“… toujours tu cheriras la mer”
(Marco Beconcini acquerello, 2018)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». [Mt 13,44-52]
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Un unico tesoro.
“Cose nuove e cose antiche”. Che differenza c’è fra il “tesoro” e le “cose”?
Certamente, il tesoro è fatto dalle “cose”, ma nessuna “cosa” equivale al tesoro. E neanche l’insieme delle “cose”. Il tesoro è una realtà altra rispetto alle “cose”, di cui pure è costituito.
Spesso siamo attratti dalle “cose” e non siamo più capaci di vedere il tesoro. È più semplice considerare le “cose” singolarmente. Ci stanno davanti, le possiamo esaminare, le possiamo giudicare e siamo convinti, così di poter conoscere il tesoro, come insieme di “cose”. Non ci accorgiamo, in questo modo, di perdere la capacità di cogliere la complessità del tesoro, data dai nessi e dalle relazioni che legano fra loro le “cose”. In questo consiste il compito del padrone di casa che ha a disposizione un tesoro: cogliere le relazioni fra tutto ciò che costituisce la preziosità e l’unicità del tesoro.
Inoltre, non sta al padrone di casa stabilire l’importanza delle varie componenti del tesoro, ma sta a lui il dovere di riconoscere quali, fra queste “cose”, sono più o meno importanti. Con quale criterio? Probabilmente, quello di cercare di assumere sempre più una logica di “discepolo”. Così, ogni scriba, divenuto discepolo, potrà amministrare il tesoro senza timore di disperderlo o di impoverirlo. Al contrario, chi pretenderà di imporre la propria logica su quella del Regno, non solo perderà di vista l’importanza del tesoro, ma ne saprà estrarre solo “cose” che, nella loro parzialità, non saranno più segno del tesoro a cui appartengono, ma pretenderanno di assolutizzarne, ognuna per sé, il contenuto e l’interezza.
Lo abbiamo visto, nel corso dei secoli. Quando i cristiani hanno preteso di far valer i loro “valori”, non solo hanno perpetrato violenza su minoranze, ma hanno anche reso meno evidente o addirittura invisibile quello che avevano di più prezioso: l’unità. Si sono costruiti sistemi teologici a sostegno di quelli politici, si sono considerate non negoziabili quelle “cose” che, pur nella loro importanza, potevano essere valutate con serenità e soprattutto, senza perdere di vista il bene assoluto per cui quelle “cose” acquistavano valore. Il risultato è stato l’irrigidimento delle parti, la rottura dell’unità, la sclerotizzazione della Tradizione, considerata come insieme di verità e non come corrente di misericordia.
Nel tesoro ci sono sempre state “cose antiche e cose nuove”. Questo ha sempre fatto sì che il tesoro non fosse mai esterno alle dinamiche della Storia, ma ne facesse parte, costituendone la trama. Lo scriba divenuto discepolo è colui che sa ascoltare sia le voci che gli arrivano, sia la Parola che lo costituisce per quello che è. Solo in questo modo saprà trarre dal tesoro, di volta in volta, l’antico e il nuovo, perché la radice non immobilizzi e la novità non spaventi. Non può non essere antico, il tesoro, e non può non essere nuovo. È la “Bellezza tanto antica e tanto nuova”, che ha innamorato di sé Agostino e tutti quelli che hanno ascoltato il loro desiderio e hanno lasciato che dilatasse il loro cuore. Ama le cose antiche non colui che ne fa un feticcio capace di dare sicurezza e potere, ma colui che ne coglie il fuoco desiderante mai uguale a sé stesso.
Che cos’è il “Regno”? che cos’è la “perla” e che cos’è il “tesoro” per cui valga la pena di rinunciare a tutto? Qualunque tentativo di risposta condurrebbe verso la “cosificazione” del tesoro. È questo. È quello. È quell’altro. Sappiamo solo che non è qui o lì. Sappiamo solo che non si trova dove noi abbiamo stabilito che sia. Sappiamo anche distinguere, però, la sottile gioia che monta piano piano e che stravasa e che inonda e che contagia, quando sperimentiamo quello che ci permette di parlare di autenticità di noi stessi, senza maschere, senza sovrapposizioni. Quando questo accade siamo vicini alla “perla” e al “tesoro”. Per questo siamo fatti e per questo è ogni nostro desiderio.
Esistono cercatori di perle, ma esistono anche quelli che trovano tesori senza cercarli. E non è detto che i primi abbiano più possibilità dei secondi. Cercare la perla può essere senza frutto, se la si cerca nel posto sbagliato. Il tesoro di cui parliamo, il Regno, non è frutto di ricerche specifiche, ma si rivela per quello che è: puro dono e, per questo, sempre altrove rispetto al nostro campo di ricerca. Il dono, per sua natura, è imprevedibile, sia nei tempi, sia nei modi. Sorprende. Sia che siamo cercatori con lucerne improbabili, del tutto inutili ( “Come può farmi lume…in tanta inondazione di luce?”- G. Caproni, “Il Cercatore”), sia che cerchiamo altro, senza sapere che stiamo cercando l’unico tesoro per il quale vale la pena davvero di lasciare tutto. Sempre altrove, ché non c’è luogo capace di contenerlo e sempre al fondo di ogni cuore, ché la memoria non se ne liberi.
“Homme libre, toujours tu cheriras la mer !” (C. Baudelaire)

