Archivio mensile:Gennaio 2025
Rita Pacilio, Si è fatto preghiera
Ti lodo Dio quando un germoglio di rosa nasce a novembre,
quando un frutto diventa maturo a primavera.
Sia lode ai figli, alla luce sul comodino
che veglia le notti e l’attesa del sogno bello.
Alle stelle, ai monti che vedrò domani.
Ti lodo quando si incidono
i passi nella sabbia, le poesie
per le mille onde e le conchiglie
l’ebbrezza della spuma, il ritornare.
Lode sia a Te
che mi parli in queste ore scure, abbandonate.
Per la coperta che mi riscalda
e l’acqua bevuta a ripulirmi.
Ti lodo Dio quando la gioia
mi cammina dentro
nella mano con le dita strette ai bambini,
alle rondini sui prati,
ai frati e all’insegnamento,
per le scarpe che ho avuto
e per il perdono taciuto.
Sempre tu sia lodato sugli alberi di pesco,
nei canneti, nei fiumi esondati che trascinano.
Ogni spiga sia a te ripiegata per lodarti,
la busta della spesa, il mio cappotto,
da mattina a sera le campane,
il pianoforte e il sax.
La gigantesca porta aperta
dopo la morte di mio padre,
gli uccellini, il sapore delle stanze,
la panca della nonna
e le nostre sere ti lodino Dio.
Ti lodo per l’inutile tentativo di cambiare
l’entrata, l’uscita, l’avanzare,
per le maniglie attaccate a queste porte,
per la sfida, per ogni cosa persa e ritrovata.
Ti lodino il latte del mattino, le mele saporite
perfino le stagioni stravolte dall’inquinamento.
Ti lodo per sempre, mio Dio, mentre canto.
Rita Pacilio, Si è fatto preghiera, San Francesco d’Assisi, otto secoli di umanità e ispirazione, RPlibri 2024.
Grazie a Rita per questo tesoro di testimonianza e di poesia.
Quando arte e vita si incontrano, si aprono porte.
Giorgio Stella. Una poesia
‘Ogni mattina spero che si faccia notte e così sia’ – hai vista l’ombra trasformai in ombra? Lo scarlatto vuoto del senso meridiano, la censura che abita le cose in una porzione ardente di nozze profane al coro medesime in corso? La fossa occidentale non ha madre da rapire un padre. Carrozze di burro, echi di vermi forti e grevi – io qui vivo le statue che hanno non hanno movimento, si raccolgono nella struttura della fontana e poi passa la fibra breve della neve.
Felice
Il budda che ride
di Kika Bohr

La signora Anna vende bric à brac al mercatino sotto casa mia. Il lunedì piazza la sua bancarella un po’ più distante mentre il giovedì è molto vicina (vicino al senegalese che mi ha venduto il presepe) e posso scorgere quasi tutto quello che ha dalla finestra. Ecco un approssimativo elenco delle cose comprate: un vecchio modellino di Citroën (modello 11 légère) nera, senza cofano anteriore (che mi sono ripromessa di aggiustare ma che non ho ancora fatto), un cestino per la frutta in metallo intrecciato (trovo molto bello il colore metallo/ruggine/azzurrino-verderame) non molto adatto in realtà per la frutta, un vaso per fiori con un orchidea applicata in metallo zincato e una cuccuma stagnata – col suo bel coperchio – che potrei utilizzare se dovessi dipingere qualche natura morta (chi mi conosce dice con una certa ragione che ho sempre delle buone scuse per comprare cianfrusaglie). Continua a leggere
L’insidia
Lo stato dell’arte. Adriana Tasin

Qual è lo stato dell’arte?
Lo stato dell’arte è uno stato in divenire, fluido e mutevole, composito. Non si riesce ad afferrarlo, a definirlo, tanti sono gli stimoli che arrivano da diverse parti, tante le posture che i vari autori assumono, gli stili che vengono utilizzati nelle opere. Bisognerebbe avere sguardo di beccaccia, a 360 gradi, e ancora non si riuscirebbe a comprendere tutto ciò che lo sguardo coglie, tutto ciò che sta accadendo in poesia. E questa varietà è ciò che, a mio avviso, caratterizza il periodo che stiamo attraversando. Ed è ciò che sento accadere in me stessa, sento la spinta verso un cambiamento, di forma e tematica. Si direbbe forse che alla mia età si vada verso una sorta di cristallizzazione del fare poesia, ma non è affatto così. La voce rimane a legare il percorso ma la poetica si modifica, si contamina di continuo. Continua a leggere
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
«In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora.
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» [Gv 2, 1-12]
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Marco ATZENI, Le due città. Nota di lettura

Giovanni Nuscis
Due mondi: una città dei vivi e una dei morti sullo sfondo di una Sassari ottocentesca. Mondi che s’intrecciano, si confondono, s’appalesano attraverso un singolare personaggio, uno scrivano non più giovane dal passato oscuro e travagliato; doppiamente straniero, per luogo d’origine e per stramberia, manie, autonomia irriducibile, istinto irrefrenabile; ma soprattutto perché dotato di un potere assai speciale: quello di sentire e di vedere i trapassati coi quali dialoga senza timore, e li cerca, li stana, li uccide una seconda volta, in qualche caso, per vendetta o per senso di giustizia. Continua a leggere
Figlio
Stare davanti a Te, come una volta
facevano i discepoli, stupiti
della Tua autorità: trovarla ancora
nello sguardo profondo che mi doni,
nel silenzio irreale, nel bisbiglio.
Starei per sempre qui, come un asceta
a cui non manca nulla, come un santo
in potenza, come un vecchio poeta
che cerca le parole per lodarti,
come un parente ignoto che si scopre,
all’improvviso, figlio.
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 23
«Le scelte di Gianfranco Contini, antologiche e saggistiche, sono frutto di una cultura critica che è sempre andata nella direzione di un giudizio sulla letteratura tarato sulla priorità del conseguimento linguistico» (Sergio Pautasso).
Su quale altra priorità dovrebbe esser tarato un giudizio sulla letteratura? Sul contenuto?
Parafrasate la prima strofa di A Silvia — ossia, enucleate solo il contenuto — e vi troverete a tu per tu con l’orrore:
‘Silvia, ricordi ancora quel periodo della tua vita terrena, quando nei tuoi occhi sorridenti e timidi splendeva la bellezza e tu ti preparavi, allegra e pensosa, a varcare la soglia della giovinezza?’.
L’intenzione
Tre fisse (domande semplici e concrete)

di Patrizia Baglione
TRE FISSE ad Alessandra Corbetta
Quanto influisce bellezza, dolore e amore nella tua poesia?
La poesia è un genere letterario e, contestualmente, anche un’arte; dunque, oltre ad avere a che fare con metrica, lessico, linguaggio, suono, ritmo e tradizione, essa si pone anche come congiuntura tra il nostro mondo intimo e quello esteriore, e viceversa. È consequenziale, quindi, che i grandi temi come l’amore, il dolore e la bellezza influiscano sulla scrittura poetica, in misura più o meno significativa. Nel mio caso specifico, dove a guidare la poetica è anzitutto l’impossibilità di fermare il tempo e la consapevolezza del continuo movimento verso la fine, tutti e tre i topoi da te citati hanno una notevole rilevanza.
C’è un testo a cui sei più legata? Se sì, quale e perché?
La poesia “Strettoie” di Umberto Fiori, così come molte altre di questo autore, è un testo a cui sono particolarmente legata, non solo perché è un esempio mirabile di uso “chiaro” della lingua, ma anche perché riesce a rendere con incisività l’idea, desiderata e allo stesso tempo realizzabile solo per un brevissimo frangente, di sentirsi un tutt’uno con gli altri, essere finalmente in pace con loro
Come vedi il futuro della poesia?
Pasolini diceva che la poesia è “un bene incosumabile”; e io, nonostante le sfide sempre più accese che deve affrontare, sono altrettanto certa della sua impossibilità di esaurimento. Anche perché la poesia, per fortuna, è molto più grande di chi la scrive.
Intervista ad Andrea Tuccini
1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
Tutto ha avuto origine dalla morte di mio padre. La morte di un genitore può scatenare una serie di emozioni complesse. Il senso di smarrimento che ne deriva fa emergere non solo il dolore per la perdita, ma anche riflessioni più ampie sulle relazioni familiari e le dinamiche che ci legano ai nostri cari. Le “case chiuse” rappresentano non solo gli spazi fisici che una volta erano pieni di vita, ma anche i ricordi, le emozioni e i risentimenti che rimangono intrappolati in essi.
In questo contesto, gli scompigli di famiglia possono evocare situazioni di conflitto, contraddizioni e segreti nascosti; sono parte della nostra storia, ma spesso ci rendiamo conto di portarli con noi come pesi. Nonostante questo, è proprio in quel senso di vergogna che si cela un’opportunità di crescita e di comprensione. Affrontare il passato può diventare un passo verso la riconciliazione, sia con noi stessi che con gli altri, trasformare i luoghi vuoti e i ricordi pesanti in spazi di riflessione e, magari, di perdono.
2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?
La poesia ha il potere di rendere tangibili le emozioni, di trasformare l’inafferrabile in parole che risuonano, creando delle connessioni autentiche tra l’autore e il lettore.
Viviamo in un’epoca in cui le parole vengono spesso svuotate di significato, in parte a causa della rapidità con cui le informazioni vengono consumate e condivise. La poesia, in questo contesto, può fungere da porto sicuro, un luogo in cui i sentimenti vengono elaborati e resi accessibili, permettendo di esplorare le complessità dell’esperienza umana; la varietà dei supporti attraverso cui la poesia si esprime oggi, dai social media alle serie televisive, offre opportunità per una diffusione più ampia, senza dover necessariamente scivolare nella superficialità o nell’auto-referenzialità che limitano la profondità dell’esperienza poetica.
Per quanto la poesia possa essere adattata a diversi formati, mantiene tuttavia la sua essenza e può fungere da segnaletica di sicurezza nel guidarci verso l’interno, verso una comprensione più profonda di noi stessi e del nostro posto nel mondo. In un’epoca di frenesia, il messaggio poetico ci offre quindi un momento di pausa, un invito a ritrovare la propria casa interiore. La vera sfida nella contemporaneità consiste nell’ancoraggio alle esperienze autentiche in un mare di rumore.
3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?
La scrittura richiede tempo e dedizione e la consapevolezza applicata nel leggere permette di trasformare il disagio in un’esperienza creativa, un ciclo di nausea e liberazione: è la resa totale a pensieri e parole che, pur sembrando lontani, riflettono una parte di noi stessi. In generale, la poesia ci permette di convivere con il disagio senza esserne sopraffatti, di affrontare il dolore con il conforto della connessione.
4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni.
Mi è difficile sintetizzare. Credo che la poetica di Philip Larkin sia a me quella più cara, per non parlare di quella di Montale. Ma i miei interessi cambiano: in questo momento mi emoziono nel vedere la foto del quadro di Briton Riviere “Daniele Nella Fossa Dei Leoni”, un pittore inglese dell’800, un’opera che cattura un momento drammatico e intenso, richiamando sicuramente riflessioni sul coraggio e la vulnerabilità; temi che si possono ritrovare anche in molti autori di poesia di ogni tempo.
Salmoni
Frammenti di Cinema # 84

di Pasquale Vitagliano
La cosa più riuscita di Napoli – New York (2024), l’ultimo film di Gabriele Salvatores sono i due protagonisti. Girato su un soggetto inedito di Federico Fellini e Tullio Pinelli risalente alla fine della guerra, tutto si basa sulla simpatia e la bravura dei due piccoli attori. Si tratta di una scelta facile e rischiosa al tempo stesso. Tuttavia, se nel cinema è stata fatta molte volte, vuol dire che è risultata una formula vincente. Sin dalle origini del cinema i bambini sono stati utilizzati come leve di successo. Memorabile è Il Monello (1921) di Charlie Chaplin. C’è stata persino una vera e propria diva come Shirley Temple del musical Riccioli d’oro di Irving Cummings. È il 1935. Diciannove anni dopo, arriva sullo schermo il tormentone di “Vincenzo mi è padre a me”, con Totò nella trasposizione cinematografica della commedia di Eduardo Scarpetta, Miseria e Nobiltà, con la regia di Mario Mattoli.
Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 23
Doni
Giorgio Stella. Una poesia
Mentre mia madre dorme – mentre mia madre dorme nn si sveglia chi dorme nella lucciola della campana diceva: ‘ nn si sveglia chi dorme ‘ anzi lo dice e le clessidre nei vasi germogliano nuovi rami. Il tutto per uno nel sempre, nel sempre verde che nn è verde x sempre! Tornando verso casa, quando casa più non c’era – respiro l’onda reciproca del fondo ora nell’ obitorio infinito // di un ruolo distante la lux di carbone (…) e viene al mondo chi/colui coincide quello che mai! Si possa dividere. William Faulkner, quanto alcool ti è passato nelle vene? Distratto: ‘ nn avevo altro – mentre morivo – ‘ – nn si sveglia chi dorme, ora nessun niente ha bisogno del nulla di tutto & poi proviene.











