Quarta pronuncia
La religione dell’allarme
L’angoscia è l’ordine del mondo, e nel tempo contemporaneo viene vissuto come una vigilia.
Ogni cosa precede qualcos’altro, ogni gesto è preparazione, ogni parola è cautela.
L’uomo è costretto a organizzare il suo ingresso nella vita, perché teme. Perché ha bisogno di mettersi al riparo, di costruirsi una protezione. Paga, perciò, il diritto di esistere.
Ogni giornata viene così riscattata con una quantità di tensione, con una dose di allarme, con un tributo di inquietudine.
Come se stare tranquilli e in pace fosse un privilegio non meritato.
C’è un pendolo che tiene l’uomo in allarme permanente e lo vuole sempre pronto.
Così ogni giornata diventa una verifica, ogni pausa deve essere guadagnata.
Ogni stanchezza deve essere gestita, come si gestisce un rischio che non ci si può permettere di affrontare fino in fondo.
Il tempo perde la sua qualità di dimora e diventa un corridoio che porta sempre altrove, un po’ più avanti, un po’ più lontano.
L’uomo ha continuamente paura di essere colto impreparato. Ma non da un pericolo reale: dall’imprevisto.
Si vive in uno stato di simulazione continua. Nulla è spontaneo.
Tu lo sai, mio Dio, che è proprio questo il punto in cui l’umano si impoverisce. Perché la vita viene tradotta in rischio e il cuore impara a trattenersi per paura di rimanere ferito.
Spesso l’angoscia ha il volto presentabile della responsabilità, il lessico pulito dell’efficienza. Ma sotto c’è qualcosa di più antico e di più buio: un’educazione profonda alla diffidenza.
È per questo che l’angoscia diventa una spiritualità rovesciata: un’attenzione continua che non contempla nulla.
E in questo governo l’uomo perde una cosa decisiva: la disponibilità a ricevere. A essere toccato, sorpreso, chiamato.
Tu lo sai, mio Dio, che la fede comincia quando il tempo smette di essere solo attesa e torna a essere presenza. Che in un regime così la preghiera non diventa difficile ma addirittura assurda.
La vita spirituale, in questo clima, viene ridotta a funzione e anche il sacro viene trasformato in uno strumento dell’efficienza.
Se l’angoscia è il metronomo di questo secolo, la nostra salvezza non può cominciare con il silenzio; perché esso rischia di essere un intervallo concesso dall’apparato per rimettere in ordine il sistema e tornare operativi, di nuovo funzionali e compatibili.
La salvezza comincia prima.
Comincia nel punto in cui quel metronomo perde autorità. Quando l’uomo smette di misurarsi in base all’allarme. Quando il tempo smette di chiedere esibizioni e torna a essere semplicemente tempo.
Tu lo sai, mio Dio, che non si tratta di calmarsi. Si tratta di disobbedire a quella legge invisibile che pretende prontezza continua, prestazione continua, cautela continua. Si tratta di restituire alla vita l’imprevedibilità, senza viverla come minaccia; di restituire al cuore la possibilità di esporsi senza sentirsi imprudente.


L’arte di essere fragili- per ascoltare la Vita e vedere la Sua Bellezza.
Grazie!
“Tu lo sai, mio Dio” , la felicità non può essere sostituita dalla sicurezza.
Grazie per la profondità della riflessione.