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Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 5

 

Quinta pronuncia

L’identità spezzata

L’uomo non ha più il volto dato dalla natura.
Ogni giorno interviene con un’aggiunta, una correzione. Lo compone, lo assembla con materiali instabili. Effettua piccole manutenzioni.
Il risultato finale non è una persona ma una compatibilità con le attese del mondo esterno.
L’uomo, da sempre, è stato una contraddizione vivente, proprio a causa della sua inquietudine: ha sempre portato in sé scarti, parti non coincidenti.
Oggi ritiene che mascherandosi possa avere una completezza, una diversa identità.
Ma c’è nella sua vita un respiro per nulla corrispondente con quanto mostra. C’è un adattamento tenuto insieme con adesivi provvisori, una necessità di essere immediatamente riconoscibile.
L’uomo non sceglie più in base al bene ma in base alla coerenza dell’immagine.
È così che si arriva a quello che possiamo definire un nuovo peccato: l’abbandono della propria interiorità.
Anche la coscienza, per chi ne ha ancora consapevolezza, viene trattata come qualcosa da normalizzare. Da allineare al nuovo credo della società contemporanea, ovvero l’estetica.
In questa situazione la responsabilità umana diventa una rarità e un qualsiasi pentimento improbabile. Perché pentirsi significherebbe dire non sono ciò che ho mostrato; significherebbe incrinare il personaggio che si è costruiti; significherebbe rischiare di perdere l’approvazione.
L’uomo preferisce restare integro davanti agli altri, anche se continua a frantumarsi dentro; preferisce essere credibile e avere coerenza visibile, anche se nulla di ciò che mostra corrisponde al vero.
Tu lo sai, mio Dio, che senza pentimento non c’è ritorno. Senza ritorno non c’è conversione. Purtroppo, stiamo navigando verso una deriva collettiva e sembra che nessuno sia più capace di accorgersene.
Ti prego, mio Dio, fa’ che l’uomo non sia più un funzionamento, fa’ che torni capace di perdere.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 4

 

Quarta pronuncia

La religione dell’allarme

L’angoscia è l’ordine del mondo, e nel tempo contemporaneo viene vissuto come una vigilia.
Ogni cosa precede qualcos’altro, ogni gesto è preparazione, ogni parola è cautela.
L’uomo è costretto a organizzare il suo ingresso nella vita, perché teme. Perché ha bisogno di mettersi al riparo, di costruirsi una protezione. Paga, perciò, il diritto di esistere.
Ogni giornata viene così riscattata con una quantità di tensione, con una dose di allarme, con un tributo di inquietudine. Continua a leggere

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 3

 

Terza pronuncia

Non mi spaventa il rumore.
Il mondo ha sempre avuto mercati e piazze, voci che si sovrappongono, richiami, lamenti, feste. Il suono non è mai stato il mio nemico.
Mi spaventa la folla che non ascolta. E non lo dico con disprezzo. Ascoltare presuppone una sospensione, un arretramento dell’io, un piccolo atto di umiltà interiore.
Ormai la folla non è più un insieme di persone ma un dispositivo, un apparato che distribuisce appartenenza e assegna innocenze.
Non c’è più nessuno che chieda perdono, tutti sono alla ricerca del consenso. Non ci si inginocchia più davanti a te, mio Dio, ci si inginocchia davanti alla platea.
La folla non ascolta la coscienza; condanna per non ascoltare la propria colpa, umilia per non vedere la propria vergogna. Vuole santi immediati e colpevoli definitivi. Vuole una separazione netta, semplice, comoda: da una parte i giusti, dall’altra gli indegni. E non si accorge che questa è una teologia falsa, una teologia senza misericordia, una religione rovesciata in cui il bene non salva ma seleziona.
Io lo so che senza ascolto non esiste compassione, che bisogna ascoltare le miserie degli altri senza trasformarle in sentenze.
Lo so che quando la misericordia scompare anche tu, mio Dio, scompari. Perché nessuno più riconosce il tuo volto.
L’ascolto è il primo atto di fede, forse è per questo che oggi sembri morto.
Abbiamo riempito tutto, costruito felicità artificiali per non far entrare la paura, per evitare le sue profondità. Poi abbiamo fatto di peggio, abolendo l’indulgenza come fosse una debolezza. La folla non ascolta più perché non vuole attraversare la vita, vuole scorciatoie morali.
Eppure, io lo so, che la salvezza non è sentirsi dalla parte giusta ma tremare davanti alla propria oscurità. È riconoscere la propria fame di giudizio ed essere capaci di disinnescarla.
Quando la folla concorda c’è una gioia cattiva, perché mette a tacere la verità, la fa sembrare superflua. Vi è un’assoluzione distribuita.
Dammi, mio Dio, questa grazia minima e terribile: fammi somigliare alla comunione, per non essere divorato da questo mondo.

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 2

 

2ª pronuncia

Hanno insegnato al mio cuore che ogni battito deve produrre qualcosa: un risultato, un contratto, una performance. E allora batte in affanno, rincorre il ritmo generale per non essere escluso.
Il tempo è stato messo in sovraccarico, e il cuore è stato costretto a diventare un apparecchio di compatibilità, a reinstallarsi continuamente aggiornato per rientrare nelle attività richieste dal collettivo.
Ogni pausa viene considerata un guasto. La lentezza scambiata per malattia.
Tu lo sai, mio Dio, che ormai nessuno vuole restare solo, in confidenza con il proprio battito. Abbiamo tutti quanti paura di trovarlo intero e nudo, nella sua necessità di non dirci nulla, di scoprirlo diventato soltanto un metronomo fisiologico. Per questo lo copriamo con suoni, rumori, parole. Per questo non smettiamo mai di riempirlo. Continua a leggere

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 1

1ª pronuncia

Ti parlo lentamente perché mi hanno detto che sei morto.
Anche se non riesco a immaginarti con gli occhi chiusi e con la tovaglia della messa ai piedi. Piuttosto penso tu abbia cercato un posto in penombra per non farti più trovare.
Come sai, qui, il mondo scorre, produce, comunica, senza però originare nulla di sacro.
L’anello si è ormai spezzato, non abbiamo compassione nemmeno di noi stessi; non troviamo virtù teologali nel nostro animo.
Siamo scesi, mio Dio, e oggi copriamo il suolo senza pensare alla sorte della vita, avanziamo in una superficie ad alta risoluzione, che non è terra e non è mondo.
Siamo diventati inutili transitanti.
Parliamo con la voce delle macchine, pensiamo in schemi. Persino la nostra anima è costretta a giustificarsi e a dimostrare la sua utilità.
Abbiamo scambiato la trascendenza per un bug dell’apparato sociale.
Ormai sono anni che ci hanno educati a credere che la tua assenza sia una conquista. Ma senza di te l’uomo ha perso la sua dimensione universale, non fa che dilatarsi dentro il proprio limite: vaga tornando sempre nello stesso punto, confondendo l’espansione con la salita.
Ti parlo perché in questa nuova fede della ragione io credo si nasconda un’angoscia letale. Ed è per questo che siamo sventurati, smarriti, senza neanche uno spirito che ci guidi.
Tu non eri l’opposto dell’uomo, ma ti hanno fatto diventare la sua parte inutilizzabile. E così, quando l’uomo ha deciso di poter essere tutto, ti ha espulso: come un errore del sistema, come un file corrotto. Continua a leggere