Recensione di Francesco Improta
Rita Pacilio, Quasi madre, peQuod edizioni
Rita Pacilio, poetessa, sociologa, mediatrice familiare, responsabile della casa editrice RPlibri, con Quasi madre, pubblicato da peQuod, ci ha lasciato, a mio avviso, un’opera per molti versi definitiva e imprescindibile. Non vorrei essere frainteso, Rita Pacilio non smetterà certo di scrivere e di farci dono della sua sensibilità, della sua lucida intelligenza e della sua personalissima vena poetica, così differente da quella dei tanti facitori di versi. Nel pieno, però, della sua maturità di donna e di artista, la poetessa, originaria di Benevento, ha sentito l’urgenza di fare i conti con il passato, in una sorta di consuntivo della propria vita, e di portare chiarezza in un rapporto complesso, problematico e fin troppo doloroso qual è quello con la madre e sotto questo profilo più che eloquente risulta il titolo (… e mi guarda // quasi madre // disabitata con la testa curva, aspra // disperata). È un corpo a corpo con chi l’ha messa al mondo ma pure con sé stessa e la poesia, passione di tutta la vita. Un corpo a corpo materiato di rimproveri, di silenzi glaciali ma anche di carezze e di baci sia pure solo vagheggiati:
Potessi ricordare una carezza // quel poco amore che era tutto // per raggiungerti. // Potessi smettere di sentire l’odio // che agiti nella testa vecchia, // mi chiami tre volte, mai con il mio nome.
È naturale che un rapporto conflittuale, malato come questo lasci una scia di veleno nella quotidianità, suscitando risentimento, gelosia, profonde lacerazioni, capaci di modificare le relazioni familiari e interpersonali e di generare intense forme di anaffettività (Tutti a ricordare le braccia della mamma / /ma tu con me sei madre e forestiera insieme // Mi scorre sul viso la vergogna // su tutto il dolore cade il silenzio). Si apprezzano, comunque, sincerità e coraggio nel mettere in piazza il proprio “inferno” domestico, nel vivere autenticamente la propria esistenza senza remore, infingimenti o maschere convenzionali. A episodi dolorosi del presente si alternano anche ricordi felici dell’infanzia all’interno di uno stesso componimento:
Lividi, sangue e lacrime di guerra // cadono a terra dall’elmo disgustato // è uno sforzo immane arrivare fino a qui // devota e crocifissa al tuo lamento. // Quando mi mandavi a letto senza cena // eri bella e con le unghie laccate // avevi due brillanti sulle dita // e i capelli rossi come Milva.
Non bisogna credere, come osserva giustamente Piero Marelli nella sua puntuale e lucida postfazione, che in questa silloge poetica Rita Pacilio parli esclusivamente del suo vissuto, in quanto la sua è poesia espansa che assume, attraverso allusioni ed esplicite riflessioni, connotazioni che esulano dall’ambito privato per farsi sociali e storiche. Con questi versi, infatti, la Pacilio ci rivela, senza supponenza o facili pedagogismi, l’importanza della figura materna e la sua influenza sulle scelte future dei figli.
Se è vero come dice T. S. Eliot – e ricorda Marelli – “che la musica della poesia non esiste indipendentemente dal significato”, io credo che il linguaggio – e per linguaggio intendo il lessico, le scelte stilistiche, la strumentazione retorica e le scansioni spazio-visive – meriti un’attenzione altrettanto puntuale e approfondita. Un linguaggio che da un lato rimanda a U. Saba per la semplicità e la naturalezza con cui la poetessa, attraverso un lessico quotidiano, familiare, si cala nella propria interiorità facendo emergere inquietudini e fragilità e dall’altro lato si ricollega a E. Montale per la valenza morale e conoscitiva che attribuisce alla letteratura in genere e alla poesia in particolare, in polemica con l’estetismo dannunziano e lo sperimentalismo delle avanguardie del primo Novecento. Il poeta per Montale come per la Pacilio è “disincantato, savio e avveduto” chiamato a capire e a interpretare il mondo, attraverso il filtro della propria esperienza personale. L’oggetto del suo poetare rimane pur sempre la condizione umana. Va rilevato, però, che mentre Montale adopera uno stile duro e asciutto (cfr. Ossi di seppia), quale specchio della disarmonia del mondo e della propria inadeguatezza, la Pacilio ricorre a uno stile più morbido e sensuale, decisamente più musicale e non perché nella Pacilio non ci siano incertezze o senso di precarietà ma per il desiderio di una consolazione che Montale rifiuta a priori. I versi della poetessa beneventana costituiscono una sorta di compensazione o di risarcimento psicologico nei confronti delle offese e delle ferite della vita. Uno stile, il suo, decisamente colloquiale per l’inserimento in quasi tutti i componimenti di battute dialogiche in corsivo che rendono più vivo, palpitante e talvolta drammatico il rapporto tra figlia e madre: “Mamma ti ho portato le caramelle“ così inizia una poesia che si conclude con una frase che trabocca di acredine, risentimento e odio “Maledetto il giorno // che ti ho messo al mondo”.
In questo conflitto quotidiano, “perché lo spirito guerreggia dappertutto” (reminiscenza foscoliana, cfr. il sonetto Alla sera) ci sono delle pause bellissime in cui la Pacilio si riconcilia con la natura, con l’amore e con la vita e con questo componimento, di bellezza straordinaria e di adamantina purezza, mi piace concludere questa breve disamina di una delle opere più intense e struggenti che io abbia letto in questi ultimi tempi.
Ci sono tenerezze ripulite
dalla neve, sconfinate sugli steli
appena dischiusi al mondo:
sono così gli occhi innamorati
quando iniziano l’amore,
sciolgono grovigli, si stendono
sulle braccia senza mai invecchiare,
meno male che ho benedetto il giorno
con le labbra quando nasce un fiore.
