Ti parlo lentamente perché mi hanno detto che sei morto.
Anche se non riesco a immaginarti con gli occhi chiusi e con la tovaglia della messa ai piedi. Piuttosto penso tu abbia cercato un posto in penombra per non farti più trovare.
Come sai, qui, il mondo scorre, produce, comunica, senza però originare nulla di sacro.
L’anello si è ormai spezzato, non abbiamo compassione nemmeno di noi stessi; non troviamo virtù teologali nel nostro animo.
Siamo scesi, mio Dio, e oggi copriamo il suolo senza pensare alla sorte della vita, avanziamo in una superficie ad alta risoluzione, che non è terra e non è mondo.
Siamo diventati inutili transitanti.
Parliamo con la voce delle macchine, pensiamo in schemi. Persino la nostra anima è costretta a giustificarsi e a dimostrare la sua utilità.
Abbiamo scambiato la trascendenza per un bug dell’apparato sociale.
Ormai sono anni che ci hanno educati a credere che la tua assenza sia una conquista. Ma senza di te l’uomo ha perso la sua dimensione universale, non fa che dilatarsi dentro il proprio limite: vaga tornando sempre nello stesso punto, confondendo l’espansione con la salita.
Ti parlo perché in questa nuova fede della ragione io credo si nasconda un’angoscia letale. Ed è per questo che siamo sventurati, smarriti, senza neanche uno spirito che ci guidi.
Tu non eri l’opposto dell’uomo, ma ti hanno fatto diventare la sua parte inutilizzabile. E così, quando l’uomo ha deciso di poter essere tutto, ti ha espulso: come un errore del sistema, come un file corrotto.
Da allora crede di aver vinto l’oscuro, solo perché ha cancellato il mistero.
Adesso langue con il suo cuore magro, burocratico, in un tempo logorato e inservibile. Dentro a una vita insignificante, senza morale, senza ribellioni.
La dottrina rimasta ormai fa parte della velocità: attraversa il cielo lampeggia e svanisce. È diventata solo un impulso, una notifica del sacro, un algoritmo per calcolare quanto sia lontano l’invisibile.
Forse tu non sei mai stato un’entità ma uno spazio in cui la mente non ha saputo orientarsi.
Tu esisti nello smarrimento, non sei né dentro né fuori, esplodi e ti ritrai, generi forma senza mai averne. Ed è per questo che l’uomo ti teme, perché non può afferrarti.
Tu eri nella nostra capacità di ascoltare. Quando non lo abbiamo più fatto, abbiamo creduto che fossi scomparso. Invece stavi nel fondo muto delle cose, nell’atto di dolore, nella materia che soffre. Eri altrove dai nostri occhi.
L’errore più grande è stato credere che tu potessi essere riunito in una logica, trovato nei nessi, nelle cause.
Ti volevamo somigliante, e che ti comportassi come noi: che rispondessi, che spiegassi, che avessi un fine.
Il pensiero umano ti aveva preso per oggetto, tentando di renderti reale. Perciò, ti ha perduto.
L’uomo non ha mai compreso che sei leggerissimo, che sei talmente vicino da non distinguerti, che la tua forma di misericordia è diventare il mondo stesso. Lui, abituato a fondare divinità imperiali, non ha saputo riconoscere la tua umiltà cosmica.
Eppure, io insisto a parlarti, anche se so che il tuo silenzio è l’unica intercettazione dell’eterno. Non ti chiedo di tornare, di risorgere.
Io spero che l’uomo impari a tacere, se c’è ciò che non capisce. Che torni fragile dinnanzi alla Verità, che ridesti la sua timidezza nel confronto con l’incomprensibile. (continua)


Ho letto e quello che ho letto, mi ha fatto volare alto, una sensazione di beatitudine si è impossessata del mio essere, forse ciò che tu racconti, con parole soavi è quello che ci manca, ho letto riempiendo quel vuoto cosmico che a volte ci fa paura.