Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Accogliere e Ascoltare

 

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». [Lc 10, 38-42]

 

C’era il tempo in cui era molto in voga il dibattito fra supremazia del “fare” e supremazia dell’ “essere”.

Ortoprassi e Ortodossia, così le si chiamava e le si contrapponeva. Come se fosse possibile “essere” senza “fare” o “fare” senza “essere”.

Già domenica scorsa, il vangelo ci poneva la domanda: che fare? La risposta attraversava la frontiera dell’appartenenza etnica e religiosa, identificando nel samaritano, straniero e con credenze diverse da quella della tradizione gerosolimitana, il modo del “fare”.

Oggi, ci vengono proposte due donne, anch’esse, in quanto donne, espressione della diversità esclusa.

Marta e Maria non si pongono in contrasto l’una con l’altra. Rappresentano un universale atteggiamento umano.

L’accoglienza, con tutto il suo indaffararsi, è, in sostanza, un fare spazio all’altro.

L’ascolto è accoglienza dell’altro della propria realtà, cioè acconsentire che l’altro occupi uno spazio che considero mio. Sono la stessa cosa. Indicano modi differenti di acconsentire all’alterità.

Probabilmente, Marta, forte della sua antica amicizia con Gesù, pensava di essere già a conoscenza di quanto il maestro avrebbe potuto dirle e, quindi, preferisce occuparsi di altre “urgenze”, obbediente ad un criterio efficientistico che presume di poter fare a meno di ciò che si pensa di conoscere già.

È l’errore che spesso si commette, parlando di Dio. Si pensa di conoscerlo, si crede di possedere già la materia del discorso. Si dimentica la sua totale alterità.

Ma anche l’ascolto può essere solo ricerca di conferme alla propria visione del mondo e al proprio pensare. Accogliere le parole dell’altro è accogliere l’altro, sia nella sua dimensione dialogica, sia nella sua dimensione fisica. È fare spazio. È ritrarsi. È accettare che ogni fondamento, che chiamiamo conoscenza, è fittizio.

“Dio, liberami da dio”, diceva Meister Eckhart. Ogni mia pretesa conoscenza mi impedisce di conoscere. Ogni mia presuntuosa consapevolezza mi impedisce di ascoltare.

L’altro è sempre spiazzante. È sempre altrove da dove lo abbiamo collocato. È sempre oltre gli schemi che abbiamo accuratamente preparato.

La parte migliore è quella che fa di noi un vuoto. Più il vuoto è vuoto, più può essere riempito dall’Amore totalmente altro. Non si tratta di svuotarsi prima di essere riempiti. Ci si svuota per il fatto stesso di essere riempiti. Tale è l’amore. Rende simili a sé.

“Lotta e Contemplazione” non sono antitetici atteggiamenti di una umanità che annaspa. Sono l’una la conseguenza dell’altra. Uomini e donne che ascoltano sapranno sempre accogliere. Donne e uomini che accolgono sapranno sempre fare spazio.

Questa è la parte “che non ci sarà tolta”. Essere svuotati dalla Parola dell’Altro farà di noi la Parola che l’Altro pronuncia come sua nuova creazione.

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