Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Come un cieco diviene vedente

(e il vedente resta cieco)

(G. Richter, Grau, 1972)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».


Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». [Gv 9,1-41]l

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“…Il grigio non dice nulla, non evoca né sentimenti, né associazioni. Ha la capacità…di rendere il niente visibile” (Gerard Richter)

Si può vedere il nulla? “vedere” e “niente” sono concetti associabili?

Chi dice di vedere vede davvero? E chi sa di non vedere?

Nel racconto del “cieco nato”, fondamentale tappa nel cammino catecumenale delle prime comunità cristiane, sembra sovvertirsi l’idea del vedere.

Si potrebbe aggiungere un sottotitolo: “Ovvero: come un cieco diviene vedente e chi vedeva rimane cieco.

Che cosa vede un cieco? Che cosa non vede un vedente?

“Io non guardo ciò che guarda l’uomo” afferma il Signore a Samuele (1 Sam 16) Che guarda Dio?

Quello che io guardo è ciò che, dopo aver visto, colgo, noto. Così sembra. Così crediamo che sia.

 

Ma siamo certi che in ciò che dico di vedere io sappia cogliere? Sappia guardare?

Il cieco nato, per definizione, è colui che non ha mai visto ciò che chi è vedente vede. Egli non sa come è fatta la realtà che non vede, se non attraverso il toccare. La percezione che egli ha della realtà circostante è anticipata dalle sue mani, dalla corporeità concreta delle cose toccate, la cui forma è seguita dalle dita per delineare contorni, dimensioni, consistenze. È una percezione “anticipata” (da ante-capio), posseduta prima, intuita, desiderata, ma non dipendente dalla memoria. Il cieco nato non ha memoria della realtà percepita da chi non è cieco. Egli non può fare riferimento a nulla per “ricostruire” un’immagine di cui serba memoria di quando era vedente. Egli non ha mai visto. Non “possiede” il mondo circostante, che resta sempre altro, immaginato e, forse desiderato, ma mai posseduto. Il cieco riconosce che la realtà è altra cosa da quello che lui sa. Il vedente spesso dimentica proprio l’alterità e pretende di dare univoca interpretazione a ciò che vede, o crede di vedere. Il cieco non vede ma “ascolta”, e, quindi, “guarda” l’altro intorno a sé. Egli fa dell’ascolto la sua vista.

Il cieco sa ascoltare. Lo ha imparato a partire dalla propria cecità; ha fatto della cecità il mezzo, lo strumento per cogliere un essenziale che agli altri, vedenti, sfugge. Lui, e solo lui, percepisce quello che sta accadendo. “Questo so: prima ero cieco ed ora ci vedo”. A lui basta. Ha capito. Non ha chiesto e non chiede altro.

Sono gli altri, i vedenti che non capiscono, che non vedono. Si aggrappano alle poche certezze che la loro condizione di vedenti offre. Sono costretti ad usare strumenti interpretativi della realtà perché questa possa essere recepita e, in qualche modo, compresa: il sabato, il venire da Dio, l’intolleranza di un sistema, che, proprio perché sistema, non ammette deroghe e, soprattutto, non ammette altre verità. Non ammette, cioè, che la realtà possa essere diversa da come loro appare.

Questo è il loro peccato: il rifiuto di essere non vedenti, credendosi chiaroveggenti.

Già sul Tabor, i discepoli hanno visto senza capire. Hanno colto il verso dove, e ne hanno gioito,  ma non hanno compreso attraverso che cosa bisognava passare per arrivarci. C’è una “nube luminosa” che fa ombra alla visione, il vedere è velato e svela la sua incompletezza. Resta l’ascolto come unico atteggiamento umano per percepire la via.

Siamo fatti per vedere, ma questa è una vocazione non uno stato di fatto. Per poter vedere è necessario passare per la cecità, che è non-vedere, non avere la garanzia della percezione della realtà. La realtà dell’uomo è la non chiarezza, la provvisorietà delle parole, la parzialità della percezione. Non ci è data, oggi, la trasparenza della luce.. Questa, per i cristiani, è Cristo. Non un concetto, quindi, non una teoria, non un sistema, ma una persona che chiama ad una relazione, che provoca a lasciare le proprie posizioni per rischiare le frontiere dell’alterità. Ancora una volta, però, dobbiamo ammettere la nostra non-conoscenza. Per accedere a Cristo è necessario passare attraverso la cecità, il momento oscuro, del Golgotha. Di fronte a Gesù in croce, il velamento è totale. La cecità è originaria. Si annaspa a tentoni. Da qui, si va verso la visione o la cecità perdurante. Chi si riconosce cieco, comincia a vedere. Chi pretende di avere chiara visione diventa cieco.

L’ unico giudizio è perché “coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”.

Che guardaDio?...

Forse, non ci resta che diventare ciechi perché Egli possa guardare attraverso la nostra cecità e farci vedenti con i suoi occhi.

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