
Ciao, Giancarlo
Che tristezza! È morto Giancarlo Consonni, una di quelle presenze meno invadenti ma di maggior peso nell’identità culturale della Milano degli ultimi decenni. All’eccellenza culturale sono state pari le qualità umane, e se a Milano mancherà il docente, l’artista e l’intellettuale, a chi l’ha conosciuto mancherà soprattutto la persona. Il sorriso gentile e lo sguardo buono sono state l’ornamento di una cultura profonda e non esibita, vissuta con l’umiltà del “contadino che fa il professore” e che diventava stimolo a disponibilità e generosità nelle relazioni, sempre umane prima che intellettuali e professionali. Qualità che diventano chiavi interpretative della sua ricerca di storico e teorico dell’urbanistica: la crisi della città e dell’abitare contemporaneo deriva dalla crisi dei legami sociali, di “idealità e vincoli civili”. Ecco allora la necessità di ripartire da qui, “idealità e vincoli civili”. Consonni si potrebbe definire uno degli ultimi intellettuali impegnati, se la formula non fosse troppo pesante per la spontaneità e la naturalerezza con cui conduceva battaglie necessarie, insieme alla compagna di una vita, Graziella Tonon, con i libri, le interviste, gli appelli, gli interventi: nel campo dell’istruzione, denunciando la progressiva dequalificazione dell’università operata da chi ci ha governato negli ultimi decenni, e nel campo dell’urbanistica, dove è stato protagonista di campagne, alcune fallimentari contro la devastazione delle città da parte della rendita immobiliare, ad esempio quella contro la vendita di San Siro, altre coronate da successo, come quella per l’istituzione dell’Archivio Bottoni e quella per la rigenerazione dell’ex Isotta Fraschini di Saronno.
Docente emerito del Politecnico di Milano, architetto, urbanista, poeta, fotografo e pittore, di ognuna di queste attività Consonni ha sperimentato le diverse possibilità espressive. In pittura ha praticato il disegno, la tempera, il collage, l’acquerello, interpretando visivamente i colori delle stagioni e del paesaggio ligure e le forme e le geometrie delle musiche di Bach, Stravinskij, Satie. In poesia ha scritto prima nel dialetto milanese rurale di Verderio, dove ha abitato fino al 1967, e poi in lingua italiana, creando liriche di spirito corale su figure e momenti legati alla storia popolare, e frammenti lirici in cui si condensa una straordinaria sensibilità per la natura, ma anche, sotto lo pseudonimo di Jan-Charles d’Avec des Sommeils, volumetti di poesia comica, con calembours e giochi di parole svarianti dall’umorismo alla satira. Si è dedicato a ognuna di queste attività con il massimo impegno, con rigore e passione, come se fosse la sua attività esclusiva, anche se forse la poesia ha avuto un posto speciale, dato il titolo di un suo romanzo autobiografico: Da grande voglio fare il poeta. La pittura e la poesia sono le attività che io sentivo più congeniali, e appena letto un suo libro gli domandavo “A quando il prossimo?”, per sentirmi invariabilmente rispondere che la poesia arriva quando vuole, si forma lenta, matura interiormente. Adesso, in casa, io e Nives continueremo a rileggere i tuoi libri, Giancarlo, poiché la vera poesia non invecchia, anzi si rinnova a ogni lettura.
