Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Perseveranti  nel cambiamento

 ( Museo Peggy Guggenhaim Venezia)

«In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”». [Lc 18,1-8]

Preghiera è voce di chi “grida giorno e notte”.

A che tende questo gridare? Ad ottenere giustizia. E giustizia sarà fatta “prontamente”.

Il termine ebraico usato per pregare (“hitpallel”) suggerisce un modo di intendere la giustizia, forse diverso dalla comune accezione. Nella scrittura, la giustizia appartiene a IHWH. Lui solo è il giusto e chi è ritenuto tale lo è in virtù della partecipazione della giustizia di Dio.

“Pregare” per ottenere giustizia è pregare per partecipare alla giustizia di Dio, essere giusti come Egli è giusto. Il verbo usato, infatti, esprime un senso riflessivo di giudizio. Pregare, cioè, è giudicarsi, sottoporsi ad autogiudizio, per essere giusti. Pregare, dunque, è sottoporsi a “crisi”(dal verbo greco  krino, giudico) in vista di un cambiamento che ci renda “giusti”, simili a “Colui-che-è-giusto”. Non si tratta, quindi, di cercare di cambiare il giudizio o l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti, quanto, piuttosto, di cambiare noi stessi alla luce dell’“essere” giusto di Dio.

“Pregare” è giudicare se stessi. La preghiera è performante, cioè modifica la realtà mentre chiede di modificarla. È un atto di fede, come accoglienza di cambiamento. Per questo, la domanda finale è sulla fede. “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?”

Sembrerebbe che Luca voglia dire che solo nella fede è possibile il cambiamento. Solo nella fede, nell’abbandono di sé, o, al contrario, nella profondità di sé, è possibile quella dislocazione dell’esistenza che ci regala un habitus di giudizio critico su noi stessi e sul nostro mondo. “Pregate incessantemente” dice Paolo, ripreso da s. Agostino: “Il tuo desiderio continuo sarà il tuo continuo grido. Tacerai se smetterai di amare. Il gelo dell’amore è il silenzio del cuore; il fuoco dell’amore è il grido del cuore. Se sempre permane l’amore tu gridi sempre; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace.” (Aug., Esposizione sui Salmi, Salmo 37).

Preghiera e Fede, circolo di liberazione. L’una nutre l’altra, perché non si permetta una fede stantia e autofondata, che renda ragione solo a se stessa e non si permetta una preghiera che sia estraniazione dalla realtà che ci vede continuamente in cambiamento. Non c’è preghiera che ci chiede giudizio su noi stessi senza fede che di noi stessi sostenga il cambiamento.

Nell’atto d’amore, il grido del cuore che accende il desiderio e che ci giudica senza condanna.

Nell’atto d’amore, allo stesso tempo, la fede che chiede di sottoporci a giudizio di fronte all’altro.

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