Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità” (2)

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Due estratti

Pp. 243-245

La Venezia che ritrovai nell’estate del 1816 era una nobile decaduta ed esausta, un lemure fatalista. Diciannove anni prima, con il trattato di Campoformio, Napoleone l’aveva ceduta all’Austria. Dopo il congresso di Vienna la provincia veneta era entrata a fare parte del regno Lombardo-Veneto. I veneziani erano pallidi parenti dei loro avi, gente svigorita ma che non rinunciava all’ironia, alla spocchia, al parossismo, al vizio e all’amore per il bel gesto.
Facevo ritorno a Venezia dopo ventinove anni di assenza. Ero conscio che Tuareg ingrassasse la terra da molto tempo, come la vecchia governante e il giardiniere. Ero ansioso di scoprire se Surya fosse ancora in vita, anche se lo ritenevo improbabile giacché avrebbe avuto all’incirca novant’anni, e mi chiedevo se Caterina si fosse presa cura della mia casa oltre che dei suoi figli, di cui mi erano ignoti il numero e l’età.
Ahimè, mi aspettavano due sorprese sgradevoli. Sant’Arian era disabitata e in rovina. Il laboratorio era stato saccheggiato e non c’era traccia dei miei quadri e degli altri miei beni. Il pescatore che mi aveva portato sull’isola si lamentò che al tempo dell’occupazione francese, e ancor prima con la caduta della Repubblica, era accaduto ogni genere di scempio, sia in città sia in laguna, e i gendarmi non avevano potuto evitare i tumulti, le razzie e le devastazioni. Gli chiesi se avesse notizie delle persone che un tempo vivevano lì. Fece spallucce e mormorò una frase che non capii. Insistetti e lui, fissandomi in maniera obliqua, esclamò: «Sior, gnanca el can mena la coa par niente
Allora scodinzola – pensai offrendogli uno zecchino.
Il pescatore era una betonega e poiché aveva conosciuto i miei domestici, incassò e tagliò corto. «Xe tuti morti
«Morti!» ripetei. «Che cosa gli è capitato?»
Invitato a sciogliere a lingua, mi confermò che la vecchia governante e il giardiniere erano deceduti per cause naturali. Il “paron” indiano (è così che definì Surya) era morto quando alcuni soldati francesi, ai quali si era opposto nel tentativo di evitare il saccheggio della casa e proteggere Caterina e i figli ormai adulti, gli spararono a bruciapelo e lo finirono con un colpo di baionetta al cuore. Caterina aveva patito ripetute violenze carnali prima di essere gettata, ancora viva ma senza forze, nelle acque della laguna.
«E i figli… che fine hanno fatto i figli?»
«Solo el mona sa tuto» rispose il pescatore con mestizia.
Non chiesi altro. Avevo il cuore gonfio di rabbia e dolore, stretto in una morsa di disgusto verso il genere umano.
Anche la seconda sorpresa mi piegò in due. Il Banco del Giro non esisteva più. Fondato nel 1524, era sopravvissuto di poco alla caduta della Repubblica. Un decreto ne aveva stabilito la liquidazione dei capitali. Non avevo provveduto alla riscossione dei crediti nei tempi e nei modi previsti, sicché il denaro che avevo depositato, una somma cospicua, era scomparso. Invano mi rivolsi agli uffici preposti e al governatore. I miei reclami furono accolti con un sorriso beffardo e nessun avvocato accettò di perorare la mia causa, definendola persa.
Amareggiato e scornato odiai Venezia, per quanto l’avessi amata con intensità e fossi sensibile al suo fascino decadente. Ma non è forse questo il prezzo che si paga quando un amore forte si esaurisce e il rammarico nutre un sentimento di segno opposto?
A centoventidue anni di età, mi ritrovavo padrone solo dei miei bauli e delle vesti che indossavo. A dire il vero, avevo molti diamanti cuciti nella redingote e abbastanza risorse per vivere sans souci. Eppure sentii in bocca il sapore ripugnante della beffa e non mi consolò pensare che i miei talenti mi avrebbero permesso di ricominciare altrove.
Giurai a me stesso che non mi sarei fermato un giorno in più nella terra dei morti, anzi, che non ci sarei più tornato.

Pp. 275-277

Fui contagiato dall’ardore dei bostoniani, così simili agli europei da non rinunciare agli atteggiamenti aristocratici, ma molto più disponibili. Vinsi la diffidenza dei brahmini, le famiglie del New England discendenti dai primi coloni inglesi. Il mio savoir vivre li conquistò. Le porte dei salotti si aprirono e conobbi i Dudleys, i Winthrop, i Peabody e i Winslow. La prima loggia massonica americana era sorta a Boston agli inizi del XVIII secolo. Non ebbi difficoltà a farne parte ed entrai in confidenza con alcuni liberi muratori che furono impressionati dal mio scibile. Ovviamente offrivo di me solo piccoli assaggi, non volendo dare troppo nell’occhio. L’uomo d’affari e filantropo John Amory Lowell mi invitò a tenere lezioni al Lowell Institute. La mia nomea suscitò tanta curiosità e attirò gli intellettuali più brillanti e le menti sopraffine, fra cui Nathaniel Hawthorne, Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson.
Di Hawthorne, scrittore alle prime armi impiegato presso la dogana di Boston, mi piacque che sviluppasse i temi del fantastico e del soprannaturale. Gli offrii diversi spunti che avrebbe messo a profitto più avanti. Restò affascinato dalle mie disquisizioni sulla vita senza fine e le dedicò un romanzo, Settimio Felton, noto anche come L’elisir di lunga vita, di cui sono l’ispiratore quantunque non gli feci mai sospettare d’essere immortale.
Che dire di Thoreau? Era molto giovane e legato al fratello, che sarebbe morto di lì a poco. Di lui apprezzai l’amore puro e incondizionato per la natura, che diceva non fosse solo uno strumento per raggiugere conoscenze di ordine superiore ma fonte di benessere e soluzione ai problemi esistenziali.
Emerson viveva con la sua seconda moglie Lydia a Concord, una cittadina non lontana da Boston, e quando seppe che ero nato nei pressi di Firenze, mi invitò a casa sua. Mi raccontò che una decina d’anni prima aveva fatto un viaggio in Europa ed era stato a Firenze, della quale si era innamorato. Mi invitò a leggere il saggio Nature e provai interesse per il movimento di pensiero detto “Trascendentalismo”, che esaltava l’individuo nei rapporti con la natura e la società e si era sviluppato nel Nord America.
Mi presentò Margherita Fuller, poco più che trentenne. Aveva aderito al movimento e lavorava come giornalista per Emerson in una rivista politico-letteraria. Non era una bellezza classica ma mi colpì per la sua intelligenza e la disinvoltura con cui si muoveva in un mondo maschilista. Mi confessò che a scuola era stata isolata dalle sue compagne perché parlava sempre e solo di indipendenza ed emancipazione femminile. Colsi una forte passione nei suoi occhi neri come la china. Il padre le aveva impartito un’educazione rigida e lei padroneggiava il greco, il latino, il francese, il tedesco e l’italiano. Non era sposata e non aveva un compagno. Si affezionò a me e io iniziai a provare una forte simpatia nei suoi confronti che col passare dei giorni si trasformò in attrazione. Peggy era un ciclone, un falò che mi scaldava il cuore, in special modo quando correva in difesa dei più deboli, fossero le donne che subivano violenza, gli schiavi o gli animali. Non si cibava di carne né di pesce e quando scoprì che anch’io ero vegetariano, s’illuse che fossi la sua anima gemella. In effetti, andammo a vivere insieme in una piccola casa in Tremont Row. Mentirei se dicessi che ero innamorato della mia Peggy, che riempì la casa di gatti e mi costrinse ad aiutarla nei lavori domestici. Ma le volevo bene e sorridevo di noi.
Ah, se avesse conosciuto il mio passato… Non le rivelai chi fossi e tanto più quali conoscenze e facoltà possedessi. Mi limitai a offrirle protezione, comprensione e calore umano, che lei ricambiò con la dedizione mai scevra di orgoglio e dignità che solo le donne idealiste riservano al loro uomo.
Fu grazie a lei che m’interessai di un fenomeno che stava contagiando le anime più sensibili e pie. In America, i primi decenni del XIX secolo erano stati caratterizzati da un clima di fermento religioso senza precedenti. Si erano diffuse alcune profezie sull’imminente fine del mondo e gli americani erano stati colpiti dalla febbre escatologica cristiana…

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