E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Stabat Mater, di Tiziano Scarpa

Una delle belle consuetudini che tuttora persiste nel nostro mondo culturale a volte un po’ spaesato è la “traduzione” di opere letterarie in film. Quando lo scrittore e il regista in questione sono artisti veri, il frutto stimola e affina il confronto e la pluralità di percezioni e riflessioni. Così è successo con Primavera, film uscito poco prima di Natale, diretto da Damiano Michieletto con Tecla Insolia, Michele Riondino e Andrea Pennacchi, il cui romanzo di ispirazione è Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2008).
Trattare di Venezia – o di quel che ne rimane oggi – è sempre a rischio di retorica: Michieletto, veneto e regista di opere liriche da oltre vent’anni, sa però calarsi nel modo appropriato in uno squarcio di Settecento che fonde musica e durezza di vita, i percorsi della creatività e i cromatismi nostalgici e malinconici della città lagunare. Il romanzo del venezianissimo Scarpa è ambientato nell’orfanotrofio della Pietà, una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui le piccole orfane ricevevano un’educazione musicale; per poi esibirsi, in maschera e con una balaustra che le separava dai fedeli, la domenica a Messa, attirando il pubblico aristocratico cittadino e non.
Riprendendo la prassi settecentesca del racconto epistolare, Scarpa ci immerge nelle confessioni di Cecilia, adolescente violinista che scrive di nascosto alla madre mai conosciuta, rivelandole la tristezza e i bagliori minimi di una vita dolorosa: “Signora Madre, io vi invoco, ma voi non rispondete. Voi siete soltanto nella mia testa, io guardo i miei pensieri che escono dalla punta della penna, li getto fuori dalla mia testa senza mai riuscire a liberarmi di voi. Ogni parola che vi scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco”. Fino all’incontro con il nuovo maestro dell’istituto, Don Antonio Vivaldi, che condurrà lei e le sue compagne ad un nuovo modo di sentire e vivere la musica.

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