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La scuola di Serena Bedini. Perché scriviamo storie torbide?

di Serena Bedini

I tempi in cui viviamo sono assai complessi: non solo l’insorgere continuo di occasioni di guerra ci preoccupa, ma giornalmente ci appaiono evidenti e disastrose le conseguenze dell’agire in malafede, senza rispetto per la vita degli altri. Questo tipo di situazioni che stampa e tv ci riportano quotidianamente ci sconvolgono e ci mettono in discussione con noi stessi, con i nostri valori, con le nostre idee e angosce. La scrittura è un ottimo modo per “depurarsi” di queste “tossine” e quindi avviene che spesso le storie che immaginiamo siano abitate da personaggi torbidi, loschi, o che rispecchino fedelmente i fatti di cronaca nera o ancora che siano il prodotto dell’incapacità della nostra mente di distaccarsi da situazioni legate al tradimento, alla disperazione, alla paura. Eppure nella vita di sempre continuiamo a essere comunque persone gioiose, allegre, propense all’ottimismo: il fatto è che la mente ha bisogno di sfogo e la necessità di riversare su carta e leggere con oggettività quello che ci fa stare male, ci tormenta, ci mette in discussione diviene ineludibile. Scrivere questo tipo di storie è indubbiamente affascinante purché si tenga per fermo il fatto che la realtà deve essere un’altra e la trama da noi ideata mostri una situazione possibile e indichi tuttavia al lettore, in via implicita o esplicita, quale sarebbe il comportamento giusto da seguire. Da sempre la letteratura ha messo in scena storie “sbagliate”, ma è stato proprio mostrando quanto fossero sbagliate che ci ha reso migliori perché ci ha permesso di vivere, attraverso gli occhi dei personaggi, quello che è meglio non fare per poi comprendere come è giusto muoversi.

La scuola di Serena Bedini. Quando la storia prende una direzione diversa

di Serena Bedini

A volte capita di cominciare a scrivere avendo ben chiara in mente una trama, ma nel corso dell’opera la storia prende una direzione inaspettata: un dialogo assume un significato che inizialmente non credevamo, un personaggio acquisisce maggiore peso in confronto a quello che avevamo ipotizzato inizialmente, un colpo di scena che ci viene all’improvviso in mente ci appare un’ottima idea e decidiamo dunque di seguirla. Cosa è successo? Il piacere di scrivere ha preso il sopravvento, la fantasia ha iniziato a scorrere fluida e noi siamo incapaci di non abbandonarsi a quel flusso. È un errore? No, perché lascia spazio al divertimento e alla libertà creativa e sarebbe sbagliato attenersi rigidamente alla trama che avevamo predeterminato in quanto sarebbe un freno alla nostra inventiva. Tuttavia occorre comunque attenersi a un filo logico: il rischio in questi casi è infatti quello di perdere di vista la coerenza della storia e l’intensità della trama. Una buona idea è procedere nel senso che inaspettatamente la nostra mente adesso ci prospetta ma tenendosi in allerta per “rideterminare” la rotta da seguire. Come? Ebbene, occorre leggere e rileggere quanto si è scritto ogni volta che ci disponiamo a proseguire la storia. La lettura e la rilettura consentono di vedere eventuali incongruenze, alimentare di nuove idee la nostra fantasia ma anche procedere con un minimo di controllo cosicché sia possibile arrivare comunque a concludere la nostra storia senza il rischio di deragliare completamente o lasciarla a metà.

La scuola di Serena Bedini. Perché l’ambientazione è importante

di Serena Bedini

L’ambientazione in un romanzo è essenziale, perfino quando è totalmente assente come avviene in alcuni romanzi novecenteschi. Di solito per far comprendere l’importanza del luogo nelle storie, chiedo ai miei allievi di ricordare qualcosa di bello accaduto loro di recente e di rivisitare il ricordo togliendo ogni elemento che definisca l’ambientazione. Inevitabilmente, l’immagine di ciò che è accaduto perderà la forza evocativa che aveva, persino le parole dette o ascoltate cambieranno l’impatto che hanno avuto su di noi risultando estranee. Il motivo è semplice: quando ci troviamo in un posto, sono i colori, gli odori, i suoni, le sensazioni fisiche che percepiamo a renderci evidente dove siamo. Esse permeano i nostri ricordi e rendono quanto è avvenuto indelebile nella memoria. Riuscire a trasporre quelle stesse percezioni nella scena di un romanzo rende le pagine estremamente suggestive per il lettore e gli permette una maggiore immedesimazione. Non solo: l’ambientazione consente allo scrittore di creare un’atmosfera nella trama e permette di far avvenire con più naturalezza determinati eventi: incontrarsi per strada per andare al lavoro, apprendere una realtà scomoda quando si è in ufficio, ritornare dopo molto tempo nella casa di famiglia ormai abbandonata, ecc. Escludere completamente l’ambientazione significa concentrarsi solo sui personaggi, i dialoghi e le emozioni che si creano tra di essi: questo tipo di idea è affascinante ma non facile da sostenere e presuppone la necessità di scrivere un romanzo breve o un racconto lungo, visto che l’assenza di descrizioni e la possibilità di mettere in relazione il sentire interiore dei personaggi con l’ambiente esteriore vengono completamente a mancare.

La scuola di Serena Bedini 11. Il romanzo è una forma di comunicazione

David Lodge spiega che il romanzo è una forma di comunicazione e come tale dunque trasmette un messaggio dal destinatario al ricevente. Il messaggio non è la storia raccontata, bensì qualcosa di nascosto tra le righe, nell’intreccio della trama, nelle parole dei personaggi o nella loro stessa ragion d’essere. Per scrivere un buon romanzo occorre avere un messaggio da inviare a chi legge, senza di esso la narrazione perderà corpo, intensità e persino profondità. Non solo: con un messaggio solido che tenga in piedi l’architettura narrativa, sarà più semplice trovare la giusta conclusione del romanzo, senza perdersi nei meandri dell’immaginazione. Continua a leggere

La scuola di Serena Bedini 10. Scrivere è catartico

Scrivere è catartico

La psicanalisi ha più volte sottolineato l’importanza della scrittura a scopo terapeutico: scrivere significa trasferire su carta non soltanto i propri pensieri, ma momenti, situazioni e incontri che ci hanno particolarmente emozionato, talora amareggiandoci, talora rendendoci vulnerabili, altre volte permettendoci di assaporare la felicità.
La scrittura consente di affrancarsi dai sentimenti negativi prendendone il giusto distacco e di analizzare i positivi apprezzandone ancora di più le cause e le implicazioni: ovviamente si tratta di un processo difficoltoso perché scrivere porta a rivivere certi istanti e perché la purificazione che suscita in noi avviene solo se riviviamo appieno certe sensazioni, senza rifuggirle, ma abbandonandosi a esse nella loro intensità, consapevoli che ciò che proveremo inizialmente sarà anche quello che lascerà spazio a un senso di liberazione poi. Il fatto è che nel momento in cui mettiamo per iscritto le nostre riflessioni siamo costretti a farlo in modo logico, obbligandoci a scavare dentro di noi, a ricercare le cause della nostra sofferenza o della nostra gioia, ossia razionalizzando quanto abbiamo vissuto.
Se ciò avviene nella scrittura autobiografica e diaristica con maggiore immediatezza, qualcosa di molto simile succede anche quando scriviamo un romanzo: le vicende narrate, seppure frutto della nostra fantasia, sono suggerite da fatti, episodi e comportamenti che ci hanno visto protagonisti o di cui siamo stati direttamente e persino indirettamente testimoni. Nessuno inventa niente perché il romanzo è una chiave interpretativa della realtà: non importa a quale genere narrativo afferisca, se è vero che anche nel fantasy si può senza difficoltà intravedere una metafora del mondo in cui viviamo. Ogni autore, volente o nolente, attinge alla commedia umana a cui egli stesso prende parte ogni giorno e, come spiega Murakami, qualunque angolo della realtà nasconde minerali di rara bellezza che possono diventare le pietre preziose da rendere oggetto della nostra ispirazione.

La scuola di Serena Bedini 9. Contro la noia

Da cosa nasce un’opera letteraria?
Nasce dall’interesse. Esso può avere origini diverse: riflessione sulla realtà, curiosità, divertimento, approfondimento e studio, sofferenza, piacere. Tutto questo produce interesse e spinge l’autore a scrivere, lo motiva, lo induce tutti i giorni a svegliarsi consapevole di dover concludere il lavoro iniziato e lo investe di un onere che si traduce in una vasta gamma di sensazioni mai e in nessun modo riconducibili alla noia. Chi scrive, non si annoia. Non può perché se si annoiasse, smetterebbe di scrivere. La scrittura si basa sull’impegno e sul coinvolgimento, sul fare tenendo ben impegnate la mente, l’anima e il cuore, senza nessun tipo di distacco tra di essi.
La noia nasce invece dal disinteresse, dalla freddezza, dall’incapacità di abbandonarsi al piacere della narrazione. Chi scrive, avvertendo il peso di scrivere più del piacere di farlo, può smettere all’istante: anche quando arrivasse a terminare l’opera, non riuscirebbe a trovare alcun tipo di lettori interessati a leggerla. Le emozioni che ci accompagnano infatti in fase di composizione saranno quelle che trasmetteremo al lettore a opera terminata perché da esse scaturiscono la scelta dei termini, delle figure retoriche, del ritmo e dello stile.
Portare avanti un romanzo o un racconto con stanchezza, senso di pesantezza e noia non permetterà né di ottenere quella catarsi di cui parleremo più avanti né di creare un’opera letterariamente valida.

La scuola di Serena Bedini 8. Quando arriva l’idea giusta


Quando arriva l’idea giusta lo senti perché non ti lascia e continua a bussare alla porta della tua mente finché non le permetterai di entrare. È una frase con cui iniziare, è un’immagine, un personaggio o uno scenario, a volte è persino qualcosa di ancora più evanescente: una sensazione come un profumo o un sapore, un’emozione che cerca sfogo nella scrittura o un sorriso, un’espressione fugace del volto tanto quanto significativa.
Se la avverti, se la percepisci, non avere paura. Non rifugiarti nelle trame facili, vendibili, commerciali. Lasciati guidare dall’idea giusta, abbandonati a lei anche se propone un cammino complesso, uno sforzo, un ostacolo da superare per migliorarti.
Che sia l’idea giusta lo sai perché, una volta che ti sarai fidato di lei, sarà con te in ogni momento del giorno, sarà il posto giusto in cui rifugiarsi in quanto negli scenari che a poco a poco si costituiranno nella tua immaginazione ti sentirai a casa. Sentirai il respiro dei tuoi personaggi, ne osserverai lo sguardo assorto, ascolterai il suono dei loro passi, li seguirai nelle loro azioni quotidiane. Diventeranno amici per te e li conoscerai: solo così potrai descriverli, comprenderli anche nei loro errori, riportarne intatti i pensieri, i modi di parlare e di essere.
Non soffocare l’idea giusta, lascia che si faccia in strada in te, dalle tempo per prendere le sembianze di una storia, permettile di cominciare a esistere! Solo così diventerà una trama coinvolgente, piacevole, delicata e insieme profonda, forse sarà quella a condurti lontano nel mondo della scrittura e diventerà il tuo cavallo vincente, forse sarà solo un passo nel tuo cammino di scrittore, ma sarà ugualmente importante, ineludibile e rappresenterà il tuo atto di coraggio, quello con cui avrai accettato una sfida: scrivere quello che senti, scrivere quello che ami, scrivere quello che ti rappresenta.

La scuola di Serena Bedini 7. In prima o in terza?

In prima o in terza?
Quando la trama di un romanzo comincia a delinearsi nella mia mente con maggiore chiarezza, la domanda che temo e che tuttavia non riesco a non pormi è se lo scriverò in prima o in terza persona.
A volte la scelta è ovvia e quasi automatica: una frase d’inizio balza alla mente e subito è chiaro quale sarà il tipo di focalizzazione. Tuttavia in altri casi la scelta si fa complessa. Narrare in terza persona porta a due alternative inevitabili: il narratore può essere onnisciente, ossia conoscere tutto quello che c’è da sapere sulla trama, sui personaggi, sui luoghi, persino su anfratti, nascondigli e posti remoti o sui segreti della vita di quanti sono attori della storia; il narratore esterno è invece colui che scopre l’intreccio insieme al lettore e si fa in qualche modo trait d’union tra la narrazione e i dialoghi stessi, è solo una voce fuori campo che permette di dare una struttura al racconto, ma non sa niente di quanto avverrà e per questo viene spesso utilizzato nel giallo.
Anche la narrazione in prima persona comporta due possibilità: da un lato, l’io narrante racconta fatti della sua vita passata con la tecnica del flashback e quindi conosce già come sono andate le vicende, dall’altro chi narra lo fa tramite il presente indicativo e quindi descrive la situazione per come la vive sul momento, con tutte le sorprese e gli imprevisti che possono conseguirne.
Come scegliere tra ben quattro diverse opportunità? Non è mai facile perché ogni romanzo ha la sua voce e occorre ascoltarla per scegliere la strada giusta per narrare. Talora scrivo le prime venti pagine seguendo la focalizzazione che mi appare migliore sul momento e poi, rileggendo, mi rendo conto di dover drasticamente cambiare. Talora privilegio la terza persona perché più distaccata e meno partecipe rispetto alla prima. Del resto, scrivere con un punto di vista interno comporta l’inevitabile equazione da parte del lettore tra protagonista-io narrante e scrittore, ma nello stesso tempo privarsi dell’opportunità di immedesimazione che dà la focalizzazione soggettiva sarebbe indubbiamente un errore.
Il mio consiglio per decidere è osservare attentamente la trama che si è ideato e cercare di immaginarla nel suo svolgersi per intuire quali potrebbero essere le problematiche di una focalizzazione interna, esterna o zero e, qualora sbagliassimo comunque, niente paura: c’è sempre la revisione!

La scuola di Serena Bedini 6. Per mano a un personaggio

Iniziare a scrivere un romanzo significa porsi in ascolto e in osservazione della storia raccontata dai personaggi e da loro vissuta.
Henry James sostiene che per Ritratto di signora, prima ancora che la trama del romanzo, si presentò alla sua mente il volto di una donna, ossia la protagonista stessa. L’ispirazione – se così vogliamo chiamarla – segue vari canali che via via vedremo, ma uno di questi è proprio la capacità di lasciarsi trasportare dalla fantasia e consentire che siano i personaggi a condurci. Carlo Lucarelli, spiegando come è nato il suo celebre personaggio Coliandro, chiarisce che inizialmente lo aveva pensato come spalla di una protagonista femminile, salvo poi rendersi conto che tale era la vivacità che lo caratterizzava da guadagnarsi a poco a poco il ruolo principale, rubando la scena agli altri.
Il fatto è che ostinarsi per una strada in favore di quanto inizialmente stabilito da scaletta non può che dare pessimi risultati. Nel momento in cui cominciamo a delineare l’indole di un personaggio, a immaginarne le movenze e a studiarne le espressioni o il modo di parlare, diamo vita a un essere pensante, capace di prendere decisioni e fare scelte autentiche, sia pure nell’ambito di una storia. Forzarlo in un senso, costringerlo ad agire quando sarebbe più logico – stanti le sue caratteristiche – lasciarlo fermo o in attesa, indurlo a reazioni esagerate se ha un animo pacato o al contrario frenarlo se è un impulsivo porterà a una storia inverosimile, in cui il lettore non saprà immedesimarsi.
Lasciamo piuttosto che siano i personaggi a prenderci per mano e a condurci, lasciamo a loro il compito di mostrarci in che direzione preferiscono procedere perché in questo modo la narrazione diventerà fluida, priva di intoppi, la trama seguirà il suo corso che probabilmente si discosterà in parte dall’idea che avevamo in principio, ma sarà in grado di stupirci e divertire anche noi, primi lettori del romanzo che stiamo scrivendo.

La scuola di Serena Bedini 5. Scrivere è un atto di responsabilità

Scrivere è un atto di responsabilità

Scrivere è un atto di responsabilità. Alcuni si chiederanno verso chi e probabilmente risponderanno quasi in automatico “verso il pubblico” o “verso la società” a seconda del tema trattato o del messaggio che si intende trasmettere. Il fatto è che scrivere è un atto di responsabilità verso i personaggi, prima ancora che verso i lettori. Quando si comincia a scrivere una storia occorre tenere presente che essa sta già vivendo attraverso i personaggi che la animano e che la vivono nella mente dell’autore. Cominciare dunque un romanzo e lasciarlo dopo le prime pagine significa di fatto soffocare quella vita, far tacere quanti la stanno vivendo, relegandoli nell’oscurità e nel vuoto della dimenticanza. Scrivere significa permettere ai personaggi di esistere e di prendere corpo, sembianze e di assumere un pensiero. Questo è il motivo per cui scrivendo avvertiamo la fatica di narrare. Sentiamo quanto sia arduo il lavoro che dovremo compiere non già in quanto la scrittura richiede solitudine e raccoglimento, quanto più perché quasi freneticamente si presentano nella nostra mente immagini, parole, frasi, situazioni che compongono la storia e i personaggi gridano la loro necessità di esprimersi, di compiere gesti, di muoversi, di apparire e di vestire i ruoli che sentono di dover impersonare. Allora ricerchiamo quasi affannosamente una pausa, un momento di riflessione perché quel turbinio di sentimenti, emozioni, istanti di vita ci stordisce, ci spaventa, ci fa credere di non riuscire a dare un ordine, un senso compiuto a tanta materia viva. Ed è in quel momento, quando temiamo di non essere in grado di gestire tutto e sentiamo la necessità di fuggire e di lasciare incompiuto il racconto appena iniziato che dobbiamo ricordarci dell’atto di responsabilità che abbiamo “sottoscritto” cominciando a narrare. Sarà proprio il senso del dovere, il rispetto verso la storia, a riportarci quasi d’imperio a scrivere, a renderci meno pesante il compito e a farci terminare quel romanzo, permettendo ai personaggi di esistere. Ci ricorda non a caso Pirandello: “[…] si nasce alla vita, in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla…. o donna. E […] si nasce anche personaggi!” (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore).

La scuola di Serena Bedini 4. Questione di pazienza

di Serena Bedini

Questione di pazienza

Come si scrive un romanzo? Qual è il metodo migliore? Non esiste un sistema canonico, ognuno ha il suo. Anzi, a essere onesti, ogni romanzo si scrive in modo diverso, persino si utilizzano tempi diversi. Ci sono romanzi che si scrivono in una notte, altri che richiedono quindici giorni, altri ancora impegnano per un anno, altri infine necessitano di anni prima di essere conclusi. I fattori sono tantissimi: la trama più o meno complessa, la definizione dei personaggi, il messaggio che vogliamo trasmettere, la revisione, la nostra stessa capacità di impegnarci.
La scrittura è un atto creativo e come tale ha bisogno di libertà assoluta: non possiamo imporci di scrivere se non ce la sentiamo, se siamo stanchi, se non ne abbiamo voglia, se interviene in noi il famoso blocco dello scrittore che origina in larga parte da nostri blocchi mentali, da insicurezza, da stress. Dobbiamo accettare e conoscere la nostra fragilità e da questa consapevolezza costruire la nostra forza. Continua a leggere

La scuola di Serena Bedini. 3. L’opera immaginata e il desiderio di scrivere

Durante le lezioni tenute al Collège de France tra il 1978 e il 1980, Roland Barthes parla dell’opera fantasmata, ossia quell’opera che arriviamo solo a immaginare, di cui forse già vediamo lo spessore, la tipologia di edizione, persino la figura della copertina, ma che ancora non abbiamo scritto. Secondo Barthes, quell’opera è necessaria perché è il progetto di scrivere e in essa sta tutta la forza del desiderio di realizzare il proprio lavoro di scrittura. Quando lessi queste sorprendenti parole contenute nei due volumi di Mimesis La preparazione del romanzo (2010), rimasi estremamente colpita. Oltre al fatto che le parole di Barthes – che non scrisse mai un romanzo – trasmettono emozione e passione, fu il desiderio di poter effettivamente narrare quello che vividamente mi raggiunse dalle sue pagine. Ecco: per scrivere occorre fortemente desiderare di farlo. Io mi rivedo nella descrizione di Barthes perché quando comincio a scrivere un romanzo c’è in me un formicolio che percorre le mie ossa e le fa scricchiolare, una trepidazione e un entusiasmo che non hanno eguali per nessun altro tipo di lavoro che intraprendo. Mentre già si delinea nella mia mente il procedere della trama, comincio a vedere lo spessore del volume, comincio a immaginare il colore della copertina. A volte, per puro diletto, inizio a cercare la casa editrice che potrebbe pubblicare quel romanzo che ancora non c’è ma già ha il suo posto nei miei pensieri, già è visibile nella mia mente. Pensavo di essere l’unica a comportarmi così, ma leggendo Barthes ho scoperto di non essere la sola: l’opera fantasmata è quell’opera che non esiste ed è solo immaginata, ma della quale conserviamo gelosamente il sogno, tenendolo ben stretto, come si fa con un amore che si considera importante e che non vogliamo contaminare con racconti inopportuni e forse inappropriati. Sì, perché l’opera fantasmata o immaginata, può svanire da un momento all’altro – proprio come i sogni – e parlarne, spiegarla, significherebbe farle perdere quella sua splendida immateriale consistenza e distruggerla. Senza di lei, ossia senza quel fortissimo desiderio di scrivere, sarebbe impossibile cominciare un romanzo, sarebbe impossibile provare l’impellenza di sedersi a un tavolo e iniziare a narrare. Solo attraverso l’opera immaginata si può trovare il coraggio di scrivere, il tempo di scrivere e il modo per farlo.

La scuola di Serena Bedini 2. Il tempo di scrivere

Non troviamo il tempo per scrivere finché non lo si cerca con assiduità, con determinazione. Tutti noi ne abbiamo, per la verità nella nostra vita c’è il tempo per fare tutto, se ci sembra che non sia così è solo perché ne perdiamo troppo in situazioni vacue, in rapporti inopportuni, in attività inutili.
Scrivere invece consente di ritrovare il tempo per sé stessi, di riflettere, scendere in profondità, come diceva Rainer Maria Rilke in Lettere a un giovane poeta, perché la scrittura – è importante ricordarlo – si nutre di profondità, non di temi pesanti, ma di temi profondi declinati con leggerezza (Italo Calvino, Lezioni Americane). Continua a leggere

La scuola di Serena Bedini 1. Il coraggio di scrivere

Non è facile trovare il coraggio di scrivere: la scrittura richiede riflessione, raccoglimento, profondità, anche se non tratta argomenti seri o drammatici perché anche per affrontare temi leggeri o addirittura divertenti occorre considerare la gravità dell’essere. 
Scrivere comporta sempre e comunque ricercare nella propria interiorità il senso della nostra moralità, riflettendo su quelle tematiche che ci mettono in discussione, che ci fanno pensare, che comportano per noi la necessità di guardare alla realtà in maniera diversa, meno conforme alla norma, alle mode, all’omologazione. La scrittura si nutre di creatività e la creatività scaturisce dallo studio, dalla riflessione, dalla capacità di pensare in modo diverso dagli altri e di saper affermare un inedito punto di vista sulla vita. Continua a leggere