Le tristezze e le angosce
(M. Rothko e Giotto)
«Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo». [Mt 26,36-46]
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“…cominciò a provare tristezza e angoscia”.
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”: così inizia la Gaudium et Spes, uno dei più innovativi documenti del Concilio Vaticano II. È un’intenzione di condivisione delle “speranze e delle angosce” dell’uomo contemporaneo. È una sintesi anche di questa Domenica delle Palme. Dall’ “Osanna” al “Crucifige”. Dalla gioia alla tristezza. Dalla speranza all’angoscia.
È importante, però, notare che parlare di “speranze e di angosce”, di “gioie e tristezze”, al plurale, è altra cosa che parlare delle stesse realtà al singolare.
L’”angoscia” è altra cosa dalle “angosce”. Queste, perché comuni a molti, se non a tutti, perdono il loro carattere esistenziale. La condivisione attenua la morsa.
L’angoscia è tristezza “fino alla morte”.
I termini greci usati nel testo parlano di “dolore profondo, sofferenza dell’anima” (lùpeisthai) e di “straniamento” nel senso di essere straniero senza patria (ademonèin< “senza popolo”). È una lacerazione che strappa le viscere, che schianta.
È un abisso che inghiotte, togliendo terra ai piedi. È un vuoto che toglie il sonno.
Questa situazione non è condivisibile. Si è soli. E i discepoli dormono.
Tra la veglia di Gesù e il sonno dei discepoli è l’abisso del compimento. “Fino alla fine” aveva detto. Fino al compimento. Non è l’eroe che bellamente va incontro alla morte, sprezzante e fiero, nella consapevolezza del proprio valore e del valore del proprio sacrificio. Gesù è “triste fino alla morte”.
Povero di tutto, il suo affidamento è totale. Il tutto che gli è tolto è il tutto che lui affida. Anche il sonno dei discepoli, anche le loro effimere promesse di fedeltà. Anche i loro miseri tradimenti.
Di fronte alla consapevolezza della morte ci rattristiamo un po’, ma andiamo avanti. Non ci prende l’angoscia. Non morde la tristezza mortale. Conserviamo una riserva di progettualità, ancora da vivere, ci sembra di avere ancora le briglie della nostra esistenza salde in mano nostra. Possiamo ancora dire “faremo”, “saremo”, “vivremo”. Pur nella incertezza, un futuro ci sembra ancora possibile.
Altra cosa è la certezza della morte vissuta nella sua imminenza. Senza futuro noto. Senza progetti. Senza briglie. Sciolti (come Lazzaro dalle bende) e abbandonati (come Gesù nell’agonia). Si sperimenta l’assenza, vera e inimmaginabile. Il sudore non è più frutto della fatica laboriosa: diventa sangue, spremitura della vita intera. Qui, l’essere abbandonati diventa abbandono di sé. Qui la ricapitolazione affidata diventa memoria per chi non può e non sa condividere l’angoscia.
Non si cerca questo momento. Non è nei nostri desideri. “Se possibile, passi questo calice”. È giusto pensarlo, è giusto chiederlo. Chi, però, ha detto per tutta la vita: “sia fatta la tua volontà” ora non può contrapporre il proprio desiderio di possesso sulla propria esistenza al compimento di quella “volontà”. “Non come voglio io, ma come vuoi tu”. Non è annullamento di desideri e progetti. Non è rinuncia al proprio sentire. È l’incontro di due libertà, la parola che si affanna a cercare e quella che crea. È il compimento di un incontro iniziato nel tempo che si va compiendo in un non tempo, quello dell’amore. L’amante cerca con tutto se stesso la coincidenza della sua volontà con quella dell’amato. Liberamente.
In questa ricerca, si è compiuta la “volontà” in Maria, nei Profeti e negli Apostoli: “Fiat mihi secundum verbum tuum”. In questa ricerca si compie la stessa “volontà” in chi, poveramente, si affida.
“Eccomi” dicevano i Profeti, con tutte le paure e le titubanze. “Eccomi” ha detto Maria, non capendo. “Eccomi” hanno detto gli apostoli, lasciando reti e affetti. “Eccomi” dice chi intuisce di essere più di quanto crede di essere, anche nella “tristezza”, anche nell’ “angoscia”.
“Le gioie e le speranze; le tristezze e le angosce” delle donne e degli uomini sono tutte in questa agonia, sotto gli ulivi, su un colle di fronte a Gerusalemme.
