Quinta pronuncia
L’identità spezzata
L’uomo non ha più il volto dato dalla natura.
Ogni giorno interviene con un’aggiunta, una correzione. Lo compone, lo assembla con materiali instabili. Effettua piccole manutenzioni.
Il risultato finale non è una persona ma una compatibilità con le attese del mondo esterno.
L’uomo, da sempre, è stato una contraddizione vivente, proprio a causa della sua inquietudine: ha sempre portato in sé scarti, parti non coincidenti.
Oggi ritiene che mascherandosi possa avere una completezza, una diversa identità.
Ma c’è nella sua vita un respiro per nulla corrispondente con quanto mostra. C’è un adattamento tenuto insieme con adesivi provvisori, una necessità di essere immediatamente riconoscibile.
L’uomo non sceglie più in base al bene ma in base alla coerenza dell’immagine.
È così che si arriva a quello che possiamo definire un nuovo peccato: l’abbandono della propria interiorità.
Anche la coscienza, per chi ne ha ancora consapevolezza, viene trattata come qualcosa da normalizzare. Da allineare al nuovo credo della società contemporanea, ovvero l’estetica.
In questa situazione la responsabilità umana diventa una rarità e un qualsiasi pentimento improbabile. Perché pentirsi significherebbe dire non sono ciò che ho mostrato; significherebbe incrinare il personaggio che si è costruiti; significherebbe rischiare di perdere l’approvazione.
L’uomo preferisce restare integro davanti agli altri, anche se continua a frantumarsi dentro; preferisce essere credibile e avere coerenza visibile, anche se nulla di ciò che mostra corrisponde al vero.
Tu lo sai, mio Dio, che senza pentimento non c’è ritorno. Senza ritorno non c’è conversione. Purtroppo, stiamo navigando verso una deriva collettiva e sembra che nessuno sia più capace di accorgersene.
Ti prego, mio Dio, fa’ che l’uomo non sia più un funzionamento, fa’ che torni capace di perdere.
















