L’efficacia dell’azione. Una riflessione storica

 

 

Togliatti, l’efficacia dell’azione

di Danilo Di Matteo

Spesso i nostri giudizi smarriscono l’essenziale, nella sua semplicità. Ecco, considero salutare per le sinistre, in prossimità dell’anniversario della morte di Palmiro Togliatti (Jalta, 21 agosto 1964), interrogarsi sul senso della sua azione e del suo pensiero. Già, azione e pensiero: nulla dies sine linea (non passa giorno senza disegnare, per il pittore dell’antica Grecia Apelle, o senza scrivere, per persone come Gramsci o Togliatti, con l’inchiostro verde da lui prediletto). Un passo indietro, nel 1845. Karl Marx scrive, tra l’altro, l’Undicesima Tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo». Attenzione: non il rovesciamento dell’esortazione di Aristotele alla filosofia, bensì l’espressione di un’istanza di equilibrio tra teoria e prassi. La contemplazione teoretica non va relegata, per il pensatore di Treviri, a una posizione ancillare o subalterna; al contrario, andrebbe coniugata con l’azione trasformatrice.

In precedenza, sia i conati di ribellione, scaturiti da semplici esperienze di vita o da vaghe aspirazioni teologiche, sia la mera speculazione filosofica si erano mostrati impotenti, incapaci di incidere in maniera durevole sul corso degli eventi. Si trattava, dunque, di uscire dall’impasse. Analogamente, semplificando un po’ un quadro assai variegato e complesso, sia la nascita, nel 1919, de L’Ordine Nuovo sia la scissione di Livorno del 1921, con la fondazione del Pcd’I, sia la svolta togliattiana del 1944 rispondono all’esigenza del connubio fra elaborazione teorico-culturale e azione di cambiamento delle condizioni di vita di milioni di uomini e donne.

Sicuramente lo studio di Niccolò Machiavelli – il partito come novello Principe –, accanto a quello di altri classici della cultura nazionale ed europea, ha influito sulla linea politica del Pci. Ma ridurre “il Migliore” a un emulo di Stalin e del suo malinteso machiavellismo sarebbe un grossolano errore storiografico e politico. A ispirarlo, sia nelle intuizioni più feconde, dalla celeberrima Conferenza di Reggio Emilia Ceto medio e Emilia rossa al contributo decisivo ai lavori dell’Assemblea costituente fino al Memoriale di Yalta, sia negli errori, talora drammatici (si guardi alla posizione assunta nel 1956 rispetto ai “fatti d’Ungheria”), era l’idea di un’azione politica efficace. Da sempre donne e uomini provano a migliorare la propria situazione e a liberarsi dalle catene della servitù economica, sociale, politica e culturale, ma si tratta in genere di tentativi subito soffocati o resi vani e “normalizzati”. La vicenda del movimento operaio tra Ottocento e Novecento, invece, è in gran parte la storia dello sforzo volto a tradurre un anelito di giustizia in fatti, in realtà. Uno sforzo incarnato proprio da leader come Togliatti.

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