
Per Marco Plebani il più alto livello di consapevolezza che la poesia può raggiungere è simboleggiato dal Decimo dan. Da qui il titolo della sua raccolta per le Edizioni La Gru (2022). Nelle arti marziali esprime il massimo livello di abilità. Ecco, mi sono domandato il perché di questa scelta. Se seguo istintivamente la stessa associazione proposta dall’autore, penso che questo livello raggiunto sia di rottura. La poesia di Plebani sloga definitivamente e pienamente il suo rapporto con la comunicazione. Il lettore può anche non esistere. E se, per fortuna, c’è, deve accettare la sfida di questa esperienza distonica. Se fosse musica, e Plebani è un musicista, il ritmo sarebbe punk, la melodia sarebbe dodecafonica. Voglio un verso senza pause e scuse. Punto e basta. Ogni altro discorso, su metrica e poetica, è diventato del tutto inutile. Qui la poesia è puro e semplice esercizio biologico ed esperienza esistenziale. Sfinito come statua cicladica./ Defluito scarico industriale./ Automobile nera nel buio,/ buio rattrappito/ delle colline in seno./ Alla fine della neogalleria/ di Macerata qualcuno mi trovi/ come qualcosa che qualcuno ha perso/ ed ha affisso in avviso… Nell’entropia sociale del nuovo millennio Plebani costruisce con le parole la propria zattera di salvataggio.

Non c’è postavanguardia, tardosperimentalismo, né dadasimo di ritorno. La scrittura di Plebani è strutturata e consapevole. Con il montaggio apparentemente caotico di schemi inusitati, endecasillabi e rime provenzali egli prova persino ad imbrigliare il caos verbale dell’epoca social virtuale. Anche se si può rimanere storditi di fronte a questo magma, che talvolta diventa fiume in piena, si sente che la poesia che oggi scriviamo non sarà più la stessa. Non ci sarà strega, festival o reading a canonizzare questo demone liberato e liberatore. Almeno fino a quando le nuove forme di scrittura avranno preso forma di poesia nuova. Alla comprensione tua brinderemo.
