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La speranza


Siamo sempre preoccupati di non farcela, tentati di arrenderci, pronti a scoraggiarci. Dimentichiamo che Gesù è sempre disposto a sorpassarci con la grazia, a precederci, per aprirci la via. Lasciamo l’ansia e abbracciamo la speranza.

Sperare

Sperare di non andare in purgatorio per vedere al più presto Gesù: è un desiderio che Lui apprezza, che lo onora. Così insegna alla Bossis, nel libro che dovrebbero leggere credenti e non credenti, allegri e disperati.

[Gabrielle Bossis, Lui e io, Diario intimo di una mistica del Novecento, Genova, Marietti, 2012]

L’arte


Dio ci incoraggia: siamo testardi, complicati, ma Lui ci incoraggia. Cos’è l’amore se non questo aprire le porte della vita, questo mettere legna nel fuoco dei giorni, un far gonfiare le vele già ammainate? Dovremmo imparare anche noi l’arte difficile della speranza.

Cipolle

Sperare ci fa uscire da noi stessi e consente di raggiungere Cristo. È uno slancio, un salto nel buio, e dunque confina con la fede. La vita è un esodo: siamo fatti per la Terra promessa, non per le cipolle e le pentole di carne dell’Egitto.

Il traino

La speranza, per Charles Peguy, è una piccola bambina che trascina le sorelle più grandi, la carità e la fede. Non si procede, senza questo traino. Lasciamoci portare, lei sa dove condurci, l’ha imparato da Uno che non dispera mai.

Ciò che è Dio

Siamo sicuri di ricevere da Dio? A volte non osiamo sperare. Eppure dovremmo avere un barlume della Sua generosità impensabile, inaudita, capace di salvare anime per una sola preghiera fatta col cuore. Immaginiamo l’impossibile, perché sarà poco rispetto a ciò che è Dio.

La vista

Crescere è avvicinarsi a Me,  dice il Cristo alla Bossis, e le raccomanda di esercitarsi in quella fede certa che fa vedere il mondo per quello che è, ossia con i Suoi occhi. Questa è la vista: e crescendo in questa fede, si cresce anche in speranza e carità.

Il segreto

Siamo chiamati a una vita a due: Lui e io. È la divinità che dà una direzione, un senso alla nostra avventura sulla terra. Per questo il segreto è quello che ha insegnato don Mario: io credo, io spero, io amo. È il modo per attaccarsi a Dio, come il tralcio alla vite. È l’unico modo per vivere davvero. 

Capire la vita

Fai vivere la tua fede, fai sperare la tua speranza, dice il Cristo alla Bossis. Non è così difficile avere il cielo nel cuore. Dev’essere l’unico pensiero, quello che mette in fila tutti gli altri. Solo se si ama Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze si capisce qualcosa della vita. 

In direzione ostinata e contraria

Io sono lo stesso Cristo che è in cielo, cerca di essere la stessa che sarai più tardi, dice Gesù a Gabrielle. Qui ci sono segreti decisivi. Dobbiamo credere, anche se tutto dice contro. Dobbiamo pensare alle cose di lassù, alla beatitudine che attende. Dobbiamo, come Abramo, sperare contro ogni speranza. Viaggiare, insomma, sempre e comunque, in direzione ostinata e contraria. 

La speranza

Sperare è una cosa seria. Speriamo nel bel tempo, in una giornata fortunata, in un incontro promettente. Ma la speranza in Cristo apre le porte del cielo, lo fa intravedere quaggiù, in mezzo ai dolori e alla tragedie. La vera speranza dà una vista d’aquila, immette su una strada che porta alla meta senza deviazioni.

Un atto

Abbiamo bisogno di un vestito nuovo, per entrare in cielo. La veste bianca del battesimo, un cuore rinnovato da un atto di fiducia. Aveva ragione don Mario: il contrario della paura non è il coraggio, è la speranza. Basterebbe un atto di vera fiducia, e poi di volontà, e la speranza diverrebbe la vita di ogni giorno.

Pensieri a cena


L’eucaristia è una cosa seria. Spesso ci si comunica superficialmente, in balia di pensieri avulsi dal contesto, lo sguardo distratto da persone o cose. Dovremmo metterci nei panni di Gesù, scrutare i suoi pensieri nell’ultima cena, comprendere il suo gesto di donarsi agli uomini e alle donne di ogni tempo, ben consapevole dei benefici di tale istituzione. Nello stesso tempo, Egli vedeva le profanazioni e i sacrilegi, tutto nella stessa sera, nella morsa di una solitudine che solo Lui poteva affrontare e superare, senza nulla togliere, anzi semmai aggiungendo, al carico schiacciante del dolore.