Gottfried BENN. Da “Poesie statiche”

 

 

 

QUATERNARIO

 

 

I.

 

I mondi si imbevono e bevono

ebbrezza per nuovo spazio

e i quaternari sprofondano

il sogno tolemaico.

Rovine, roghi, disfatte –

in tossiche sfere, fredda,

qualche anima stigia,

sola, sublime, antica.

 

 

II.

 

Lascia che sorgano e scendano,

i cicli, che prorompano:

antichi sfingi, violini

e una porta di Babilonia,

un jazz di Rio del Grande,

una preghiera e uno swing-

a fuochi calanti, dal margine,

dove ogni cosa si incenerirà.

 

Tagliai la gola agli agnelli

e la fossa colmai di sangue,

le ombre vennero e qui

si trovarono- io bene intesi-,

ognuna bevve e narrava

di spada e caduta e chiedeva,

tra loro anche donne piangevano,

spose del toro e del cigno.

Cicli quaternari- scene,

ma nessuna ti dà la certezza

se l’ultima cosa sia il pianto

o l’ultima cosa il piacere

o ambedue un arcobaleno

che frange alcuni colori,

riflesso oppure menzogna-

tu non lo sai, non lo sai.

 

 

III.

 

Immensi cervelli si piegano

sul loro come e quando

e vedono disfarsi la tela

che il vecchio ragno ha filato,

con palpi ovunque protesi

verso ogni cosa che muore

i loro nuclei si nutrono

il mondo concettuale.

 

Uno dei sogni di dio

guardò e conobbe se stesso,

sguardi di gioco, di scherno

del vecchio filatore,

poi raccoglie asfodeli

e scende verso lo Stige-

che gli ultimi si affliggono,

facciano pure la Storia-

giorno di tutti i morti-

Fini du tout.

 

*

 

 

VERSI

 

 

Se mai il nome, oscuro e inconoscibile,

In un essere è sorto ed ha parlato,

ciò fu solo nel verso, poiché immensa

la pena di cuori vi si è infranta;

i cuori van per gli spazi alla deriva,

quando la strofa va di bocca in bocca,

sopravvive alle risse tra le genti,

alla violenza e al patto tra i sicari.

 

Così, i canti che un popolo ha cantato,

indiani, yaqui di parola azteca

vinti dall’avidità dell’uomo bianco,

vivono ancora come canti agresti:

“Su, bimbo, vieni con le sette spighe,

vieni in catene, adorno delle giade,

il dio del mais innalza, per nutrirci,

la verga fragorosa. E tu sei l’olocausto-“

 

Il grande soffio a colui che le sue vie,

rapito e soggiogato, offrì allo spirito,

inflato, efflato, apnea.- alimentazioni

di indiana penitenza e fachiria-

il grande Sé, il sogno del gran Tutto,

donato a chi in silenzio si consacri,

si conserva nei Salmi e nei Veda,

irride ad ogni fare e sfida il tempo.

 

Due mondi sono in gioco ed in conflitto,

e solo l’uomo è basso se tentenna,

non può vivere solo dell’istante

anche se egli è frutto del momento;

il potere svanisce nella feccia,

laddove verso costruisce i sogni

dei popoli e li sottrae alla bassezza,

eternità di suono e di parola.

 

*

 

UN TARDO SGUARDO

 

 

Tu, che sorvoli i tuoi mondi,

l’intero fiume in un tratto risali,

la sorgente, il corso, la foce

una forma dell’occhio tardo che guarda.

 

Non c’è nulla di rapido o lento,

tutto è uguale, sia vivo o di pietra,

è il contorcimento di un serpente

su cui si disegna un’immagine:

 

di giorno una gran luce, poi le stelle,

un trono d’oro, un popolo in pena,

e poi, lontano, una terra in ascesa

i cui giardini fioriscono in silenzio.

 

Un tardo sguardo- nulla è rapido o lento,

tutto è uguale, sia inerte o irrequieto,

è il contorcimento di un serpente

che si muove verso una rapina.

 

Tu- hai la conoscenza, ma nulla da annunciare

e nulla da concludere e da essere nulla-

tu voli al di sopra dei tuoi mondi

ed uno poi ti si trascina dentro.

 

*

 

COLUI CHE E’ SOLO

 

Colui che solo è anche nel mistero

e sempre sta nel fiume delle immagini,

del loro generarsi, germinarsi,

anche le ombre hanno questo fuoco.

 

Gravido di ogni strato è nel pensiero

di ogni strato ricolmo e non disperso,

in suo potere ha l’annientamento

di ogni umano che si nutre e si accoppia.

Impassibile gli vede la terra

un’altra farsi da quella che fu sua,

non più “muori” e non più “divieni”:

la perfezione, immobile, lo guarda.

 

*

 

Gottfried BENN

Poesie statiche

Fabbri Editori, 1997

A cura di Giuliano Baioni

 

Un pensiero su “Gottfried BENN. Da “Poesie statiche”

  1. S&R

    Bagliori di un passato in disfatta, senso di resa alla complessità inintelligibile, “tu non lo sai, non lo sai”.
    Versi intensi il cui sapore ricorda il “vanità delle vanità, tutto è vanità e un correr dietro al vento”, dello splendido libro di Quolet.

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