In prima o in terza?
Quando la trama di un romanzo comincia a delinearsi nella mia mente con maggiore chiarezza, la domanda che temo e che tuttavia non riesco a non pormi è se lo scriverò in prima o in terza persona.
A volte la scelta è ovvia e quasi automatica: una frase d’inizio balza alla mente e subito è chiaro quale sarà il tipo di focalizzazione. Tuttavia in altri casi la scelta si fa complessa. Narrare in terza persona porta a due alternative inevitabili: il narratore può essere onnisciente, ossia conoscere tutto quello che c’è da sapere sulla trama, sui personaggi, sui luoghi, persino su anfratti, nascondigli e posti remoti o sui segreti della vita di quanti sono attori della storia; il narratore esterno è invece colui che scopre l’intreccio insieme al lettore e si fa in qualche modo trait d’union tra la narrazione e i dialoghi stessi, è solo una voce fuori campo che permette di dare una struttura al racconto, ma non sa niente di quanto avverrà e per questo viene spesso utilizzato nel giallo.
Anche la narrazione in prima persona comporta due possibilità: da un lato, l’io narrante racconta fatti della sua vita passata con la tecnica del flashback e quindi conosce già come sono andate le vicende, dall’altro chi narra lo fa tramite il presente indicativo e quindi descrive la situazione per come la vive sul momento, con tutte le sorprese e gli imprevisti che possono conseguirne.
Come scegliere tra ben quattro diverse opportunità? Non è mai facile perché ogni romanzo ha la sua voce e occorre ascoltarla per scegliere la strada giusta per narrare. Talora scrivo le prime venti pagine seguendo la focalizzazione che mi appare migliore sul momento e poi, rileggendo, mi rendo conto di dover drasticamente cambiare. Talora privilegio la terza persona perché più distaccata e meno partecipe rispetto alla prima. Del resto, scrivere con un punto di vista interno comporta l’inevitabile equazione da parte del lettore tra protagonista-io narrante e scrittore, ma nello stesso tempo privarsi dell’opportunità di immedesimazione che dà la focalizzazione soggettiva sarebbe indubbiamente un errore.
Il mio consiglio per decidere è osservare attentamente la trama che si è ideato e cercare di immaginarla nel suo svolgersi per intuire quali potrebbero essere le problematiche di una focalizzazione interna, esterna o zero e, qualora sbagliassimo comunque, niente paura: c’è sempre la revisione!
La scuola di Serena Bedini 7. In prima o in terza?
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