“Sotto Graffio” di Lucrezia Maggi

Sotto Graffio di Lucrezia Maggi. Di sbarre e di nuove gabbie (ed. Delta 3)

Recensione di Francesco Improta

Originaria di Taranto, Lucrezia Maggi, poetessa e operatrice culturale, presidente e fondatrice dell’Associazione culturale Le muse project, ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, è attiva sulla scena letteraria dal 2007. Da allora ha pubblicato, con successo di pubblico e di critica, numerose opere in versi e in prosa. Sotto Graffio, di cui ci occuperemo oggi, è la sua terza silloge poetica, dopo Indelebile (Controluna, 2018) e L’arido arpeggio (CTL Editore Livorno, 2022) in cui la sua voce si alterna a quella del cugino Francesco Maggi. Il titolo, impreziosito da una copertina, che visualizza le ferite che attraversano il corpo e la mente dell’autrice, è fin troppo eloquente; si tratta, infatti, come si legge chiaramente nell’introduzione, di un viaggio sotto pelle, alla ricerca delle crepe che lacerano l’anima e mortificano lo spirito. L’esergo di Vincenzo Cardarelli, che assimila la sorte del poeta a quella dei gabbiani, mi ha richiamato alla mente un autore, a me molto caro, Francesco Biamonti: “Intonacati d’aria andavano al mare, ancora marmoreo, come a un letto di pace” e ha evidenziato l’inquietudine che governa l’esistenza di Lucrezia Maggi e al tempo stesso il suo desiderio di pace.

Come chiaramente afferma nella sua bella e concettosa prefazione, il Maestro Filippo D’Eliso, la poesia che affiora in maniera talvolta rude e prepotente, spesso slabbrando le cicatrici delle ferite non ancora del tutto rimarginate, non è poesia decorativa né di semplice intrattenimento ma poesia che testimonia una fragilità di fondo connaturata in ogni essere umano che anela all’infinito ma è costretto a fare i conti con la sua finitezza. Si rileva, infatti, qualche eco leopardiana: “ Nel profondo mare // dell’Infinito // annega la magia // di stelle e desideri // vaghi”. I componimenti sono in tutto trentacinque ma non tutti sono inediti, quattordici erano stati pubblicati nella seconda silloge poetica L’arido arpeggio, partorito dal desiderio di avvicinare la poesia alle condizioni ineffabili della musica. Si affaccia, ancora una volta, la lezione imprescindibile del poeta di Recanati. Aver riproposto quei quattordici componimenti evidenzia non solo la continuità del discorso poetico di Lucrezia Maggi, fatto di slanci lirici e di pause di riflessione, ma sottolinea anche il desiderio di restituire senso e luce a versi rimasti ingiustamente in ombra. I temi di cui sono materiati questi componimenti sono la memoria, il dolore, la solitudine, la nostalgia ma il vero fulcro di questa silloge poetica è Il male di vivere di montaliana memoria, confermato e amplificato dal genocidio perpetrato in Medio Oriente a danno dei palestinesi e dalle mire espansionistiche del più guerrafondaio capo di Stato: “In un mondo anestetizzato // dalla brutalità, //dove la guerra è ombra che si allunga, // le mie barchette di carta // sono un urlo muto, // un appello alla compassione, // un’invocazione”.  E quelle barchette sono nell’abisso dell’indifferenza e nel silenzio della complicità un atto di fede, di speranza, di resistenza. Anche nei confronti della cronaca più esecrabile e in particolare nei confronti del femminicidio, a cui dedica un intero componimento, Il silenzio che precede, Lucrezia Maggi fa sentire la sua voce forte e sdegnata, espressione di una coscienza vigile e attenta alle offese del mondo. Altre volte, invece, La Maggi si sente fuori luogo, fuori da sé e dal contesto in cui vive, lontano da ciò che è stato e distante da ciò che sarà. Mi riferisco al componimento che riporto integralmente, Anatopia del pensiero:

Si cristallizza il tempo in aporie
mosaico di istanti disgiunti
architettura di silenzi si erge
sulle lacune del reale.

Un’onda anomala è il pensiero
si sfalda in frammenti il presente
reliquie di memoria si perdono
negli echi del tempo.

Il passato è un’ipotesi,
un’equazione insolubile,
un luogo senza luogo
dove il pensiero si perde

L’ultima quartina mi ha richiamato alla mente il bellissimo incipit de L’età incerta di L. P. Hartley, in cui si afferma che il passato è una terra straniera in quanto non siamo più le persone che eravamo e non solo i luoghi che abbiamo abitato ma anche i pensieri che abbiamo coltivato ci appaiono estranei. Si tratta non tanto di una distanza fisica o materiale quanto di una distanza emotiva ed evolutiva. Motivo, quest’ultimo, che si ritrova anche in Montale e precisamente in Cigola la carrucola “… si deforma il passato, si fa vecchio // appartiene a un altro… // Ah che già stride // la ruota, ti ridona all’atro fondo, // visione, una distanza ci divide.” E Leopardi e Montale sono presenti anche nelle scelte stilistiche di Lucrezia Maggi che oscilla tra il linguaggio evocativo e allusivo del conte di Recanati e il linguaggio scabro ed  essenziale del poeta di Genova. La ricca strumentazione retorica e l’utilizzo sapiente delle scansioni spazio-visive, i cosiddetti bianchi, consentono ai versi di respirare e alle emozioni di espandersi e dilatarsi. Le ferite proprie e le macerie del mondo non soffocano, però, il desiderio  di pace o quanto meno di una tregua, che Lucrezia Maggi continua a perseguire, illudendosi di trovarla  nella luce del tramonto: “ Nell’ultimo respiro del giorno // si cela la pace dell’anima, // la realtà si svela // e la bellezza si fa eterna” oppure nella quiete della casa, non molto diversa dal nido pascoliano, tra consuetudini collaudate (tè verde e caffè cremoso), gesti rituali e dolci ricordi: “Le mura sono un nido di quiete, // il buon ritiro // dove il tempo si arrende. // Alle otto, // la sera, // il mondo esterno si dissolve // nel silenzio.” Vorrei concludere questa nota critica riportando le parole finali della prefazione del Maestro Filippo D’Eliso: “una scrittura, quella della Maggi, che non orna ma orienta, che non spiega ma illumina.” E il compito della poesia più autentica, come di tutta la vera arte, non è quello di fornire delle risposte ma di far affiorare delle domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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