Recensione di Monica Baldini
Alessandro Moscè, Le case dai tetti rossi, Fandango Libri, 2022
Le case dai tetti rossi di Alessandro Moscè, edito da Fandango, è un romanzo che tratta un tema assai complesso: la malattia mentale prima della Legge Basaglia che ha comportato la chiusura definitiva dei manicomi. Prima, chi vi entrava, era condannato per sempre come un ergastolano. Qualcuno non era nemmeno malato, ed è tremendo ammetterlo. Perché una prostituta, un epilettico, un barbone finivano in un istituto psichiatrico fino al termine della loro vita? Perché la società era impreparata ad accoglierli e perché le famiglie non avevano alcuna attenzione per il cosiddetto “diverso”. Oggi sarebbe impensabile, tanto che Moscè lo dice apertamente che la Legge Basaglia, promulgata nel 1980, può considerarsi la più grande conquista civile del dopoguerra italiano. Di questa narrazione colpiscono in particolare i personaggi tratteggiati con maestria: Arduino il giardiniere tenta di risvegliare l’anima delle donne più afflitte regalando loro dei mazzi di fiori che coltiva nel giardino del manicomio. Un gesto inconsueto in favore di chi non si è mai sentito amato e che ha bisogno di calore umano. Le piante e gli alberi abbelliscono la struttura di Ancona, che un tempo ha ospitato centinaia di persone (oggi in quello spazio ci sono dei poliambulatori e la caserma della Guardia Forestale). Tornando ai personaggi, non può non essere menzionato Nazzareno, un omino che amava i travestimenti, dallo spirito giocoso, che aiutava tutti e che raccontava barzellette per strappare un sorriso ai più tristi. Moscè si è dedicato alla stesura del romanzo quando i suoi nonni materni se ne sono andati e la casa di famiglia, ubicata a pochi metri dal manicomio, è stata venduta. Rivede i tetti rossi dopo tanti anni: “Sono tornato indietro nel tempo con curiosità e commozione. Allo sfolgorio e al sipario delle ombre di via Cristoforo Colombo i miei occhi prestano un’attenzione tesa. I bagliori lontani emanano qualcosa che resiste, che non si perde nel nulla. Passeggio nell’area dell’ex manicomio seguendo un percorso che non c’è”. Affiorano i ricordi di un infante che sbirciava oltre il cancello, che vedeva uomini e donne ciondolare con le maniche delle camicie lunghe, che sarebbero servite, all’occorrenza, da camicie di forza. Moscè lascia sempre uno spiraglio di speranza, come se quel manicomio potesse riscattare chi lo abitava ridando dignità ai sofferenti. Ne era convinto il basagliano professor Lazzari, il primario, mentre il giovane allievo Fermenti credeva un po’ meno alla rivoluzione della psichiatria. Ma alla fine i muri vennero abbattuti e la segregazione della malattia mentale superata. I luoghi di prigionia furono sostituiti dai luoghi di trattamento medico. Le case dai tetti rossi è scritto con una lingua persuasiva in cui avvertiamo il sogno del poeta trasfigurato in un alfabeto esistenziale dove prevalgono i “moti del cuore” e non le immagini cupe. Moscè introduce anche un linguaggio scientifico, quello dei medici, come l’uso del dialetto anconetano. La città si accorge del manicomio e non ne ha più paura, tanto che viene allestita una festa di carnevale per l’interazione della popolazione con la gente dei tetti rossi. Ci si accorge che anche i matti sognano, si commuovono, sono investiti dai sentimenti e non solo dal tormento delle ossessioni. Tra luci e ombre, il manicomio rimane il racconto di soggetti osservati nella loro intimità, dotati di dolcezza e misericordia. Piccole storie di una comunità perduta e ritrovata. Piccole storie di un passato che non tornerà più.
