Archivio mensile:Febbraio 2026

Più che le sentinelle l’aurora 3. Qualunque cosa

di Fabrizio Centofanti

La mente umana è insondabile, dicono. Non è vero: è sondabile da Dio. Non è un dettaglio da poco. Ci sono situazioni impossibili dove non sai più dove mettere le mani. Ma sai che il tuo sguardo è il fattore meno decisivo, c’è ben altro. Il punto è affrontare la vita con la coscienza di non essere autonomi. Allora il mare si apre, e lo attraversi sentendo sul collo il fiato del faraone e dei soldati, lo stridere dei carri e dei cavalli. Sei calmo, c’è una forza superiore che ti guida, ti suggerisce soluzioni, vie d’uscita geniali. Da prete, pubblicizzo il metodo, convinto che non esistano alternative per sciogliere i nodi più difficili. Chi ci crede sono coloro che beneficiano del dono. Mi ha istruito don Mario, e non faccio che trasmettere quello che a mia volta ho ricevuto. Lo ha già detto qualcuno? Sì, un certo Paolo di Tarso. Lui se ne intendeva di miracoli. Continua a leggere→

Chandra Livia Candiani

 

a cura di Giorgio Stella

In forma di prefazione

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e se si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.

A Marina, Osip, Sergej, Aleksandr, Vladimir

Non esotici uccelli
ma abituali abitanti del volo
non solo fucilati
ma con metodica semplicità
assediati
dal pettegolezzo del Bene Comune.
Come risolvere l’enigma
della presenza della poesia
quando perfino il fruscio
dell’erba è delatore?
I morti seminano canti
che sbocciano in uccelli
che seminano canti.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 3

 

Terza pronuncia

Non mi spaventa il rumore.
Il mondo ha sempre avuto mercati e piazze, voci che si sovrappongono, richiami, lamenti, feste. Il suono non è mai stato il mio nemico.
Mi spaventa la folla che non ascolta. E non lo dico con disprezzo. Ascoltare presuppone una sospensione, un arretramento dell’io, un piccolo atto di umiltà interiore.
Ormai la folla non è più un insieme di persone ma un dispositivo, un apparato che distribuisce appartenenza e assegna innocenze.
Non c’è più nessuno che chieda perdono, tutti sono alla ricerca del consenso. Non ci si inginocchia più davanti a te, mio Dio, ci si inginocchia davanti alla platea.
La folla non ascolta la coscienza; condanna per non ascoltare la propria colpa, umilia per non vedere la propria vergogna. Vuole santi immediati e colpevoli definitivi. Vuole una separazione netta, semplice, comoda: da una parte i giusti, dall’altra gli indegni. E non si accorge che questa è una teologia falsa, una teologia senza misericordia, una religione rovesciata in cui il bene non salva ma seleziona.
Io lo so che senza ascolto non esiste compassione, che bisogna ascoltare le miserie degli altri senza trasformarle in sentenze.
Lo so che quando la misericordia scompare anche tu, mio Dio, scompari. Perché nessuno più riconosce il tuo volto.
L’ascolto è il primo atto di fede, forse è per questo che oggi sembri morto.
Abbiamo riempito tutto, costruito felicità artificiali per non far entrare la paura, per evitare le sue profondità. Poi abbiamo fatto di peggio, abolendo l’indulgenza come fosse una debolezza. La folla non ascolta più perché non vuole attraversare la vita, vuole scorciatoie morali.
Eppure, io lo so, che la salvezza non è sentirsi dalla parte giusta ma tremare davanti alla propria oscurità. È riconoscere la propria fame di giudizio ed essere capaci di disinnescarla.
Quando la folla concorda c’è una gioia cattiva, perché mette a tacere la verità, la fa sembrare superflua. Vi è un’assoluzione distribuita.
Dammi, mio Dio, questa grazia minima e terribile: fammi somigliare alla comunione, per non essere divorato da questo mondo.

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Simulacri

Ein jeder Engel ist schrecklich
R.M. Rilke

carnet d’incauti appuntamenti
la trova assente come
di lusso e miseria la vide figlio
eccitato e regredito la
consumò e rimase
quando di stucco l’altro (benché impossibile)
rispose (amico finché la membrana vischiosa)

tra angelo e bestia stanco dis
seminare mancanze crudele e bianco
di notti bianco biancore abiterò
mistico e poeta gridando
la la lalangue è questo
peregrinare angelico

amore di doppio corpo amore di
corpo di doppio al mercato
del bimbo stupendo amore di bête
amore bêtise:
Lamore l’azzurro sacrale di Uno
l’icona di marmo
lamur

Contro l’ordine ingiusto: voci poetiche e dignità umana

 

di Nadia Cavalera

Non nel nostro nome (Edizioni Mondo Nuovo), a cura di Massimo Pamio e Adam Vaccaro, non è un’antologia “a tema”: è un atto. È la decisione di non lasciare che la lingua pubblica — quella dei comunicati, delle giustificazioni, dei distinguo, dei “forse” — continui a passare come innocente. Qui la poesia si mette in mezzo, non per decorare la storia, ma per contraddirla, per incrinare la sua superficie liscia. E lo fa nel punto più scoperto: la dignità. Continua a leggere→

Frammenti di Cinema # 97

 

di Pasquale Vitagliano

Pier Paolo Pasolini è stato un regista, per sua stessa definizione, aristocratico (dopo essere stato nazionalpopolare, almeno fino al Vangelo). Eppure, il suo Decameron (1971), prima opera della Trilogia della vita, aprì la strada a una serie di commedie sexy ispirate al stesso contesto boccaccesco. Sarebbe stato curioso conoscere il suo pensiero a proposito di questo effetto emulativo di massa, sicuramento non voluto. Si contano circa 31 film di questo tipo. Forse il più trash è stato Decameron proibitissimo – Boccaccio mio statte zitto, appena dell’anno successivo, diretto da Marino Girolami, sotto lo pseudonimo di Franco Martinelli.

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Mercoledì delle ceneri, di Thomas Stearns Eliot

 

a cura di Giorgio Stella

IV

Colei che camminò fra viola e viola
Che camminò
Fra i diversi filari del variato verde
In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
Parlando di cose banali
In ignoranza e scienza del dolore eterno
Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti

Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
In blu di speronella, blu del colore di Maria,
Sovegna vos

Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
Lontano i violini e i flauti, ravvivando
Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa

Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
Passano gli anni nuovi, ravvivano
Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
La rima antica con un verso nuovo. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d’oro.

La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola

Ma la sorgente zampillò e l’uccello cantò verso la terra
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa del verbo non detto e non udito

Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso

E dopo questo nostro esilio

La prossima notte, di Giovanni Agnoloni

 

di Riccardo Ferrazzi

Per chi ha la mia età, qualunque sia la squadra del suo cuore, la Fiorentina di Julinho e Montuori è uno di quei ricordi che non svaniscono e che rinnovano la sensazione di aver vissuto qualcosa di mai visto, una squadra imbattibile, con un modo di giocare al calcio mai nemmeno pensato prima di allora, una specie di sogno, ma vero e reale, che durò abbastanza a lungo per non farsi dimenticare, ma anche così poco da farsi rimpiangere per l’eternità. Continua a leggere→

Più che le sentinelle l’aurora 2. L’età della pensione

di Fabrizio Centofanti

Mi interesso di felicità. Tutti la cercano, dall’alba dei secoli. A proposito di albe: qui al Santuario sono straordinarie, forse solo per me, che le vedo dalla finestra giusta. La felicità la si cerca dappertutto, generalmente nei posti sbagliati. Bisogna trovare la finestra.
Un libro intelligente potrebbe procedere per esclusione: mostrare quante vie fallimentari si possano battere per raggiungere questa meta che sfugge, come se potesse trovarsi solo quando si è smesso di cercarla. Non darò la soluzione troppo presto. Ci scherzo anche a messa, dopo aver sollevato l’interesse intorno a una risposta: “ve la dico un’altra volta”. L’omelia è il momento giusto per istigare alla felicità. Avete capito bene: si può preferire la tristezza, che i Padri della Chiesa collocavano tra i vizi capitali – o meglio, tra i pensieri cattivi.
È bello che Gesù cominci il suo discorso programmatico con la parola “makarioi”, felici. Vuol dire che ha affrontato l’avventura terrena con l’intento di indicarci la via per diventarlo, per lasciarci alle spalle la tristezza. Istigare alla felicità.
Gesù era felice: si capisce dai dettagli. In ogni occasione trova il modo di comunicare la parola più efficace e incoraggiante, meglio di un coach. Ho capito che il prete deve fare altrettanto. Pensate se neppure Dio si fidasse di noi. Gesù, addirittura, ne fa un motto: “la tua fiducia ti ha salvato”.
Bisogna tornare bambini, di quelli che danno sempre ragione ai genitori. È come se Gesù avesse i loro sentimenti: un’apertura agli altri che si fa presto a perdere, dopo le prime fregature. Il Cristo non ne viene scalfito. Significa che non soffriva? No: soffriva più di noi. Ma con Lui la fregatura non vinceva. È semplice. Forse troppo per comprenderlo prima dell’età della pensione.

10

Intervista a Williams Busdraghi

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

“Feroce preghiera” nasce dal bisogno di comunicare, dal bisogno di raccontare le emozioni che ogni giorno mi travolgono, quanto i ricordi e la malinconia mi stringano il cuore e quanto la bellezza invece mi riempia di gioia. Viviamo in un mondo sempre peggiore, dove la disuguaglianza la fa sempre più da padrona, dove si è perso l’empatia e la voglia di condividere con il prossimo, e questo libro cerca di essere una piccola risposta a tutto questo e un invito ad ascoltare il cuore, a sentire le emozioni, un invito ad aprire gli occhi e gioire della bellezza di tutto ciò che ci circonda, un invito a non arrendersi e a impegnarci tutti, nel nostro piccolo, per l’amore, per il bene. Continua a leggere→

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Platone è meglio del Prozac, di Lou Marinoff

Molti tra quelli che non hanno studiato filosofia alle superiori – o il cui studio è un ricordo lontano – si chiedono talvolta che ruolo abbia questa disciplina oggi: soprattutto quando, dopo aver visto e ascoltato qualche suo eccelso esemplare nazionale, hanno scelto di cambiare canale in TV.
Visti certi narcisisti beceri e squalificati – complici del/nel loro sfruttamento televisivo – la domanda è legittima. Ma ci sono anche, nelle Università come nei Licei, alcuni filosofi seri, che svolgono la loro ricerca con disciplina e con il dovuto impegno. Uno tra loro ha trovato molti anni fa il modo di pubblicare un libro dal titolo ammiccante: Platone è meglio del Prozac (oggi in edizione Piemme, 2018). E’ Lou Marinoff, docente di filosofia al City College di New York.
Marinoff si chiede come utilizzare la filosofia per scopi pratici – senza farne una psicanalisi alternativa,bensì per condurre il lettore ad avere una maggiore chiarezza dell’essere e della sua posizione verso le situazioni problematiche che la vita offre. “Ciascuno ha una propria filosofia di vita” scrive Marinoff, “ma pochi di noi hanno il privilegio o la disponibilità di tempo per riflettere a fondo. Abbiamo la tendenza ad affrontare i problemi a mano a mano. L’esperienza è una grande maestra, ma c’è anche la necessità di ragionare sulle proprie esperienze, di pensare criticamente, di andare alla ricerca di modelli e di collocare ogni cosa in un quadro generale, per procedere nell’esistenza”.
L’importanza di questo libro – scritto in maniera leggibilissima: finalmente un volume di filosofia che non richiede conoscenze iperspecialistiche o scatolette di Prozac – è quella di proporre, sulla base delle indicazioni fornite da diverse scuole, l’utilizzo della filosofia a fini pratici. Senza promettere magie (non sarebbe da filosofi); ma fornendo strumenti utili nella vita d’ogni giorno. Ricordando che la filosofia, in origine, era un modo di vivere.

Ciao, Giancarlo

Ciao, Giancarlo

Che tristezza! È morto Giancarlo Consonni, una di quelle presenze meno invadenti ma di maggior peso nell’identità culturale della Milano degli ultimi decenni. All’eccellenza culturale sono state pari le qualità umane, e se a Milano mancherà il docente, l’artista e l’intellettuale, a chi l’ha conosciuto mancherà soprattutto la persona. Il sorriso gentile e lo sguardo buono sono state l’ornamento di una cultura profonda e non esibita, vissuta con l’umiltà del “contadino che fa il professore” e che diventava stimolo a disponibilità e generosità nelle relazioni, sempre umane prima che intellettuali e professionali. Continua a leggere→