La Morte 4. Svegliarsi, perché?
“Non è questo sole morente che mi fa paura”, recita la voce narrante. Però il sole non si intravede. Viceversa, tre alberi campeggiano, alberi fronzuti e dietro di loro (a delimitare un campo?) una lunga geometrica recinzione, non troppo alta. Nella vignetta in basso, gli stessi alberi, la stessa recinzione ed in primo piano il volto di un ragazzo dalle grandi orecchie, che fissa qualcosa, la bocca semiaperta.
È una presenza costante e tuttavia non invadente la Morte, nel romanzo grafico di Davide Reviati Morti di sonno. Per quasi 350 pagine questo fumetto, tradotto in vari paesi, pescando nella memoria dell’autore riesce ad immergerci in un’atmosfera saporosa e plumbea al contempo, dove tutto accade perché deve accadere, dove i personaggi, prigionieri prima felici poi sempre più perplessi del luogo in cui abitano, sono mossi da una strana necessità, vanno incontro al destino con incosciente spavalderia oppure finiscono per accettarlo custodendo con cura allucinata il proprio malore. Il luogo è il villaggio ANIC, negli anni Settanta, sorto accanto ad uno stabilimento dell’ENI, un quartiere modello voluto da Enrico Mattei: “Lui ha costruito le nostre case. L’asilo e la scuola elementare, il bar la chiesa. Il teatro, dove la domenica danno i film di cauboi. E poi la centrale elettrica che dà luce e riscaldamento a tutto il villaggio”. Non manca nulla: il lavoro, i servizi, tanto verde. Eppure la morte incombe, in varie forme. Anzitutto quella del demiurgo, dello stesso Mattei: “Lui è morto più di dieci anni fa, dicono. In un incidente aereo. Qualcuno dice anche che lo hanno ucciso”. Poi le mancanze improvvise: il padre di un compagno, che arbitrava le partite di calcio, non si fa più vedere. Un’incidente in fabbrica? La madre del ragazzo dalle grandi orecchie gli racconta che è partito per un lungo viaggio. E lui si chiede: “Partito? Perché? Per dove? Ho cominciato allora a pensare che la morte fosse solo un’assenza ingiustificata”. Oppure, un addio tra ragazzi, un semplice saluto che il tempo rende definitivo: “Da allora non l’ho più visto. Sparito. Che differenza c’è con la morte?”.
E intanto si cresce. Giocando a pallone fino a notte fonda, nascondendosi negli orti, torturando le rane, rifugiandosi a casa quando, per un guasto in fabbrica potenzialmente letale, squilla imprevedibile la sirena dell’allarme. Si cresce, malgrado i segnali, con l’idea che un giorno “Sarà lo stabilimento a occuparsi di noi”. E quando si diviene adulti (senza accorgersene?), la morte entra a far parte della vita stabilmente, in via ufficiale: e si partecipa ai funerali, una partecipazione sfocata, espressa in una pagina in cui il funerale, la chiesa, il carro funebre, i parenti, gli amici sono solo abbozzati, cellule di un disegno volutamente non finito.
Attraversato, o meglio, punteggiato da un testo essenziale, che non si nega al paradosso, “Può succedere che un’estate lunga dieci anni finisca in mezzo minuto”, il fumetto scorre implacabile nel suo tratteggio fitto, scuro, a volte annegato nel bianco, un tratteggio preciso, che racconta spiazzando: il sole sembra un gomitolo col buco, gli alberi dei porcospini con il gambo, la pioggia, che scroscia in linee sottili sulla spiaggia, zampilla in minuscoli frammenti sul selciato, mentre il sogno si sfalda, lupi rinsecchiti attaccano i ragazzi in bicicletta (sarà vero?) ed il paese cambia pelle, laddove lo stabilimento cambia nome. Allora, “Vien voglia di nascondersi. O di scappare”.
Già, ma dove? E perché poi Morti di sonno? Torniamo indietro. Il ragazzo dalle grandi orecchie pedala sulla strada che lo riporta a casa. A terra, scorge il corpo di un compagno. Non si ferma, scappa via, corre ad avvisare il padre, che sta dormendo. “C’è Marzio qui sotto. È steso per terra nel prato. Sembra morto”. Il padre lo fissa, in silenzio. Poi lo manda a dormire. Il figlio insiste, ed ottiene la stessa risposta, lo stesso invito. Fuori, il compagno, in un’ampia vignetta scontornata, giace ancora sul selciato, le unghie di una mano infisse nel terreno. Nel riquadro basso della pagina, il ragazzo dalle grandi orecchie, lo sguardo che fissa qualcosa in alto, su un soffitto che non si intravede, è avvinghiato alle coperte. Morti di sonno, entrambi, ciascuno a suo modo. Svegliarsi, perché?
Davide Reviati, Morti di sonno, Coconino Press 2009


