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La scuola di Serena Bedini 10. Scrivere è catartico

Scrivere è catartico

La psicanalisi ha più volte sottolineato l’importanza della scrittura a scopo terapeutico: scrivere significa trasferire su carta non soltanto i propri pensieri, ma momenti, situazioni e incontri che ci hanno particolarmente emozionato, talora amareggiandoci, talora rendendoci vulnerabili, altre volte permettendoci di assaporare la felicità.
La scrittura consente di affrancarsi dai sentimenti negativi prendendone il giusto distacco e di analizzare i positivi apprezzandone ancora di più le cause e le implicazioni: ovviamente si tratta di un processo difficoltoso perché scrivere porta a rivivere certi istanti e perché la purificazione che suscita in noi avviene solo se riviviamo appieno certe sensazioni, senza rifuggirle, ma abbandonandosi a esse nella loro intensità, consapevoli che ciò che proveremo inizialmente sarà anche quello che lascerà spazio a un senso di liberazione poi. Il fatto è che nel momento in cui mettiamo per iscritto le nostre riflessioni siamo costretti a farlo in modo logico, obbligandoci a scavare dentro di noi, a ricercare le cause della nostra sofferenza o della nostra gioia, ossia razionalizzando quanto abbiamo vissuto.
Se ciò avviene nella scrittura autobiografica e diaristica con maggiore immediatezza, qualcosa di molto simile succede anche quando scriviamo un romanzo: le vicende narrate, seppure frutto della nostra fantasia, sono suggerite da fatti, episodi e comportamenti che ci hanno visto protagonisti o di cui siamo stati direttamente e persino indirettamente testimoni. Nessuno inventa niente perché il romanzo è una chiave interpretativa della realtà: non importa a quale genere narrativo afferisca, se è vero che anche nel fantasy si può senza difficoltà intravedere una metafora del mondo in cui viviamo. Ogni autore, volente o nolente, attinge alla commedia umana a cui egli stesso prende parte ogni giorno e, come spiega Murakami, qualunque angolo della realtà nasconde minerali di rara bellezza che possono diventare le pietre preziose da rendere oggetto della nostra ispirazione.

La scuola di Serena Bedini 5. Scrivere è un atto di responsabilità

Scrivere è un atto di responsabilità

Scrivere è un atto di responsabilità. Alcuni si chiederanno verso chi e probabilmente risponderanno quasi in automatico “verso il pubblico” o “verso la società” a seconda del tema trattato o del messaggio che si intende trasmettere. Il fatto è che scrivere è un atto di responsabilità verso i personaggi, prima ancora che verso i lettori. Quando si comincia a scrivere una storia occorre tenere presente che essa sta già vivendo attraverso i personaggi che la animano e che la vivono nella mente dell’autore. Cominciare dunque un romanzo e lasciarlo dopo le prime pagine significa di fatto soffocare quella vita, far tacere quanti la stanno vivendo, relegandoli nell’oscurità e nel vuoto della dimenticanza. Scrivere significa permettere ai personaggi di esistere e di prendere corpo, sembianze e di assumere un pensiero. Questo è il motivo per cui scrivendo avvertiamo la fatica di narrare. Sentiamo quanto sia arduo il lavoro che dovremo compiere non già in quanto la scrittura richiede solitudine e raccoglimento, quanto più perché quasi freneticamente si presentano nella nostra mente immagini, parole, frasi, situazioni che compongono la storia e i personaggi gridano la loro necessità di esprimersi, di compiere gesti, di muoversi, di apparire e di vestire i ruoli che sentono di dover impersonare. Allora ricerchiamo quasi affannosamente una pausa, un momento di riflessione perché quel turbinio di sentimenti, emozioni, istanti di vita ci stordisce, ci spaventa, ci fa credere di non riuscire a dare un ordine, un senso compiuto a tanta materia viva. Ed è in quel momento, quando temiamo di non essere in grado di gestire tutto e sentiamo la necessità di fuggire e di lasciare incompiuto il racconto appena iniziato che dobbiamo ricordarci dell’atto di responsabilità che abbiamo “sottoscritto” cominciando a narrare. Sarà proprio il senso del dovere, il rispetto verso la storia, a riportarci quasi d’imperio a scrivere, a renderci meno pesante il compito e a farci terminare quel romanzo, permettendo ai personaggi di esistere. Ci ricorda non a caso Pirandello: “[…] si nasce alla vita, in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla…. o donna. E […] si nasce anche personaggi!” (Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore).

La scuola di Serena Bedini 4. Questione di pazienza

di Serena Bedini

Questione di pazienza

Come si scrive un romanzo? Qual è il metodo migliore? Non esiste un sistema canonico, ognuno ha il suo. Anzi, a essere onesti, ogni romanzo si scrive in modo diverso, persino si utilizzano tempi diversi. Ci sono romanzi che si scrivono in una notte, altri che richiedono quindici giorni, altri ancora impegnano per un anno, altri infine necessitano di anni prima di essere conclusi. I fattori sono tantissimi: la trama più o meno complessa, la definizione dei personaggi, il messaggio che vogliamo trasmettere, la revisione, la nostra stessa capacità di impegnarci.
La scrittura è un atto creativo e come tale ha bisogno di libertà assoluta: non possiamo imporci di scrivere se non ce la sentiamo, se siamo stanchi, se non ne abbiamo voglia, se interviene in noi il famoso blocco dello scrittore che origina in larga parte da nostri blocchi mentali, da insicurezza, da stress. Dobbiamo accettare e conoscere la nostra fragilità e da questa consapevolezza costruire la nostra forza. Continua a leggere