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Gottfried Benn

 

a cura di Giorgio Stella

Ritocca sulle lastre gli io
con l’abito della luce,
le immagini, i contorni
del suo giudizio della lente:
là il sopracciglio, la guancia
qui non lo scorgete, sfuggente,
costretto dietro la maschera
il solo volto?

Sono occhi che conoscono il sonno,
la fronte dagli alti pensieri,
sono labbra che hanno chiamato –
ma che cosa è compiuto?
Le immagini, i contorni
immersi nell’inchiostro della luce,
sulla lastra gli io-
tratti del nulla.

Gottfried Benn

di Giorgio Stella

C’è un giardino che ogni tanto scorgo,
a est dell’Oder, dove la pianura è grande,
un fosso, un ponte e io che sto vicino
a trepidi azzurri lillà.

C’è un ragazzo che ogni tanto rimpiango,
che va sul lago, tra le canne e i flutti,
ancora fermo il fiume di cui tremo,
che gioia si chiamava e poi oblio.

C’è un motto su cui spesso ho meditato,
che dice tutto poiché non promette niente
l’ho intessuto dentro questo libro
sta sopra una tomba: “tu sais” – tu sai.

Flutto ebbro, di Gottfried Benn

a cura di Giorgio Stella

Flutto ebbro,
macchiato di trance e di sogno, o Assoluto
che mi copre la fronte,
per cui mi cimento,
da cui ho il premio
delle profonde cose
che l’anima sa.

In febbre di stelle
che occhio mai misurò,
in notti, o caro,
che ci scordammo la morte, nell’uno dei tempi,
nel grido della creazione
viene l’unificazione
e porta via passato.

Poi tu da solo
dopo una grande notte,
grano e vino
già offerti,
giù per i boschi,
con i corni vuoti,
torna ai sepolcri
Demetra,

ancor nelle tue spalle
e dentro le tue ossa,
e poi è un’estasi,
un golfo d’azzurro,
di lacrime antico,
da infermità e miseria
un creatore nasce
che ci fa vivere,

che molto sofferse,
che molto vide,
sempre in cammino
lungo le rive
del flutto ebbro
che copre l’anima,
vasto come la digitale
che macchia d’estate i monti.

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Il dotto e l’artista

di Antonio Sparzani

Una curiosa appendice a questo post dell’agosto scorso, mi offre l’occasione per riportare alla luce una riflessione di Gottfried Benn (1886 – 1956) sulla poesia e, in particolare, su differenze e relazioni tra la figura del dotto, l’intellettuale, e quella dell’artista. Il 21 agosto 1951 Benn tenne una conferenza all’università di Marburg sul tema “Problemi della lirica” (Probleme der Lyrik), il cui testo fu nello stesso anno pubblicato dalla Limes Verlag di Wiesbaden. Ora è contenuto nel primo volume delle opere di Benn (Gesammelte Werke in vier Bänden, hrg. Dieter Wellershoff, Limes Verlag, Wiesbaden 1960). In questa conferenza, Benn si occupa della figura del lirico, l’«io lirico», sottolineando le differenze tra il dotto e l’artista. En passant ci confida una circostanza abbastanza stupefacente sulla stesura di Welle der Nacht, per quanto riguarda la sua “data di composizione”. Ascoltiamolo (la traduzione dal tedesco, non perfetta, a mio parere, è di Luciano Zagari, dal volume Gottfried Benn, Saggi, Garzanti, Milano 1963, pp. 231?233):

« … … Ora dobbiamo guardare negli occhi colui che dà luogo a tutto ciò, l’Io lirico direttamente, en face e in condizioni di assoluto rigore. Di che natura sono questi lirici, psicologicamente, sociologicamente, come fenomeno? Prima di tutto, contrariamente all’opinione comune, non sono dei sognatori, gli altri possono sognare, loro sono utilizzatori di sogni, persino i sogni debbono in definitiva portarli alla parola. Propriamente non sono neanche degli uomini spirituali, degli esteti, l’arte la fanno, cioè essi hanno bisogno di un cervello duro, massiccio, un cervello con denti incisivi, capace di frantumare le resistenze, anche quelle loro proprie. Continua a leggere

Arieti di mare

di Antonio Sparzani

Ma che saranno mai gli arieti di mare? Eppure così dice, letteralmente, Gottfried Benn, Meerwidder, e non v’è dubbio che Widder indichi l’ariete, il maschio della pecora, simbolo tra l’altro di una prestigiosa costellazione (qui ad esempio), segno di fuoco, grande energia.
Mi è venuta incontro fin da adolescente questa parola, quando ancora liceale comperai (costava lire quattrocentocinquanta), e ancora l’ho qui tra le mani, un libro di Hugo Friedrich, La lirica moderna, (Garzanti 1958, copertina blu, scritte bianche e rosse, ricordate, serie “saper tutto”!). Mi attirò molto quel piccolo volume, lo lessi con adolescente avidità, saltando qua e là per la fretta di arrivare in fondo, a leggere la breve antologia di liriche che conteneva nell’ultima parte, Apollinaire, Valery, . . . , Garcia Lorca, Alberti, . . . , T. S. Eliot, Benn, ecc., léggere, sì, con un po’ dell’emozione di conoscere e forse imparare ad amare le prime poesie che provenivano d’oltre confine, Garcia Lorca di certo, c’erano i quarantacinque giri, in quegli anni, incisi da Arnoldo Foà, quella sua voce densa e sicura, col lamento per la morte di Ignacio, corpo presente, anima assente ( «… no te conoce el toro ni la higuera, / ni caballo, ni hormigas de tu casa, / no te conoce el niño ni la tarde / porque te has muerto para siempre …»), che strazio di viscere … insomma primi amori poetici, io poi già allora avrei voluto sapere tutte le lingue del mondo e invece, allora, masticavo quel po’ di francese imparato alle medie e due parole di tedesco imparate da certi cugini ferraresi. E Benn mi incuriosiva proprio, con quell’onda della notte, perché è bella l’immagine dell’onda della notte, la notte si gonfia e ha una pancia enorme nella quale fa rotolare tutto quel che contiene, compresi gli arieti di mare, ascoltate:

Welle der Nacht

Welle der Nacht ?, Meerwidder und Delphine
mit Hyacinthos leichtbewegter Last,
die Lorbeerrosen und die Travertine
weh’n um den leeren istrischen Palast.

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Gottfried Benn: “Ebereschen”. Cespugli di sorbo


(Gottfried Benn)

Ebereschen è del 1954, mentre al 1955 risale la stampa di Aprèslude, la raccolta che può essere considerata il testamento di Benn “poeta della tarda modernità” (Luciano Zagari). Ferruccio Masini ha tradotto Aprèslude in una edizione con il testo a fronte (Einaudi 1966). a.m.c

Cespugli di sorbo

Cespugli di sorbo – non del tutto rossi ancora
di quel tono cromatico che assumono e li fa
residuo incandescente, sorbola, autunno e morte.
Cespugli di sorbo – un po’ sbiaditi ancora,
ma, a ben guardar, legati già in un mazzo
ad annunciare a fior di labbra le ore dell’addio
forse mai più, forse quest’ultima volta.
Cespugli di sorbo – quest’anno e negli anni, sempre
In toni opachi prima e poi di rosso
colorati, riempiti, maturati, offerti a Dio –
ma tu, dove hai raggiunto pienezza, colore, maturità? Continua a leggere