Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La porta

(Christine Safa)

«In quel tempo, Gesù disse: – Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta è pastore delle pecore.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo  seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo, invece non lo seguiranno e fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei.

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: – In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.

Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.[Gv 10,1-10]

***

Prima di dirsi “pastore”, Gesù si definisce “porta”. Non porta del recinto, ma “porta delle pecore”.

È tutta sbilanciata in questo senso la descrizione che segue. Non interessa la struttura, interessano le “pecore”, che il pastore conosce e chiama per nome, ognuna singolarmente,

“Porta” è luogo di transiti. È luogo di attraversamenti. Non è luogo di protezione, è soglia.

Non definisce, ma segna un entrare ed un uscire, un permanere come “limen”, non linea di confine, ma zona di attraversamento che non segna una appartenenza escludente.

La porta è luogo di transito, non di permanenza. Gesù vuole essere attraversato. Segna l’attraversamento necessario per trovare il pascolo. Permette di distinguere il dentro e il fuori senza separare o contrapporre, anzi, facendo della distinzione la possibilità di relazione fra realtà diverse. Compito del pastore non è proteggere nel recinto, ma condurre fuori, far sì che ogni pecora attraversi la porta e faccia esperienza dell’attraversamento verso l’uscita. La soglia non è né dentro né fuori, è al centro, come confine. Attraversarla è esperienza di liberazione, di affrancamento da protezionismi castranti, per osare la libertà che garantisce pascoli freschi e sempre nuovi. Attraversare la soglia è anche osare il rischio del pericolo, ma quale libertà ne è esente? Il pastore lo sa, ma sa anche che il suo compito non è proteggere le pecore, ma dare ad esse la possibilità del pascolo, del nutrimento fresco e non stantio come la paglia garantita dalla permanenza nel recinto.

Molti avranno la tentazione di restare al riparo dai pericoli, accontentandosi della paglia, poca ma garantita. Chi conduce le pecore sa che deve condurle fuori, deve attraversare la soglia, passare attraverso la porta. È brigante chi non si cura di questo. È ladro che considera cosa propria le pecore e non ha a cuore la loro crescita. Gesù, la porta, diventa così impedimento e chiusura, esclusione da tutto ciò che è fuori del recinto. La difesa dai pericoli diventa assolutizzazione del recinto e strumentalizzazione della porta. Questa serve solo a far sì che il nemico non entri.

Il pastore, invece, “conosce” le pecore e le chiama per nome, restituendo loro, ad ognuna, la dignità e la consistenza. E le pecore ascoltano e si fidano perché quella voce sveglia il loro desiderio di pascolo sconfinato. È questa la conoscenza che si ha l’uno dell’altro? Saper cogliere e restituire, amplificato, il desiderio che ognuno si porta dentro? Conoscersi è reciprocità di ascolto, è accoglienza del desiderio, che chiede di essere liberato. Gesù-porta è il confine che il desiderio attraversa per la sua liberazione, non è il limite invalicabile che il desiderio frustra.

Chi entra da questa porta è “pastore” e “pecora” insieme. Conduce ed è condotto. Conduce mentre è condotto. Conosce ed è conosciuto. Conosce mentre è conosciuto e nello stesso momento conosce.

Ognuno è “pastore” dell’altro. Ognuno è chiamato per nome e chiama per nome, ognuno è costituito per quello che è e costituisce l’altro per quello che è. Ognuno per l’altro è “norma e regola” (Gregorio di Nazianzo, Omelia 43), assumendosi il carico di condurre fuori, ma anche di non tentare vie sbrigative; di attraversare la porta e di varcare la soglia, non di scavalcare il recinto.

Il recinto è luogo di protezione e di raccolta non di reclusione. È la porta che lo caratterizza come luogo di crescita, proprio in quanto è la porta che permette un fluido movimento di entrata e di uscita, movimento di salvezza.

Questo fluido movimento è segno di vita. La morte è stasi, fissità, immobilismo.

Ed io, dice Gesù, «sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

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2 pensieri su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Alfonso

    …ogni mattina,al levar del sole,all’apparire di quella lama di luce…basta una sola PAROLA:…
    E allora,dal cuore una risposta:
    «Si…conosco quell’UOMO»!
    …e da lontano,…
    …si sente un canto un gallo!…

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  2. Lucio Brandodoro

    Conoscere non sempre richiama fedeltà, è vero. Il tradimento è sempre in agguato perché l’altro richiede radicalità.

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