di Franca Alaimo
Annalisa Ciampalini Tutte le cose che chiudono gli occhi, peQuod Edizioni, 2022
Annalisa Ciampalini ama la matematica e la poesia. Secondo un pregiudizio diffuso, due cose quasi inconciliabili, sebbene non manchino esempi nella storia della letteratura anche recente. Ricordo di avere letto tempo fa sul quotidiano “Il Corriere della sera” un articolo di Umberto Curi che prendendo le mosse dalla distinzione tra nous e metis (le due forme d’intelligenza secondo il mondo greco antico, la prima contemplativa, la seconda attiva-creatrice) osserva che «ciò che nella nozione originaria di metis appare ancora implicito ed indistinto» esplode «nella cultura moderna e contemporanea talora in forma di contrapposizione insanabile», per poi subire un simmetrico rovesciamento dopo l’affermarsi della Gestaltpsychologie e del cognitivismo, secondo i quali «non l’arte, ma la scienza, non gli affetti, ma la razionalità, costituiscono il terreno di espressione della creatività».
A Michele Paoletti (Laboratori Poesia, Settembre 2018) che le chiede in quale rapporto stiano per lei poesia e matematica, Annalisa Ciampalini così risponde: “Credo che il mondo matematico, con tutte le sue misure, classificazioni, relazioni, astrazioni ed altro ancora, abbia influenzato il mio sguardo sul mondo nonché il mio linguaggio” (e, in effetti, i riferimenti lessicali e concettuali alla matematica e alla fisica nei suoi versi sono davvero tanti), ma ancora più interessante trovo l’affermazione successiva: «siamo giunti a parlare di grandezze infinitamente grandi ed infinitamente piccole e definirle compiutamente», perché mi sembra di potere dire che, in questo senso, il titolo della raccolta “Tutte le cose che chiudono gli occhi”, in quanto volto a catturare quell’infinitamente piccolo (che non solo non si contrappone all’infinitamente grande, ma ne è contenuto contenendolo) sia perfettamente ‘matematico’.
Un battere di palpebre è quell’istante in cui si perde il contatto con la realtà, è la dis-trazione che sposta il baricentro dell’essere verso il non essere o l’essere altro. È il tempo che trascorre, il tempo non solo cronologico, ma anche quello cairologico che va afferrato al volo, altrimenti il ciuffo del giovane calvo, così come viene rappresentato il kairos, potrebbe sfuggire per sempre. Basta chiudere gli occhi perché si dia il cambiamento pieno/vuoto, veglia/sonno, vita/morte. Perfino quando si tratta di descrivere un viaggio in aereo, l’autrice cita dei versi di Vittorio Sereni, che definisce palpebrìo l’ “orgasmo di mutante” del jet che attraversa il cielo, non più che un “numero-luce”. Questo verso preso in prestito potrebbe finanche spiegare un’osservazione piuttosto enigmatica: “non va bene stare appresso alle cose mentre si stanno trasformando” che potrebbe significare che non è l’atto del vedere il dettaglio nel presente che conta nel fare poetico, in quanto esso non solo escluderebbe l’immaginazione, ma anche la concettualizzazione e l’astrazione.
Ciò costituisce un preciso orientamento nella lettura della terza sezione: “Il Posto”, in cui il fiume di un certo “posto” diventa IL FIUME quando l’autrice comincia a “sperare che dietro casa fosse sempre notte”: il verso, infatti, potrà dirsi “devoto al fiume”, quando la memoria avrà raccolto i ricordi, il silenzio, il tempo, la luce ancestrale e i piccoli piedi continueranno per sempre ad essere levigati dall’acqua. Tutti i fiumi evocati nei testi precedenti non sono che stati provvisori, secondo l’insegnamento eracliteo, di un elemento che di fatto non è, visto che non è mai uguale a sé stesso. Questo non vuol dire che l’autrice trascuri l’osservazione dei dettagli, delle piccole cose, come potrebbe fare pensare quanto detto prima, ché anzi esse costituiscono uno degli elementi della poetica dell’autrice, ma solo in quanto attinenti all’infinitamente piccolo: lo afferma l’autrice stessa in un’intervista a cura di Grazia Calanna (“L’estroverso”, maggio 2022): «Non di rado accade che la poesia presti attenzione proprio a quell’aura che possiedono tutte le cose e che va oltre la loro corporeità, a ciò che resta quando qualcosa non è più». Una cosa è certa: che la poesia di Annalisa Ciampalini si muove sui margini, sulla soglia dell’impalpabile, lungo e dentro quella difficile “fessura – come scrive Gabriella Atzori (SoloLibri.net, maggio 2022) – verso il luminoso, la delicatezza di un fiore, i ricordi di voci che furono terrestri (..)” , guidata da una sorta di intuizione, perfino da una nostalgia di cose mai viste o vissute. In questo senso la sua può definirsi una poesia religiosa. Di certo lo è nell’idea della relazione come legame. Feriscono ma teneramente, commuovono fino alla più ardente malinconia e intanto rifioriscono in un altrove i testi della sezione “La stanza condivisa”, nella quale si potrebbe individuare, a seconda dei testi, una sala ambulatoriale, il salone di una casa di cura, lo spazio della propria dimora in cui si sta con le cose amate, la corsia di un ospedale: luoghi tutti leggibili all’interno della metafora che allude alla casa comune dell’umanità, dove abitano insieme vivi e morti, sani e moribondi, eccentrici ed appartati, con cui condividere “minuscole trame”, la storia di un dolore, e perfino l’attesa di quella luce che fa i “visi bellissimi”, splendenti come “alberi chiari”, mentre intanto ci si prende cura, ci si ascolta, se pure brevemente, e si resta quieti nel chiarore, nell’aria fragile; prima di chiudere gli occhi, scivolando nel sonno del sogno o della morte. Quasi non importa una distinzione fra le varie dimensioni, poiché, come scrive Carlo Giacobbi (Versante Ripido), «le entità, per quanto fisicamente distinte, non si pongono in rapporto di giustapposizione, ma di complementarietà (…) sicché il focus dell’io lirico è diretto su un reale che è sempre esito di un’interazione, di un co-essere, d’una condivisione». Il mondo ci precipita dentro e noi lo conosciamo attraverso i nostri sensi e i nostri miti interiori, così concretezza e sogno germinano l’uno dall’altro. Non sarebbe stato possibile concepire l’unicorno se l’uomo non avesse messo insieme fantasticamente elementi concreti. Perciò l’unicorno esiste e ci si aspetta di vederlo apparire, bellissimo e misterioso, dietro gli occhi chiusi
Franca Alaimo
20 giugno 2022



Non conosco (ancora) il libro, ma certo questa recensione è un bel saggio.
Grazie di cuore Paolo. Un parere importante il suo,
La recensione di Franca Alaimo è stupenda e molto profonda