
L’I.A. almeno ad una cosa mi è servita. Dopo anni di vane ricerche sono riuscito a individuare un film di cui conservavo una vaga memoria, per averlo visto da ragazzo in un ozioso pomeriggio estivo. Duke Anderson, interpretato da Sean Connery, mette su una banda per rapinare un intero edificio di lusso. Loro non lo sanno ma tutta l’operazione viene sorvegliata. Infatti, il colpo fallisce perché la polizia, nel frattempo, era già tutta schierata intorno all’edificio. Questo epilogo era l’unico particolare di cui mi ricordavo. Davvero per molto tempo ho consultato motori di ricerca, siti specializzati, come quelli che ti chiedono la trama e loro ti suggeriscono il titolo. Niente. Solo interrogando ChatGPT l’arcano è stato svelato. Il film era Rapina record a New York diretto da Sidney Lumet nel 1971. Il titolo originale è The Anderson Tapes, mal tradotto con la scelta della parola “record”, secondo me, con allusione, tra i suoi possibili significati, più a “registrare”, che a quello apparente di primato, visto che la rapina fallisce miseramente.
Vi siete mai chiesti perché nella storia del cinema occidentale ci sono tanti film di rapine? È un’apparenza, un fenomeno tipico delle società capitalistiche che mettono al centro di ogni desiderio il possesso del danaro. Ed il loro successo deriva, oltre che da questa attrazione e dal carattere rocambolesco di ognuna di queste operazioni, dalla tacita aspirazione ad una redistribuzione sociale del reddito (forse la più accettabile anche dallo stesso sistema). I film più celebri su questo tema risalgono alla metà del secolo scorso. Sono due: Giungla d’asfalto del 1950 di John Huston, che denuncia l’alienazione e lo sradicamento, e il primo film di un certo successo girato da Stanley Kubrick del 1956, Rapina a mano armata. Curiosamente entrambi sono interpretati da Sterling Hayden. Due anni dopo in Europa Luis Malle esordisce nella nouvelle vague con un noir, Ascensore per il patibolo. È sopravvissuta la leggenda che Miles Davis abbia composto in una sola notte la splendida colonna sonora.
Con Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) ancora un grande S inaugura il filone sociale dell’heist movie, che arriverà fino all’apoteosi della serie Netflix La casa di carta, in cui la rapina avviene al ritmo di Bella Ciao. Risente di questa atmosfera Rapina a Stoccolma (2018) di Robert Budreau, che riprendendo un fatto di cronaca realmente accaduto, ci svela da dove sia derivato il termine di “Sindrome di Stoccolma” con la quale la vittima finisce per solidarizzare con il carnefice. Anche Inside man (2006) di Spike Lee può rientrare in questo filone, azzerando quasi la sottile linea tra innocenti e colpevoli. Risente comunque dell’atmosfera glamour di Point Break – Punto di rottura (1991) diretto da Kathryn Bigelow, in cui i rapinatori indossano maschere di presidenti Usa e nel tempo libero sono dei serfisti. Su questa opposta riva si muove l’intera saga degli Ocean’s, iniziata nel 2001 con Ocean’s Eleven di Steven Soderbergh, remake di un film del 1960, Colpo grosso diretto da Lewis Milestone. In Italia il capolavoro indiscusso è I soliti ignoti del 1958 di Mario Monicelli, da molti considerato il capostipite della Commedia all’Italiana. Esemplare anche del sistema capitalistico italiano, grottesco quando non è violento.
