La psicanalisi ha più volte sottolineato l’importanza della scrittura a scopo terapeutico: scrivere significa trasferire su carta non soltanto i propri pensieri, ma momenti, situazioni e incontri che ci hanno particolarmente emozionato, talora amareggiandoci, talora rendendoci vulnerabili, altre volte permettendoci di assaporare la felicità.
La scrittura consente di affrancarsi dai sentimenti negativi prendendone il giusto distacco e di analizzare i positivi apprezzandone ancora di più le cause e le implicazioni: ovviamente si tratta di un processo difficoltoso perché scrivere porta a rivivere certi istanti e perché la purificazione che suscita in noi avviene solo se riviviamo appieno certe sensazioni, senza rifuggirle, ma abbandonandosi a esse nella loro intensità, consapevoli che ciò che proveremo inizialmente sarà anche quello che lascerà spazio a un senso di liberazione poi. Il fatto è che nel momento in cui mettiamo per iscritto le nostre riflessioni siamo costretti a farlo in modo logico, obbligandoci a scavare dentro di noi, a ricercare le cause della nostra sofferenza o della nostra gioia, ossia razionalizzando quanto abbiamo vissuto.
Se ciò avviene nella scrittura autobiografica e diaristica con maggiore immediatezza, qualcosa di molto simile succede anche quando scriviamo un romanzo: le vicende narrate, seppure frutto della nostra fantasia, sono suggerite da fatti, episodi e comportamenti che ci hanno visto protagonisti o di cui siamo stati direttamente e persino indirettamente testimoni. Nessuno inventa niente perché il romanzo è una chiave interpretativa della realtà: non importa a quale genere narrativo afferisca, se è vero che anche nel fantasy si può senza difficoltà intravedere una metafora del mondo in cui viviamo. Ogni autore, volente o nolente, attinge alla commedia umana a cui egli stesso prende parte ogni giorno e, come spiega Murakami, qualunque angolo della realtà nasconde minerali di rara bellezza che possono diventare le pietre preziose da rendere oggetto della nostra ispirazione.
La scuola di Serena Bedini 10. Scrivere è catartico
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