E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Natale” di Giuseppe Ungaretti

Dicembre è il mese che culmina con il Natale: la nascita di Gesù, che si fa uomo per la nuova alleanza con gli uomini, nei giorni che superano il solstizio d’inverno per aprirsi alla speranza della ciclica rinascita della natura. Anche il Natale, come le altre festività dell’anno, può essere pensato, organizzato, vissuto in modi diversi – e in molte situazioni differenti: personali, familiari, sociali, storiche. Benché in Italia il Natale sia per molti una festa di gioia familiare, non bisogna mai dimenticarsi di chi non lo può, o non l’ha potuto, vivere con le nostre opportunità.
Voglio citare e ricordare qui un film e una poesia. Il film è Joyeux Noël (2005) di Christian Carion, e racconta un evento dimenticato dalla storia ufficiale: una tregua natalizia spontanea in uno dei fronti della prima guerra mondiale, dove soldati tedeschi, francesi e scozzesi fraternizzarono tra di loro, celebrando insieme – lume d’amore nella tragedia – la nascita di Cristo.
La poesia è invece Natale di Giuseppe Ungaretti, datata 1916 e inclusa nella sua maggiore raccolta, Allegria di naufragi. Sono i versi dolorosi del poeta-soldato che porta sulle spalle il macigno della “grande guerra”: versi essenziali e nitidi, con cui Ungaretti squarciò definitivamente il velo della greve eredità petrarchesca che ancora gravava sulla nostra poesia (prima che lo stesso poeta, da fine anni Venti, ne imponesse una nuova, parimenti greve e reazionaria).
Leggiamo insieme: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade”. // Ho tanta stanchezza / sulle spalle. // Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un / angolo / e dimenticata. // Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. // Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”. Ospite a Napoli dell’amico letterato Gherardo Marone, Ungaretti visse quel Natale nello sciogliersi dell’intimità domestica, nel silenzio che lo portava a ritrovarsi. E a rivivere il calore della vita.

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