“Come riempire i vuoti con il canto”, Franca Alaimo legge l’ultima raccolta poetica di Luca Pizzolitto

Quasi sempre in Prima dell’estate e del tuono di Luca Pizzolitto (peQuod Editore) i versi germinano da un dettaglio della natura o da un paesaggio di quieta bellezza, lontano dalla vita di città (che fa rare apparizioni e perlopiù nelle ore notturne con le sue strade e i bus vuoti e l’abbandono delle creature al sonno) ma che, non appena evocati, perdono i loro contorni concreti per trascorrere nella dimensione simbolica in cui, annullata la singolarità e oltrepassato il limite terreno, si insedia il tempo delle idee, dei riti, della sacralità, e la rosa, giusto per fare un esempio, rimanda alla mistica cristiana e all’apice figurale del cammino dantesco verso il Paradiso. 

Il susseguirsi di queste epifanie, favorendo il passaggio dalla percezione visiva alla visione interiore fa della poesia di Pizzolitto uno strumento di indagine sia nell’abisso del proprio sé che in quell’invisibile dimensione dell’oltre, dove a dare senso al breve abbaglio delle creature viventi, prima o poi sopraffatte dalla morte, è l’eterna luce dell’Amore divino .
Il percorso è irto, bruciante: ancora una volta sono gli elementi della natura (sassi, rovi, pietre, fango) a prestare al linguaggio una serie di correlativi oggettivi, atti ad esprimere la difficoltà della ricerca, a sottolineare quello spostarsi continuo dell’io dalla luce della pienezza spirituale all’ombra della inanità conoscitiva e viceversa, da un verticalismo sacro ad un’inquietudine tutta umana, che sfiora l’indicibile per metterlo nuovamente in questione, come a mimare il labirinto della psiche, il fondo imperscrutabile del cuore umano..
Sul piano stilistico questa dualità si configura in slittamenti sintattico-grammaticali, che ricreano nel lettore un improvviso smarrimento intellettivo ed emozionale, ma così elegantemente ricucito da una forte e meditata musicalità, da spostare immediatamente il centro dell’attenzione dalla struttura alla funzione della poesia in sé. E non è certamente un caso che il poeta scelga per ben cinque volte la parola canto come chiusa di altrettanti testi della raccolta, sia pure accostandola ad altre che hanno due funzioni: ora oppositiva (resa, dolore, pietra), ora rafforzativa, come nel verso: qui dove i grilli muoiono soli, nel pudore e nel canto (pag. 26), che va senz’altro letto come una rappresentazione della segreta sensibilità dei poeti, che comunque intonano il loro canto anche se nessuno li ascolta; mentre il verso che chiude il testo iniziale della seconda delle quattro sezioni in cui si divide la silloge e che recita: la pietra scostata le mirofore il canto, ispirandosi ai vangeli canonici in cui la resurrezione di Cristo viene testimoniata dalle donne, indica il percorso della fede, che, pur non vedendo che uno spazio vuoto, crede che da quel vuoto si generi la vita vera. 
In fin dei conti Luca Pizzolitto non fa altro che indagare continuamente il taglio infetto del vuoto, tra dubbi, angosce, pianti, ferite della memoria, frantumi, cercando di colmarli con la preghiera, i simboli mistici, il movimento della danza interiore, la meditazione, la visione di un angelo che tende la mano, la bellezza, l’innocenza (la neve, il giglio, il bucaneve), così da ricoprirlo di un vestito dorato.
Tutto grida, tutto tende alla luce è, dunque, il giusto sigillo che chiude una lunga affannata ricerca, in cui, se rimane il grido delle cose, tuttavia si afferma con la stessa perentorietà che la destinazione finale è lo splendore della Luce che non ha mai tramonto.

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