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Fiabe

di Fabrizio Centofanti

Un tempo si raccontavano le fiabe, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco, la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. L’uomo non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se collezionasse fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci dove sia cominciato tutto questo. Riesumeremo dal cassetto le fiabe di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco, e un po’ alla volta ritroveremo il filo.

Quel tutto accanto al nostro nulla

Suona strano in un’epoca di consumismo narrativo spesso privo di reali connessioni col reale (soprattutto quando si dichiara il contrario) sostenere con entusiasmo l’uscita di una raccolta di fiabe. E ancora più strano (nonché piacevolmente spiazzante) è realizzare quanto siano le storie dalle terre del ‘C’era una volta’ più che quelle dall’’adesso e in questo luogo’ a raccontarci la verità sui nuclei irrisolti del nostro quotidiano.
È risaputo che le fiabe sono nate da antenati mitici che stendevano le gambe nelle profondità paludose del nostro inconscio (negli ‘archetipi’, direbbero alcuni) e che nel tempo si sono colorate del folklore e delle connotazioni storiche dei vari luoghi di provenienza (legandosi a quella tradizione orale che in certi periodi della Storia ne ha assicurato la sopravvivenza… grazie a dio). Quello di cui però spesso ci dimentichiamo è che ciò che le ha caratterizzate maggiormente, separandole ad esempio dai cugini della favola, è sempre stata un’idea di indeterminatezza che determina, d’inverosimiglianza che è verisimile, di reiterazione che non stufa, di lieto fine che non disturba, di morale che non costringe e di manicheismo che non banalizza.
Potremmo forse desiderare altro da una storia? Continua a leggere