Verso una gioia solenne
La mano che li contiene è sola
buona e implacabile
come una dèa bambina mentre le dice,
in una lingua nordica,
che tutto è già accaduto
e non c’è altro, nient’altro
che la panchina, quella rovina
cieca di chi vince.
Non c’è altro, vedi, chi ama
sbriciolato dal destino
sa che la solitudine è questa calma
sanguinante,
l’inno che lacera i cortili.
Ora un’occhiata fredda fulminerà
il viale, ascolta
strappano questa stanza
verso una gioia solenne,
e le parole esatte
hanno un vento guerriero
dalla loro parte: nessuno,
dico, nessuno
le ha mai sconfitte

