Recensione di Giovanni Agnoloni
Filippo D’Eliso, Lì un tempo fioriva il mio cuore (RP Libri, 2020)
Conosco Filippo D’Eliso come musicista, poeta e uomo di cultura, e posso dire che raramente ho trovato un autore che sapesse esprimere con altrettanta intensità e direi quasi compresenza molteplici sfaccettature di una stessa sostanza artistica. I versi raccolti nella silloge Lì un tempo fioriva il mio cuore lo dimostrano. Qui il vissuto dell’autore si riversa mediato dal filtro della sua vocazione umanistica e della sua competenza di compositore, accompagnandosi a risonanze cosmiche che echeggiano la sua passione per la fisica.
Leggiamo ad esempio i primi versi di Miserabili pellegrini:
Miserabili pellegrini
di un universo ignoto
vaganti nel buio
della notte amica
in cerca di verità
nel cosmo dissanguato
dalla cieca cupidigia
di mani insensibili
ai dolori
delle umane genti
occhi selvaggi
bagnano
l’asfalto grigio
strade vuote.
In questa e in varie altre poesie di questo volume colgo echi petrarcheschi e leopardiani, nonché suggestioni figlie di un immaginario intriso di “espressionismo” alla T.S. Eliot. Per esempio in Solitudine:
Cammino per lande ignote.
Questo mondo che uccide la mia vita
si dissolve nella mente
e non trovo più il sentiero.
Mi perdo
come carta abbandonata al vento
e alla polvere della deserta distesa.
Nessuno volge il suo sguardo
a cogliere un fiore spezzato.
Così trabocca l’ultima goccia
di linfa nell’infinito.
Questo non significa che Filippo D’Eliso faccia il verso ai maestri del passato. Rifiltra, semmai, quella formazione, lasciandola colare attraverso un vaglio metafisico che, da profondità insondabili, sembra aprire un passaggio fino alla concretezza della materia. Poi, in questo composito scenario estetico-filosofico, si inserisce anche l’amore, emblema della legge di relazione che collega tutto quanto è presente nell’universo. Come nei primi versi di Visione struggente:
Ti sognavo di sera
dal ponte della lontana giovinezza
quando anche la tristezza
sa di primavera.
Il fiume,
lentamente, scivolava
sotto le tue possenti arcate
e i ricordi,
piano, si scolorivano
alla tua visione.
Le luci erano accese
e l’azzurro cielo squarciava
le dense nubi nere infiammate
dal rosso sole appena tramontato.
Le acque chete
riflettevano velati, i dintorni.
L’amore, infatti, si fa correlativo oggettivo, ravvivando di energia intima e sottile un paesaggio reso grigio dalle ingiustizie della vita, proiezione di quelle tenebre radicali che sono protagoniste di tante notti oscure dell’anima. Come in Respiro:
La luce svanisce e dietro i monti
il sole prelude alla sera.
Il respiro si fa più corto
e nell’aria mortale il cielo si ricopre
di splendori nuovi
mentre coi lenti passi
l’oscurità si fa strada
sui nostri sentieri.
Il canto fa degli uccelli
l’unica speranza del domani
anche se nessuno sa
se ci sarà ancora vita.
In questi versi sembrano potersi cogliere riflessi pittorici (e psichici) consonanti con celebri dipinti di Edvard Munch, ma con un’implicita parentesi di possibile rinascita, che trova espressione, sia pur contrastata, in altre poesie della raccolta. Leggiamo L’alga:
Sulla riva adombrata dai folti pini
si alza una foschia salmastra.
Un pallido sole, qualche nuvola sparsa
orizzonti confusamente fusi
nell’orrido sapore del silenzio.
Si vedono alcuni ciottoli in fila
memori di una geometrica forma interiore,
inermi fanno da protezione
alle ombre viventi del mattino:
scarabei, formiche, un’esistenza.
Caverne sotterranee, cumuli di sabbia e d’argilla,
vite alla dedizione della vita,
la traccia che può lasciare lo scorrere della morte.
Le acque sbattono e s’inabissano
nella profondità del mistero,
eppure anch’io, piccolo essere,
ho la mia parte con occhi lucidi striscio
sul suolo sabbioso dove a malapena
riesce l’equilibrio.
Aspetto il momento per scivolare senza storia
nell’indifferenza dei miei assassini;
ma il mio sangue è il sangue di tutti
ed è divino:
acqua e luce sono il mio nutrimento
la mia vita non può essere vana.
Ma se sto morendo, giorno dopo giorno,
intossicato dall’aria e avvelenato dall’acqua
divento alga,
un filo d’erba sbattuto dal mare
nel mistero del destino.
L’approdo pare essere una nuova dimensione di consapevolezza del radicamento in una terra vivificata dalla perenne danza degli elementi che costituiscono il cosmo – quasi in un richiamo alla sapienza presocratica. Come ne L’attesa:
Nell’attesa della nuova luce
trascorre insonne la notte.
Sono un uomo che sogna oltre la siepe
un ritorno alla terra
vissuta in un altro corpo
guardata con altri occhi.
Credo ancora nella freschezza dei campi
di grano, nelle corse sfrenate
attraverso le pozzanghere,
caderci dentro per poi soffermarsi al sole
a ridere di noi compagni di gioco
sotto la pioggia e nella gioia
con i sorrisi di chi si ferma ancora a sognare.
Qui scorgiamo il segno della nostalgia di anni freschi e sgombri dai detriti dell’esistenza, unitamente al senso di un’apparente fine che – come anche nella poesia citata subito prima – è funzionale a un risveglio-rinascita, oltre che carica delle risonanze del prossimo mattino. Infatti la notte, nonostante l’inevitabilità del suo ricorrente sopraggiungere, non fa più paura.
In fondo resta, nuda, la coscienza dell’essere qui e ora, che insieme alla musicalità sottilmente sinfonica di questi versi apre a un’inedita sintesi di spirito e materia. Come nella prima strofa di Infanzia:
Il vento sui tetti colmi di sole
tra le ombre che si rincorrono
il respiro che sfida la fine
le immense distese di verde
verso velocità infinite. Io sono qui.
Il vivere e il soffrire, come il gioire e l’illuminarsi, si rivelano frammenti di una danza cromatica che è parcellizzazione di un’unica luce e, sia pur indirettamente, allude e rimanda all’Eterno che tutto racchiude e attende. Concludiamo allora con Nei tuoi occhi:
Colori di sofferta attesa,
vibranti e vaghi.
Orli e profili
che la sola notte
dona, col silenzioso
impeto della carezza,
sciogliendo la luce
della non più celeste volta
in un sospirato abisso.
