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E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “La terra desolata” di T. S. Eliot

“Aprile è il più crudele dei mesi”: alcuni miei lettori – spero molti tra loro – hanno riconosciuto in questo verso l’incipit di uno dei maggiori poemetti del Novecento, La terra desolata di T.S.Eliot (titolo tradotto pessimamente: una resa più adatta di The Waste Land sarebbe stata La terra non più fertile). Uscito a Londra nel 1922, a quattro anni dalla fine della “grande guerra”, era l’urlo frammentato e doloroso di un poeta che cantava le macerie morali, psicologiche e di identità in cui si dibatteva l’Europa dopo l’immane tragedia. Un’Europa in cui Eliot, statunitense di nascita, aveva creduto trasferendosi definitivamente a Londra dalla metà degli anni Dieci. 
Alla protesta sgomenta, tra frammenti di canto e il richiamo dei miti classici, tra emozioni rappresentate da oggetti e qualche sfumatura jazz, Eliot univa, sotto la supervisione di Ezra Pound, la proposta di un nuovo e provocatorio modello di composizione poematica: che sovrapponeva e allineava quadri d’insieme e dissociazioni emotive. Portando sullo stesso segmento temporale (come facevano in quegli anni anche Ezra Pound e James Joyce) i miti classici e le vicende dell’umanità a lui contemporanea, Eliot citava passi virgiliani e danteschi, biblici e shakespeariani, fondendoli in un unico presente: tecnologicamente avanzatissimo eppure mai così distruttivo.
C’è qui il presagio di un’Europa al tramonto, mentre il poeta ha un’eterna e insoddisfatta sete di autenticità, di verità, di vita: “Se vi fosse acqua / e niente roccia / se vi fosse roccia / e anche acqua / e acqua / una sorgente / una pozza fra la roccia / se soltanto vi fosse suono d’acqua / non la cicala / e l’erba secca che canta / ma suono d’acqua sopra una roccia”. Con questi versi Eliot, trentenne, divenne il mito della generazione dei ventenni britannici che amavano la letteratura (pur non essendo ancora cittadino britannico: lo diverrà nel 1927). E il cantore e testimone di un Novecento sempre più carico di inquietudine.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Stabat Mater, di Tiziano Scarpa

Una delle belle consuetudini che tuttora persiste nel nostro mondo culturale a volte un po’ spaesato è la “traduzione” di opere letterarie in film. Quando lo scrittore e il regista in questione sono artisti veri, il frutto stimola e affina il confronto e la pluralità di percezioni e riflessioni. Così è successo con Primavera, film uscito poco prima di Natale, diretto da Damiano Michieletto con Tecla Insolia, Michele Riondino e Andrea Pennacchi, il cui romanzo di ispirazione è Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2008).
Trattare di Venezia – o di quel che ne rimane oggi – è sempre a rischio di retorica: Michieletto, veneto e regista di opere liriche da oltre vent’anni, sa però calarsi nel modo appropriato in uno squarcio di Settecento che fonde musica e durezza di vita, i percorsi della creatività e i cromatismi nostalgici e malinconici della città lagunare. Il romanzo del venezianissimo Scarpa è ambientato nell’orfanotrofio della Pietà, una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui le piccole orfane ricevevano un’educazione musicale; per poi esibirsi, in maschera e con una balaustra che le separava dai fedeli, la domenica a Messa, attirando il pubblico aristocratico cittadino e non.
Riprendendo la prassi settecentesca del racconto epistolare, Scarpa ci immerge nelle confessioni di Cecilia, adolescente violinista che scrive di nascosto alla madre mai conosciuta, rivelandole la tristezza e i bagliori minimi di una vita dolorosa: “Signora Madre, io vi invoco, ma voi non rispondete. Voi siete soltanto nella mia testa, io guardo i miei pensieri che escono dalla punta della penna, li getto fuori dalla mia testa senza mai riuscire a liberarmi di voi. Ogni parola che vi scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco”. Fino all’incontro con il nuovo maestro dell’istituto, Don Antonio Vivaldi, che condurrà lei e le sue compagne ad un nuovo modo di sentire e vivere la musica.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Platone è meglio del Prozac, di Lou Marinoff

Molti tra quelli che non hanno studiato filosofia alle superiori – o il cui studio è un ricordo lontano – si chiedono talvolta che ruolo abbia questa disciplina oggi: soprattutto quando, dopo aver visto e ascoltato qualche suo eccelso esemplare nazionale, hanno scelto di cambiare canale in TV.
Visti certi narcisisti beceri e squalificati – complici del/nel loro sfruttamento televisivo – la domanda è legittima. Ma ci sono anche, nelle Università come nei Licei, alcuni filosofi seri, che svolgono la loro ricerca con disciplina e con il dovuto impegno. Uno tra loro ha trovato molti anni fa il modo di pubblicare un libro dal titolo ammiccante: Platone è meglio del Prozac (oggi in edizione Piemme, 2018). E’ Lou Marinoff, docente di filosofia al City College di New York.
Marinoff si chiede come utilizzare la filosofia per scopi pratici – senza farne una psicanalisi alternativa,bensì per condurre il lettore ad avere una maggiore chiarezza dell’essere e della sua posizione verso le situazioni problematiche che la vita offre. “Ciascuno ha una propria filosofia di vita” scrive Marinoff, “ma pochi di noi hanno il privilegio o la disponibilità di tempo per riflettere a fondo. Abbiamo la tendenza ad affrontare i problemi a mano a mano. L’esperienza è una grande maestra, ma c’è anche la necessità di ragionare sulle proprie esperienze, di pensare criticamente, di andare alla ricerca di modelli e di collocare ogni cosa in un quadro generale, per procedere nell’esistenza”.
L’importanza di questo libro – scritto in maniera leggibilissima: finalmente un volume di filosofia che non richiede conoscenze iperspecialistiche o scatolette di Prozac – è quella di proporre, sulla base delle indicazioni fornite da diverse scuole, l’utilizzo della filosofia a fini pratici. Senza promettere magie (non sarebbe da filosofi); ma fornendo strumenti utili nella vita d’ogni giorno. Ricordando che la filosofia, in origine, era un modo di vivere.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Le Bustine di Minerva di Umberto Eco

Una rilettura senz’altro salutare per farci rifiatare da pesantezze e vicoli ciechi di polemiche e informazioni distorte – su cui spesso maliziosamente sguazza la stampa italiana: non è che sia anche per questo che perde quotidianamente lettori? – è quella delle “Bustine di Minerva” di Umberto Eco: articoli apparsi dal 1995 settimanalmente – poi ogni 15 giorni – nell’ultima pagina dell’ ”Espresso”.
Il grande studioso – e romanziere per variante – faceva qui le sue riflessioni, ora serie, spesso ironiche, mai prevaricatrici, su usi, costumi e personaggi dei suoi giorni: esprimendo una scioltezza e uno humour assai rari negli ambienti accademici. (Sia chiaro, in pubblico tutti gli accademici si mostrano sorridenti, paciosi e attenti ai destini dell’umanità: poi, prova a conoscerli un po’ più da vicino…).
Queste “Bustine” sono uscite in varie edizioni: quella che ho sottomano mentre scrivo è Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, 2016. Proviamo a scorrere alcuni titoli giusto per entrare nel clima: “Harry Potter fa male agli adulti?”, “Come difendersi dai Templari”, “Ecco l’angolo retto”, “Lo spazio in forma di cavatappi”, “Interrompimi se la sai già”, “Diavolo di un Aristotele”.
E veniamo, per tutte, a una citazione: “Una stagionata credenza vuole che le cose si conoscano attraverso la loro definizione. In certi casi è vero, come per le formule chimiche, perché certamente il sapere che qualcosa è NaCI aiuta chi sa qualcosa di chimica a capire che deve essere un composto di cloro e sodio e probabilmente – anche se la definizione non lo dice esplicitamente – a pensare che si tratti di sale. Ma tutto quello che del sale dovremmo sapere (che serve a conservare e insaporire i cibi, che fa alzare la pressione, che si ricava dal mare o dalle saline, e persino che nei tempi antichi era più caro e prezioso di oggi) la definizione chimica non ce lo dice”. Della serie: occhio, ragazzi! Riflettere sempre su quando, cosa e come.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Natale” di Giuseppe Ungaretti

Dicembre è il mese che culmina con il Natale: la nascita di Gesù, che si fa uomo per la nuova alleanza con gli uomini, nei giorni che superano il solstizio d’inverno per aprirsi alla speranza della ciclica rinascita della natura. Anche il Natale, come le altre festività dell’anno, può essere pensato, organizzato, vissuto in modi diversi – e in molte situazioni differenti: personali, familiari, sociali, storiche. Benché in Italia il Natale sia per molti una festa di gioia familiare, non bisogna mai dimenticarsi di chi non lo può, o non l’ha potuto, vivere con le nostre opportunità.
Voglio citare e ricordare qui un film e una poesia. Il film è Joyeux Noël (2005) di Christian Carion, e racconta un evento dimenticato dalla storia ufficiale: una tregua natalizia spontanea in uno dei fronti della prima guerra mondiale, dove soldati tedeschi, francesi e scozzesi fraternizzarono tra di loro, celebrando insieme – lume d’amore nella tragedia – la nascita di Cristo.
La poesia è invece Natale di Giuseppe Ungaretti, datata 1916 e inclusa nella sua maggiore raccolta, Allegria di naufragi. Sono i versi dolorosi del poeta-soldato che porta sulle spalle il macigno della “grande guerra”: versi essenziali e nitidi, con cui Ungaretti squarciò definitivamente il velo della greve eredità petrarchesca che ancora gravava sulla nostra poesia (prima che lo stesso poeta, da fine anni Venti, ne imponesse una nuova, parimenti greve e reazionaria).
Leggiamo insieme: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade”. // Ho tanta stanchezza / sulle spalle. // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata. // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. // Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”. Ospite a Napoli dell’amico letterato Gherardo Marone, Ungaretti visse quel Natale nello sciogliersi dell’intimità domestica, nel silenzio che lo portava a ritrovarsi. E a rivivere il calore della vita.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Le occasioni”, di Eugenio Montale

Si è oramai insediato l’autunno: stagione dai delicati e coinvolgenti colori, che a molti porta un dolce e inguaribile senso di nostalgia. Eccola che ci avvolge, con lo sfumare dei dettagli e dei giorni: nostalgia, dal greco nòstos, ritorno. Questa e la prossima tappa della mia rubrica volgeranno così l’attenzione a due poesie che richiamano i mesi di novembre e dicembre – e alle due raccolte che le contengono, tra le parole del loro canto e il non detto di un ritorno interiore.
La poesia di oggi è tratta da “Le occasioni” (1939) di Eugenio Montale: il suo secondo volume poetico (in parte anticipato da alcuni testi usciti su rivista) che fu anche, come scrisse Pier Vincenzo Mengaldo, la sua prima opera di levatura europea. “Ossi di seppia”, uscito nel 1925 e di cui si è celebrato quest’anno il centenario, offriva alcuni elementi fermi del giovane e ambizioso poeta genovese: la non adesione al clima culturale del fascismo, l’impegno artistico ed etico ad una via di fuga che fosse anche imperitura ricerca di autenticità esistenziale. Ma presentava anche qualche elemento dannunziano lievemente eccessivo, tra l’esaltazione delle liguri riviere e le tuffatrici estive.
Le “Occasioni” cantano invece appieno la desolazione storica del tempo; e, con essa, la dimensione metafisica di Clizia, Musa salvifica. Emblematico è uno dei “Mottetti”: “Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, / non far del suo grande viso in ascolto / la mia nebbia di sempre. // Un freddo cala… Duro il colpo svetta. / E l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre”. Un oggetto d’uso quotidiano, cioè una forbice, può portar via un volto caro, solo in una memoria che vorrebbe far dimenticare, avvolta nella nebbia. Il poeta continua a cantare, benché si senta ferito dentro come l’acacia tagliata dai boscaioli. Intanto novembre sparge la sua belletta (fanghiglia), a cui opporre la poesia e la nostalgia mai distrutta del mito.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Poesia e verità, di Paul Eluard

Il 25 agosto del 1944 Parigi veniva liberata dai nazisti, grazie all’azione congiunta dei partigiani francesi – tra cui si impose la figura guida del generale Charles De Gaulle – e degli Alleati. La sua liberazione simboleggò l’irrimediabile sconfitta tedesca sul fronte europeo occidentale, mentre su quello orientale le truppe tedesche arrancavano di giorno in giorno di fronte all’avanzata sovietica.
La Resistenza francese, al contrario di quella italiana, ebbe un suo impareggiabile cantore in versi: Paul Eluard (Saint-Denis, 1895 – Charenton-le-Pont, 1952). Poeta sensibilissimo e inquieto, tra i maggiori esponenti del movimento surrealista, Eluard aveva aderito alle idee comuniste, in un sogno politico di parità sociale che eliminasse le discriminazioni. Durante la seconda guerra mondiale, queste rivendicazioni si accompagnarono alle esigenze di libertà dall’occupazione tedesca e di autodeterminazione.
Due anni fa Passigli – editore meritorio per la costante e alta qualità delle sue pubblicazioni – pubblicò Poesia e verità 1942 del poeta francese, a cura di Fabio Scotto. Un volume che è bene rileggere in quest’agosto per molti sfaccendato, ricordando chi si è messo in gioco rischiando la reputazione e la vita. 
Spicca in questa raccolta la poesia più celebre: Libertà. Nata come poesia d’amore, Libertà si dispiega in una lunga serie di quartine, che ripetono come quarto verso: “Scrivo il tuo nome”. Scorre luoghi del tempo, della memoria e dell’innocenza, del presente e del futuro che verrà: “Su la schiuma delle nuvole / sui sudori d’uragano / su la pioggia spessa e smorta / scrivo il tuo nome // Su le forme scintillanti / le campane dei colori / su la verità fisica / scrivo il tuo nome // Su i sentieri risvegliati / su le strade dispiegate / su le piazze che dilagano / scrivo il tuo nome”. Fu diffusa in migliaia di copie clandestinamente ai francesi: e aiutò, con i suoi versi, a non cedere e ad affermare un sogno vitale.

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. La commedia umana di William Saroyan

E’ un libro che parla – e in alcuni momenti lirici canta – di  umanità; il suo autore è figlio di emigrati armeni negli Stati Uniti. La commedia umana di William Saroyan (Fresno, California, 1908-1981) non è solo uno dei romanzi maggiori della letteratura nordamericana della prima metà del Novecento, ma è un testo che si confronta con il paradigma della “terra promessa” americana, emblema e sogno della realizzazione individuale e familiare, dell’affermazione nel lavoro e del benessere.  Continua a leggere