E’ un libro che parla – e in alcuni momenti lirici canta – di umanità; il suo autore è figlio di emigrati armeni negli Stati Uniti. La commedia umana di William Saroyan (Fresno, California, 1908-1981) non è solo uno dei romanzi maggiori della letteratura nordamericana della prima metà del Novecento, ma è un testo che si confronta con il paradigma della “terra promessa” americana, emblema e sogno della realizzazione individuale e familiare, dell’affermazione nel lavoro e del benessere.
Uscita nel 1943, La commedia umana è lo sguardo sul mondo di due fratelli, Omero Macauley, quattordici anni e Ulisse, quattro anni, nello scenario della California degli anni Quaranta. Ulisse investiga pian piano il mondo nel cortile di casa e nei giochi innocenti d’infanzia, con la mamma, la sorella e il fratello, mentre un altro fratello sta combattendo la seconda guerra mondiale in Europa e il papà è morto poco tempo prima. Omero invece frequenta il primo anno di scuola superiore: ma il tempo per lo studio – nonché per i passatempi – è poco, perché il pomeriggio lavora come fattorino per portare telegrammi in bicicletta da una parte all’altra della sua cittadina. In questa attività, Omero conosce di giorno in giorno persone e situazioni nuove, integrando con intensità il tempo e l’apprendimento a scuola.
Guidato da una mano leggera, da uno stile permeato dallo humour e da una visione del mondo mai avulsa dalla speranza – fu da alcuni considerato al polo opposto di Ernest Hemingway – William Saroyan ci offre qui ambienti e riflessioni, contraddizioni e turbamenti di un’America allora ancora sognata come terra delle possibilità; e ben lontana dalle bassezze e dagli sproloqui umilianti di chi la governa negli ultimi mesi, dove accoglienza e solidarietà sembrano diventati concetti obsoleti e da abbandonare in fretta nell’era delle sbornie informatiche.
Consigliamo l’edizione Marcos y Marcos del 2021.
