La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Massimiliano Bardotti

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Massimiliano Bardotti

Per Massimiliano Bardotti la poesia deve saper gettare uno sguardo nuovo sul mondo. Non si tratta di donare luce, ma di levare “le travi dagli occhi” per poter osservare la bellezza che circonda gli esseri umani. Dunque, la poesia è modo per abitare l’esistenza, una vocazione di bellezza alla quale affidarsi con speranza.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

«Una buona poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che una buona poesia gli si è aggiunta.» Questo lo ha scritto Dylan Thomas, un po’ di anni fa. E ancora Dylan ha scritto: «Ho letto da qualche parte di un pastore che, quando gli chiesero perché rivolgesse, dal centro di cerchi magici, ossequi rituali alla luna per proteggere il suo gregge, rispose: “Sarei un pazzo dannato se non lo facessi!” Queste poesie, con tutte le loro crudezze, dubbi e confusioni, sono scritte per amore dell’Uomo e in lode di Dio, e sarei un pazzo dannato se non lo fossero.» Quindi sì, credo ancora che la luce sia principio generatore di vita e conoscenza, ritengo che lontano dalla luce, nella tenebra nella quale sembriamo immersi, abbiano vita le mostruosità che paiono ormai la nostra normalità. Ma considerare normale questo rotolare verso l’abisso vuol dire accettare la sconfitta dell’umano. Diceva sant’Agostino che la speranza ha due bellissime figlie, lo sdegno e il coraggio, lo sdegno verso la realtà delle cose e il coraggio di cambiarle. Credo fermamente che la poesia possa ancora donare uno sguardo nuovo su tutte le cose, anche sulle miserie e le ingiustizie che ci riguardano e a volte ci rappresentano, come genere umano. Scrive una poetessa che amo moltissimo: «Il senso è rivelato quando la tempesta / non uccide e invece mi conduce / con dolore alla riva che davo per perduta / ed il dolore è stato servo a questa luce.» Noi non dobbiamo sforzarci per trovare la luce che sembra scomparsa, ma far cadere tutte le travi che abbiamo negli occhi e che ci impediscono di vedere che esiste solo la luce. E la poesia cosa dovrebbe cantare se non la vita? Scrive Leopardi nelle Operette: «Ora io fo poca stima di quella poesia che, letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora, gli impedisca di ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna.» È sempre stata questa e solo questa poesia che ho cercato di cantare, (e quando dico cantare intendo anche leggere, io non ci trovo alcuna differenza, quando ad alta voce permetto alla poesia di attraversarmi poco conta chi sia l’autore, conta solo la poesia) solo questa la poesia che cerco di divulgare. Perché sì, io sono convinto che leggere ad alta voce una poesia che canta la luce, anche da soli in una stanza, senza che nessuno di visibile possa sentire (perché il mondo invisibile è sempre in ascolto) possa trasformare la realtà. Lo credo con tutte le mie forze e sarei un pazzo dannato se non lo credessi!
E credo anche che più intorno a noi la radicalità del male sembra prendere il sopravvento, più si fa necessaria una radicalità del bene. Sta scritto in un libro incredibile: «non combattere il male, mia piccola ancella, rafforza il bene.» Questo è un insegnamento che pochi imparano a conoscere, e ancora meno mettono in pratica. Ma: «Le parole vecchie sono finite / il nuovo alfabeto è dilatato dalla luce.» (Anna Polin) C’è un tempo nuovo alle porte, ed è un tempo di luce e bellezza, splendore e meraviglia. «La mia bocca è una fisarmonica /soffiata dall’aurora. / Non so come si dice il bagliore/ eppure, in lui dimoro.» (Anna Polin).

 

La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?

Se non lo fa allora non so a cosa debba servire. In un tempo nel quale l’arte, dalla musica al cinema fino alla letteratura, è diventata per lo più intrattenimento, spesso becero, volgare e violento, almeno la poesia mantenga la sua ragion d’essere, la sua prima vocazione. Per me la poesia è soprattutto un modo di stare nella vita, è il modo nel quale ci relazioniamo con tutte le cose. C’è un librettino bellissimo, di Christian Bobin, che si intitola “Abitare poeticamente il mondo”. Riporto due passaggi che trovo fondamentali, ma è un testo che potrebbe essere aperto a caso: «La natura, la verità, la bellezza, la dolcezza, la lentezza che sono state danneggiate sono solo indietreggiate e diventano un po’ più difficili da cogliere, da vivere. Troppo male è stato compiuto, ma non è irreversibile. Non credo all’irreversibile. Rimango molto fiducioso e lo sarò sempre, l’umano nel profondo è invincibile, incancellabile. Torneremo alle cose vive e vere. Ma per questo, occorrerà che si raggiunga il punto di estrema stanchezza. Occorrerà che non si possa fare altrimenti. L’uomo di oggi non è più cattivo di quello di ieri, è soltanto più smarrito.» E ancora: «Abitare poeticamente il mondo o abitare umanamente il mondo, in fondo, è la stessa cosa.» Per tornare umani si fa forse urgente e necessario riscoprire le nostre origini spirituali. Tornare a De Chardin: «Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.» Ma per vivere fino in fondo questa esperienza dobbiamo avere il coraggio di sprofondare in noi stessi, «svincolarsi dalle convinzioni dalle pose dalle posizioni» come canta Morgan in una canzone bellissima. Essere chi siamo, realizzare il disegno d’amore che ognuno di noi è richiede un impegno costante, un lavoro quotidiano. La poesia, se tale è davvero, fa nascere in noi il desiderio di realizzare la migliore versione di noi stessi. Basta pensare ai versi di una poesia di Giuseppe Conte: «Ama la libertà, cerca la gioia / e non dimenticarti mai del mare.» O la risposta di Whitman: «Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità, / Che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso.» E ancora: Resta nella lista dei semplici, / in quella degli eletti, a loro insaputa per citare la meravigliosa poesia di Biagio Accardo, poeta immenso troppo poco citato, e concluderei proprio con i versi di un’altra sua poesia: «Alzati, se non ti alzi / io non potrò essere ciò che sono: / inizia tu ad essere il dio che non so iniziare.»

 

Cos’è per te la luce?

 

È il mistero dell’incarnazione e la sorgente di ogni mistero, di me, di te, dell’amore, della morte. È l’origine dell’esperienza umana, origine della vita. Ed è la forza che ha impresso l’immagine del figlio di Dio sul sacro lenzuolo. La luce è il motivo per cui ho fede, ed ha radice nella bellezza dell’alba, nel turbamento del tramonto. Le stelle del cielo notturno dicono tanto di chi siamo… La luce, ora, mentre rispondo alle tue domande entra da una finestra aperta, fuori c’è vento e fa freddo per essere marzo. Il cielo è nuvoloso, eppure c’è luce. E si intuisce il sole, dietro le nuvole. Non ce la fanno a contenerlo. Nessuna oscurità, mai, ci riesce. Noi siamo creature di luce, fatte per la luce. Prima o poi dovremo reclamare la nostra natura, siamo nati per questo…

La parola ai versi

Oggi resta, viva, la donna dalle vertebre rotte
(dice lei)
inginocchiata nella vecchia cappella
dove andava a pregare da bambina e ancora prega
perché dice nulla, solo il Cielo, nulla
ci salverà da questi uomini
che non sanno più tenere insieme un matrimonio
e hanno scordato l’origine degli occhi
e quando guardano una quercia
non vedono una quercia
un ossario, vedono, la cicatrice
della vita, qualcosa che è morto
senza memoria, senza nascere;

lei invece loda la libellula
perché le piace il suono del suo nome
anche se del volo non ha notizia
canta il cedro e la spremuta
che sua madre le faceva da bambina
e canta la bicicletta
la sottana, il copricapo
canta il tempo che ha vissuto e benedetto
e non rivorrebbe indietro nulla
neanche l’età
perché che bello è vivere una volta
una soltanto,
che incanto è la vita
senza rimpianto.

***

Si alza ogni mattina e ha il coraggio di indossare la camicia
bianca appena stirata (stira ogni mattina, solo quello che serve)
non mette la cravatta perché trova disonesta la ghigliottina
ma la giacca, leggerissima semmai, anche d’estate.

Poi scende nella libreria dove entra sempre quello che ruba
un libro ogni tre giorni, libri piccoli, che non tolgano tempo
al firmamento, alla coltivazione del carciofo, al bucato.

Sull’ora di pranzo entra una donna, chiede “ha per caso Bobin?”
Certo che ha Bobin, li ha tutti, ma dice: “torni domani”
così può vederla per sempre.

La notte la libreria diventa il posto più bello del mondo!
Poeti di ogni tempo escono dai loro libri
e si raccontano di quando erano vivi.

Poi uno dice “tutta la vita abbiamo vissuto, tutta la vita
solo per cantare, la miglior vita vissuta”.
E d’un tratto è mattina, è tempo di tornare all’eterno.
Rientrano nei libri e cantano l’estate,
e le stagioni andate, e quelle che verranno
e quelle che sempre sono state.

***

E poi Giovanna ha detto “è come imparare
ad amare l’odore di una pera, quando vorresti solo
darle un morso, ma devi farti bastare l’odore”
e si intuiva che per lei quella frase diceva tutto
anche se Antonio non aveva capito.
Però la guardava e pensava a me basterebbe
l’odore, anzi non chiedo altro, sarebbe troppo
il resto.

Poi i giorni passano come sanno passare
e si deve imparare l’alfabeto della colazione
e gli umori dei supermercati
sempre pieni ad ogni ora,
si deve essere capaci di intuire la matematica delle stazioni
quelle piccole, nei paesi dove si fermano pochi treni
serve attenzione alla fioritura del ciliegio
alla quercia e alla lavanda.

Non capiremo mai la tristezza di un altro essere umano
né la sua felicità, se non sentiamo in noi
la biografia delle rose, la quotidiana fatica
delle api, la malinconia di un asino.

Allora Antonio le prende la mano
anche se trema ed è sudato
le prende la mano e non dice niente
la guarda e avvicina il naso ai capelli
senza toccarli.

Poi si allontana, ma sempre per mano
guarda il cielo e sorride.
Giovanna è forse un poco più serena
sospira.
Domani chi si sveglia per primo
prepara la colazione.

6 pensieri su “La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Massimiliano Bardotti

  1. Sergio Giovannetti

    La tua poesia si è ancora più affinata, fino a diventare quasi trasparente, essenziale, trascendentale. Che poi la poesia abbia il potere di migliorare il mondo sono assai scettico. Altrettanto non condivido questo trionfo della luce. Il mondo è assai scuro, sempre più scuro e terribile, nel mondo impera diavolo, non Dio.

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  2. Massimiliano Bardotti

    Ti ringrazio per gli apprezzamenti sulla mia poesia… sul resto, alla fine dipende sempre dallo sguardo. È indiscutibile l’oscurità, per me lo è altrettanto la luce, evidente la bruttezza, l’imbrutimento, ma lo è ancora di più la bellezza. Poi certo, possiamo scegliere di non vederla. Ti rispondo con una poesia da La disciplina della nebbia:

    Non possiamo più tacere lo splendore del fuoco

    l’antico suo mistero, non possiamo più tacere
    il rumore segreto delle farfalle, l’amore fatto in ogni traiettoria.
    Più non possiamo del fiume tacere la voce
    e il canto del vento fra i rami degli alberi.
    Non possiamo più negare l’evidenza del colibrì
    o la vittoria segreta celebrata dal cuore
    quando fiorisce un ciliegio.
    Più non possiamo un mattino nascondere
    o del pomeriggio il miracolo.
    Non possiamo non dichiarare il taglio di luce
    delle sedici e trenta, nell’inverno inoltrato.
    L’imbrunire non possiamo tacere, l’attimo esatto
    in cui gli uccelli diurni cessano il canto
    e attendono i notturni. Breve, dolcissima apnea
    in cui tutto si ferma. Appena un istante
    il canto riprende, si avvicina la notte
    di creature dimora. Comincia qui il poeta
    la sua opera di fioritura.

    Di dirla tutta è ora, questa eterna bellezza.

    Riguardo al discorso se la poesia possa o meno cambiare la realtà, la vita delle persone, io tengo laboratori di poesia nei reparti oncologici, con chi sta vivendo un lutto, anche genitori che hanno perduto un figlio, sto facendo un percorso di poesia nel carcere di Volterra… lo vedo coi miei occhi, lo tocco con mano il potere della poesia. Ma è chiaro che parlo di un certo tipo di poesia, di una poesia che nasce da una Sorgente trascendente, come diceva Cristina Campo, e non certo che abbia radici nella disperazione umana. La poesia che è personale sfogo di chi scrive è un’altra cosa. Quella a me interessa poco, se non nella misura in cui fa bene a chi la scrive… ma la poesia che condivido io, non dico quella che scrivo, quella che scelgo di condividere, aiuta tante persone che sono in grande difficoltà. Ma è chiaro che il primo a crederci sono io, e sono anche il primo a coltivare uno sguardo, un modo di vivere…

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