Maria Pia QUINTAVALLA, Saudade. Con nota di Antonio Fiori

 

Antonio Fiori

 

La pronuncia di Saudade in portoghese è saudadi ed il significato più prossimo all’italiano è
‘desiderio’, che qui diventa – sono parole dell’autrice – “intenso desiderio di qualcosa di
ASSENTE, in quanto perduto, o non ancora raggiunto”. L’auspicio è forse il cortocircuito poetico
eliotiano tra passato e futuro: gli anni della formazione emotiva e politica sembrano voler
scavalcare il presente e rialzarsi nel futuro, parlare alle nuove generazioni: È là nel corso amico
della storia/ che vorrei tornare, precipitare in corsa/ prendere quota – camminare.
I temi biografici degli slanci ideali, del tempo dell’amore e del tempo che si consuma, si
intrecciano tutti in una poematicità che si mantiene fino in fondo, dentro “Le prose” finali. La
raccolta eponima è preceduta da una ricognizione dell’esperienza amorosa – “Casi del mondo,
case dell’amore” – che si estende ad un più ampio sentimento di fratellanza e di speranza: La
speranza non fa difetto a questo sogno,/ che con le mani e il sangue di una vita/ abbiamo fatto.
C’è anche un testo premonitore della prosa che chiuderà il libro, dove Mariapia Quintavalla
afferma, già nel titolo, “Sono una nave libica”: ero una nave libica sferzata,/ ogni giorno e ogni
notte a viaggiare,/ rifuggendo, e poi morire;/ fiato di molle rabbia ragionata,/ stortura del
controllo sulle vite/ trattate, e poi vendute/ come la mia, migrante.
Il verso di “Saudade” – sezione eponima di questa silloge – è quasi epico, col suo alternarsi di
durezza e dolcezza. I mesi dolorosi e interminabili della clausura pandemica – Giorni come
fucilazioni,/ i lunedì come bolle d’aria/ e restare là apneici, per giorni interi – sono anche quelli in
cui trovano spazio nuove meditazioni sul rapporto madre/figlia: Essere felice per volere di una/
figlia, è possibile. E ancora:

Avremo bisogno di sorgenti vive, noi –
di racconti dove
la storia ci sistemi, intime e care –
la mia lingua, e la tua siano vicine, leste
nel correre, lente nel parlare.

La voce poetante non si sottrae agli esami di coscienza e alla ricerca di Dio (l’Assente più
desiderato e il più difficile da raggiungere, avversati come siamo dal Male, sempre alla ricerca di
nuove vittime) ma poi riprende le fila della storia – quella privata, quella dei luoghi, quella sociale – e si prepara a nuove battaglie necessarie (Giancarlo Sammito, nella prefazione, definisce giustamente Mariapia Quintavalla “testimone consapevole, intellettuale in allerta civile”). È importante sottolineare il peso dell’hemat, della “patria” padana, nella produzione poetica della nostra autrice, per la quale il Po e le sue terre rappresentano il correlativo oggettivo della civiltà contadina, che precede e fonda ogni esperienza umana e poetica: oh grande sera/ senza le sue canzoni questa campagna/ della madre terra, e di suo padre tronco/ erano prodigio da salvare…
Una poesia dunque fortemente ancorata alla vita – che sempre vi pulsa da generazioni – ma
costretta alla fine a trasformarsi in una tragica prosa, per raccontare le morti del naufragio di
Augusta del 18 aprile 2015.

 

*

 

DA: SAUDADE

 

ll prossimo libro

 

 

Il mio prossimo libro, il prossimo amore

a loro non voglio lesinare niente,

nulla lasciare di intentato, un kamasutra

dell’amore spirituale, ali spiegate

intransigente, che tutto dona

e nulla chiede:

non umile e non vorace, ma caldissimo

amante attuale,

atterrato fino a qui, agli spasimi del deserto;

 

una zampa distesa al fuoco serale,

come suo altare e

come fuoco acceso, l’altra al collo

avvolta a mo’ di sciarpa.

 

 

 

*

 

 

La piantina

 

 III

 

La pianta tace sopra il suo segreto

che è l’assenza di centro e sterno vuoto

al mondo da mostrare, divide

 

e intrica con la sua secchezza il cielo

ma scruta dentro l’anima, vorace. E tace

tace di suoi algoritmi e voci

prenatali alla vita, al tempo al vivere

del mondo, avevano attizzato fuochi lì

nel cuore, e morso l’aria.

E intanto voci – anche di bambini

che dall’erba suggeriscono preghiere,

 

e le dicono lascia, lascia tuo padre –

madre, e tuo fratello in terra

di sepoltura antica, tu foriera

 

di indiane corse che dal cielo fumano

il suo Sole.

È là nel corso amico della storia

che vorrei tornare, precipitare in corsa

prendere quota – camminare.

 

 

*

 

da La terribile età

 

Nell’eclisse dei sensi e dell’amore anche la ragione si era addormentata, e ritrovata infine in una nicchia inverno, dove sorseggiare ricordi sempre più lontani, o cessava quasi di fantasticare.

Intanto le più parti si sentivano predicate dal bene al male alle domande parentali.

Processioni non erano più sole, lungo linee di un fiorito destino, e il padre-madre, lo stuolo tutto di possenti anime in campagna, già laghi e campi della sua regione.

Lente processioni per lenti fiumi, la terribile età sembrava sconfitta.

 

*

 

da Augusta, Il naufragio

 

Le grida, indisseppellite, a oratorio, ecco, sono nei gesti dell’abbraccio, un poco come nelle camere pompeiane finite sotto la cenere.

Mi avvicino lentamente, e guardando da una fessura, il sottile taglio sottile interno del legno, subito marcito, mi fa intra-sentire, immaginare infine il groviglio dei corpi, intrappolati come acini di un frutteto divino sconsacrato.

 

*

 

Mariapia Quintavalla

Saudade (2017-2022)

Introduzione di Giancarlo Sammito

puntoacapo, 2024

 

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