Voi
Siete le sostanze primitive,
le carezze, gli occhi.
Siete i nervi saldi
e le fiaccole nel tumulto.
Le disuguaglianze
e le guerre senza rivali,
le tane delle vipere,
i sogni a scadenza.
Siete una parte
in un mondo senza divisioni,
dove noi non abbiamo terra
se non la vostra.
Siete le solitudini di cui sopra.
Ci raccontano del vostro passo,
delle vostre gesta
ma mai dei vostri dubbi.
La vostra mano è sempre alzata.
Sulla punta delle dita avete il potere
del disappunto, della correzione,
dell’indifferenza che cade
in controsenso, silenzio, invidia.
Siete il rifugio degli anni più delicati,
poi la prigione, poi l’umana nostalgia
di tutto ciò che pensavamo fosse stato
e in realtà non è mai accaduto.
—
N. 3
Siamo lo scoppio del fuoco,
che sale compresso di vertigine.
Artificio verticale,
dipinto in aria libero.
Sei la fiamma che riceve
e l’eco, pioggia,
scintilla tra le mani.
Fermo, sguardo verso l’alto,
vieni attimo, istante,
battito che dilata,
mi avvolge e si ritira.
Io sono sostanza e tu energia,
che si raccoglie, s’avvicina
e poi mi sfiora.
Io aria e tu reazione,
la frazione di secondo,
e poi lo scoppio.
—
I baci alle stazioni dei treni
Hanno come ritmo il tremore del ritardo,
la paura del mancarsi per un soffio.
A volte la formula più ovvia del film
o la segretezza di tanta gente intorno
e mai nessuno a fianco.
I baci alle stazioni dei treni non esistono.
Sono fatti per essere osservati
da chi non bacia più.
Alcuni sono gli ultimi,
hanno il sapore del marcito,
della vita consumata nell’attesa.
Altri sono casuali arrivederci,
è stato solo per stavolta,
non cercarmi più.
Ma molti hanno quel suono.
Quello di cui parlano gli scrittori,
nascosto nel guazzabuglio del mondo
e che si sente una notte per caso,
sull’orlo dei binari,
là, in mezzo a quel casino.
—
Sei C, di gioco di C con la C,
la prima C che mi viene, la I,
le rughe del sonno la C,
le beffe le belve i baffi le basi
la C dell’organo vivo che chiama la voce,
carovana silenziosa di avverbi
libricino di sensi, sottili, troppo distanti da Te
che Me si comprime e combina e rilascia
caso vuole che senta chiamare,
lascio la pelle, corro, ti prendo al serio che sei,
al 100 % dell’anima tua, serena
che è scesa già gonfia dal piano di sopra
anima seria, sorriso cascato a metà,
cambia il tuo ritornello
fallo di creta che spezzi,
di secco d’inverno di cuoio
di ieri, che c’eravamo ancora.
—
C’era la sete.
Il complimento che avresti voluto svelato
ma non detto e poi la tigre che eri.
C’era tua madre che si alzava, andava fuori
e si accorgeva che c’era la neve.
La soglia di case che non conoscevamo.
C’era il sorriso che ti davano le lenzuola
quando le cambiavi.
C’erano solo tre giorni.
Il pomodoro che non si poteva, tutto a file scalate.
C’era la febbre che ho.
Poi la febbre che penso tu abbia ancora.
C’era un piatto di plastica pieno di biglietti,
gli elastici che tenevano insieme i capelli e le cose,
i tuoi capelli corti e lunghi e le parole
la lingua in tutte le sue forme e azioni.
Il tratto nero.
A volte un casino di gabbiani che non si capiva niente,
a volte i fogli stampati della tesi.
C’era uno specchio e tu ti vedevi bella,
come mi hai detto mentre andavamo via.
E tante altre cose in quella tua testa,
che se me lo avessi chiesto
te lo avrei detto come Marco Polo.
E si faceva mattina senza accorgersene,
ci si ritrovava chissà dove,
un po’ più scalzi, e un po’ più a posto.
Magari.
—
Continuiamo a sfiorarci, così.
È un messaggio di presenza,
è chiederti: seguimi,
disabitua il tocco vero
della tua vera pelle,
e camminami con gli occhi.
—
Breve biografia dell’autore
Nato a Sanremo nel 1986. Si è diplomato a Torino al master della Scuola Holden di Alessandro Baricco. Conduce laboratori di scrittura su Italo Calvino e passeggiate narrative tra i luoghi dei grandi autori del Ponente Ligure. Tra i suoi romanzi ci sono Tria Ora (Demian, 2010), Oblio (Zona, 2011, Premio Città di Ventimiglia), Cave Canem (Demian 2020). Ha vinto alcuni premi di poesia nazionali tra cui Ossi di Seppia, Cairoli, ed è stato sul podio al Beppe Salvia. Le sue poesie sono apparse sulla rivista Atelier (con editing di Giovanna Rosadini) e sul settimanale Robinson, su La Repubblica invece un suo racconto. È infine fondatore del Vivaio del Verso, collettivo di poeti sanremesi ed è ideatore del progetto Scrittori Selvaggi.
—
Cartiglia introduttiva (di Fabio Barricalla)
Ha il passo cadenzato di montagna, la poesia di Gianmarco Parodi – il passo lento lento della prosa. E, al tempo stesso, un non so che di lirico, di fiabesco… Ha, come ritmo, il tremore del ritardo, la carovana silenziosa degli avverbi, ti cammina con gli occhi…
Più che scoppio del fuoco – e più che fiamma che riceve – è sete, anche se narra di carezze e di occhi, di baci alle stazioni dei treni, di vera pelle… E il mare è quel casino di gabbiani, che non si capiva niente.
