardo, Rosalba,
tenero e aperto come polpa d’un frutto
uguale a sé stesso
attento ai propri confini
che non si lasciava addomesticare –
una presenza come la neve, se la neve potesse
pensare.
Per caso ho saputo che te ne sei andata,
nel freddo crudele del tuo male.
Muto si è schiantato il giorno
e il mio cercare risposte in un pianto di ceri
abbandonato alla pietà del Cielo.
Ai miei nipoti
Piano si staccano
i rintocchi
dalle campane di piazza Ungheria
e nuotano
avanti e indietro
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
sapendo che nulla cambia, o tutto.
Così qui, e fino a sera,
quel che mi spaventa
è l’accettazione di ogni giorno,
tra la fine e questo ritornare
tra il non più e questo non ancora;
qui, sempre qui, dove vivo ciò che vedo
in un mondo che si nega
s’annega e s’annoda
in fondo alla mia gola,
con il peso soltanto degli sguardi dei cari
raccolti nella mia dimensione più segreta,
nel vibrare della nota più discreta,
in qualcosa che sta fuori
dalla parola dall’immagine dal silenzio
dalla superficie.
Presidio
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Marina Petrillo
Convertire in poesia l’immersività della luce significa poter cantare l’origine e il mistero, scoprire nella parola i fondamenti del sacro e della storia dell’essere umano. Per Marina Petrillo esiste un luminoso buio nel quale bisogna immergersi per poter crescere nello spirito e nella verità.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere
Dimenticanza
20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano
Ci sono poesie verticali e poesie orizzontali. Le prime scorrono tra alto e basso e puntano sulla parola. Le altre sono pianeggianti, camminano e ragionano. Le poesie della Terra nullius, scritte da Doris Emilia Bragagnini (Anterem Edizioni, 2025) usano i versi come tracce di un attraversamento, un passaggio. Liminali, come nella poesia che porta proprio questo titolo. Poi il sapore del dopo impietrito dal nulla o dal poco/ il tuono come ragione prima del lampo. Questa terra di confine è appunto Terra di Nessuno. Ma è anche (forse) Terra di Niente. Quella che resta quando tutto è trascorso.
Per Matteo Fantuzzi. Il pacato titanismo della poesia, di Massimo Orgiazzi
di Massimo Orgiazzi
Addio Matteo. Colpevole come sono di non sapere, della sua malattia, della sua storia, la notizia mi ha raggiunto e messo a tacere. Poi, dal silenzio sono emersi i segni, dalla memoria i ricordi di come si siano brevemente incrociati i nostri destini.
Il mio è stato uno sguardo tangenziale sulla poesia contemporanea: nel mio peregrinare attraverso il gioco di ruolo che è stata la mia vita, sono stato una comparsa tra chi con la poesia e per la poesia, ha lavorato seriamente: come Matteo. Continua a leggere
Pazienza
Matteo Fantuzzi, la cura e la grazia

di Sonia Caporossi
Ci conoscemmo una quindicina d’anni fa, dapprima online. Era il tempo in cui le riviste militanti e i lit-blog erano campi di battaglia quotidiani, e in mezzo a quel frastuono rintronante Matteo e Andrea Temporelli mi invitarono a scrivere per Atelier. Da lì iniziò una frequentazione intermittente ma sempre trasparente come un bicchier d’acqua, fatta di stima reciproca e di un affetto che si rinnovava a ogni incontro, come se il tempo intercorso non incidesse mai davvero. Di Matteo ricordo soprattutto la cura: quella filologica, minuziosa, che applicava ai testi propri e a quelli altrui; e quella umana, che lo portava a metterci la faccia quando serviva difendere un redattore o un collaboratore dalle polemiche (e allora ce n’erano, e come, troll e detrattori che spuntavano come funghi dopo la pioggia). Lui non arretrava di fronte alle accuse né tantomeno di fronte alle invidie del panorama letterario di quegli anni: non certo per orgoglio, ma per quel senso di responsabilità e quell’interna urgenza veritativa che sempre lo accompagnava in ogni gesto critico e poetico.
Realismo empatico in Matteo Fantuzzi: lettura di una poesia da “La stazione di Bologna” (Feltrinelli, Zoom Poesia, 2017)
di Davide Castiglione
Ne La stazione di Bologna, Matteo Fantuzzi ripercorre il tragico evento del due agosto 1980, le cicatrici che ha lasciato nella memoria dei sopravvissuti e si fa portavoce della rabbia e del desiderio di giustizia dopo che, ancora nel 2017, l’inchiesta sui mandanti era stata archiviata. Nella “Poesia della vecchina” (pp. 47-48) Fantuzzi dà direttamente voce a un’anziana che, il giorno della strage, s’offrì di versare il caffè ai soccorritori (vv. 1-8): Continua a leggere
Luigi Maria Corsanico legge Laura Chiarina. 3
Per Matteo Fantuzzi, di Alessandro Ramberti
di Alessandro Ramberti
Ho conosciuto Matteo più di 20 anni fa a vari incontri poetici e gli ho chiesto consigli sulla mia prima raccolta a cui stavo lavorando, ricevendone di preziosi e acuti. Da diverso tempo avevo un po’ perso i contatti e non sapevo neanche fosse malato, per cui sono rimasto ancora più colpito dalla sua morte prematura. Vorrei ricordarlo con i versi qui sotto e con una lettera che ne rivela l’animo sensibile e testimonia il suo essere un poeta “attento”, calato nella realtà. Continua a leggere
















