Paola Nasti per Nino Iacovella, La parte arida della pianura

Paola Nasti per Nino Iacovella, La parte arida della pianura
Pietre Vive Editore, 2026

Un padre, un figlio, nella pianura immensa e senza ombra della fine della storia. Il figlio, a cui cor-rispondere – perché la responsabilità di ogni genitore è, anzitutto, quella di articolare risposte, a partire dal cuore. Quale il dovere? Accompagnarlo, forse guidarlo, tra i detriti di uno scenario post-apocalittico? o fare poesia, anche a partire da questo scenario di morte? In uno dei primi testi del nuovo libro di Nino Iacovella, La parte arida della pianura (Pietre Vive Editore 2026), viene chiaramente configurato il dilemma: “…devo scegliere da quale parte stare. Se essere la tua guida nello stare in questo mondo, o rimanere all’interno di una torre d’avorio, più che di guardia, e abbandonarmi per sempre a questa corruzione dell’animo e dello sguardo che è la poesia.” (8).

Un dilemma tragico che si scioglie nel trascorrere dei testi. Accompagnare qualcuno, a cui si è dato la vita, nel tempo della fine dei tempi è, può essere, la stessa cosa che rispondergli in poesia. La responsabilità etico-politica può essere coniugata con lo scrivere versi a partire dalla catastrofe. Quella di Iacovella non è, per fortuna, una poesia di impegno civico infarcita di moralismi. Spesso ci si domanda, di fronte a quelle produzioni testuali, quale sia la necessità di denunciare anche in versi il male del mondo – come se la poesia potesse aggiungere qualcosa in termini di sacrosanta indignazione; come se non fosse già essa stessa, da sempre e per essenza, anche quando non parla di politica, denuncia di ogni violenza, di ogni male, rigenerazione dell’umano. Forse, riferendoci ai tempi della nostra attualità, solo il genio poetico di Pasolini poteva riuscire del tutto nell’impresa di guardare in volto la medusa dei corrotti tempi senza produrre lamentazioni pleonastiche. Può esserci, felicemente, come nel caso del libro di Iacovella, una “poesia responsabile”, che tenti di articolare risposte e aver cura, lasciando una traccia di colore sulla pietra di questa nuova preistoria che stiamo vivendo, eloquente come quella di Lascaux. La poesia non salverà il mondo; non darà risposte definitive; ma è essa stessa una delle modalità in cui il mondo, l’umano, si trasforma e si rigenera, mette mano a strumenti di salvezza forse non definitivi, ma essenziali alla sopravvivenza. La lingua della poesia è quella matrice misteriosa, originaria, da cui solo possono emergere i poteri immaginali, che sono, forse, le sole possibilità di salvezza. Sin da subito per Iacovella l’investigazione relativa alla fenomenologia della catastrofe investe, contemporaneamente, la storia e la scrittura. Una certa analisi economico-politica del dato di fatto storico può assumere qui i tratti del lavoro poetico, che prevede il ricorso a un set di strumenti simbolici, linguistici e immaginali non strettamente funzionali all’argomentazione, eccedenti rispetto ad essa. Per l’autore di questa silloge si tratta spesso, sorprendentemente, di un paesaggio linguistico che ha le sue connotazioni più profonde nel Cristianesimo, nelle sue liturgie; esso risulta, quasi per ossimoro, accostato alla terminologia del marxismo e della sua analisi economica della storia. Il testo poetico del libro di Iacovella risulta piuttosto coeso in una disposizione narrativa in cui l’incipit e la fine si richiamano felicemente: l’età della pietra è punto di approdo e inizio del viaggio. La strada è sia ciò che siamo, sia ciò che seguiamo: Amo il giorno che riesce a vivere/ della sua abitudine di nascere e morire, / l’autunno che affiora da una pagina bianca, / e questo vento, che riempie il vuoto del silenzio, / mentre noi siamo e seguiamo la strada. (11). La strada, che siamo e che seguiamo, si articola in infinite circonvoluzioni; nella poetica dell’autore lo snodo fondamentale, il punto di non ritorno, è costituito dal sorgere del modo di produzione capitalistico, con i suoi devastanti portati. Questo costituisce, in molti sensi, il punto focale del discorso di Iacovella; si potrebbe dire che il sottotesto soggiacente alle sue pagine sia, in sintesi: capitalismo e barbarie (si veda, soprattutto, tutta la sezione, centrale, intitolata Entropia). Misteriosamente affiora, nel tema economico-politico, una intonazione che ha qualcosa della liturgia cristiana (e liturgia è, etimologicamente: leitos/laos: popolo; e ergon: opera – dunque: opera per il popolo, servizio pubblico!). L’invocazione a un dio assente, la domanda a questo dio sul mysterium iniquitatis – vedi le sezioni Crash test; o Madre della violenza – si trasformano, a tratti, in preghiera. Una preghiera laica, secolare; come deve e può essere, finalmente, la preghiera dell’umanità adulta, libera da ogni deus ex machina – la preghiera di cui parla Dietrich Bonhoeffer. La poesia diventa l’invocazione a un Cristo in croce che non offre redenzioni, ma solo domande inevase, come, appunto, nel grido dell’ora nona. In maniera sorprendente, la grotta di Lascaux – dove sono custodite le tracce di colore di una umanità in transito dalla preistoria alla storia, il punto di partenza e di arrivo del viaggio poetico di Nino Iacovella – è anche la grotta del Natale, della notte santa, in cui un uomo e una donna attendono la venuta al mondo di un figlio, di una nuova speranza di vita, di una nuova vita.

Più notti hai vegliato sul figlio,
con la neve che cade e non ti appartiene,
così come l’oscurità, il vento chiuso
nel silenzio delle stanze

Per questo rimango ad occhi aperti,
seguo dalla finestra il buio,
rimbocco le coperte
sui vostri corpi addormentati

A quest’ora il rumore che avanza
è di un sogno: la luce proviene dal bivacco,
abbiamo in grembo un figlio
che torna a nascere

E siamo soli, un uomo e una donna
in cerca di riparo
come da millenni i primi uomini
negli inverni freddi e spietati

Ora, è nelle notti come questa
che potrei tracciare
a mani nude il mio disegno:
sulle pareti di casa lasciare
vividi colori del nostro passaggio

Il calore dei corpi farà da testimonianza,
un segno di vita in una terra graffiata
dal gelo e dal distacco

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