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Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità” (2)

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Due estratti

Pp. 243-245

La Venezia che ritrovai nell’estate del 1816 era una nobile decaduta ed esausta, un lemure fatalista. Diciannove anni prima, con il trattato di Campoformio, Napoleone l’aveva ceduta all’Austria. Dopo il congresso di Vienna la provincia veneta era entrata a fare parte del regno Lombardo-Veneto. I veneziani erano pallidi parenti dei loro avi, gente svigorita ma che non rinunciava all’ironia, alla spocchia, al parossismo, al vizio e all’amore per il bel gesto.
Facevo ritorno a Venezia dopo ventinove anni di assenza. Ero conscio che Tuareg ingrassasse la terra da molto tempo, come la vecchia governante e il giardiniere. Ero ansioso di scoprire se Surya fosse ancora in vita, anche se lo ritenevo improbabile giacché avrebbe avuto all’incirca novant’anni, e mi chiedevo se Caterina si fosse presa cura della mia casa oltre che dei suoi figli, di cui mi erano ignoti il numero e l’età.
Ahimè, mi aspettavano due sorprese sgradevoli. Sant’Arian era disabitata e in rovina. Il laboratorio era stato saccheggiato e non c’era traccia dei miei quadri e degli altri miei beni. Il pescatore che mi aveva portato sull’isola si lamentò che al tempo dell’occupazione francese, e ancor prima con la caduta della Repubblica, era accaduto ogni genere di scempio, sia in città sia in laguna, e i gendarmi non avevano potuto evitare i tumulti, le razzie e le devastazioni. Gli chiesi se avesse notizie delle persone che un tempo vivevano lì. Fece spallucce e mormorò una frase che non capii. Insistetti e lui, fissandomi in maniera obliqua, esclamò: «Sior, gnanca el can mena la coa par nienteContinua a leggere

Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità”

Giuseppe Bresciani, L’uomo che pesò l’eternità

Un estratto (pp. 110-112):

Ripresi le mie abitudini mondane, dividendomi fra Versailles e i salotti dell’aristocrazia e della borghesia parigina. Da più di un anno frequentavo quello nell’Hôtel d’Uzès, la dimora di Emilie de La Rochefoucault, la consorte del duca d’Uzès. Più che un salotto, la duchessa d’Uzès aveva creato e sovrintendeva un vivace circolo esoterico. La sua nota passione per i misteri e il sovrannaturale era tale che mi considerava un maestro oltre che una guida spirituale. Alle sue riunioni a numero chiuso non mancavano mai la marchesa di Créquy, l’onnipresente Madame d’Urfé e la contessa di Brionne. Il salotto di Madame d’Uzès attirava anche i grandi pensatori come Jean-Jacques Rousseau e il conte di Buffon.
Una sera, a cena, vi conobbi François-Marie Arouet, l’acclarato intellettuale noto con lo pseudonimo Voltaire. Era venuto dalla sua tenuta di Fernay per illustrare agli ospiti del circolo le tesi esposte nel suo romanzo filosofico Candido, pubblicato da poco a Ginevra. Il patriarca dell’Illuminismo era l’ospite d’onore della serata e non mi limitai ad ascoltarlo con il massimo interesse ma lo invitai a un contraddittorio.Gli astanti erano eccitati. Voltaire e io rappresentavamo due opposti apparentemente inconciliabili. Lui era scettico nei confronti della religione e dei misteri, refrattario a ogni superstizione e potere magico, avendo fede solo nel pensiero razionalista. Io, invece, incarnavo ciò che sfugge alla ragione e la sfida. Per lui, era naturale diffidare di un uomo della mia specie, che si diceva praticasse la magia teurgica, ricavasse l’oro dai metalli vili grazie alla pietra filosofale e avesse vinto la morte. Nondimeno, avevamo diverse qualità in comune; la mente aperta ed elastica, l’eccellente virtù affabulatoria, la vasta erudizione e l’ironia. Eravamo coetanei e godevamo del favore di amici anticonformisti ed estimatori autorevoli.
Chi si aspettava da noi un incontro di lotta greco-romana restò deluso. Animati da reciproca curiosità e da un rispetto che non poteva essere incrinato dal fatto di avere idee differenti e un diverso stile di vita, non solo non ci scontrammo a testa bassa come gli stambecchi ma ci comportammo da autentici gentiluomini.
«Signor conte, se non ci vedessimo solo oggi per la prima volta qualcuno potrebbe sostenere che mi sono ispirato a voi per la figura del mio Candido» disse il filosofo.
«Cosa ve lo fa pensare, signore?»
«Il vostro ottimismo, tanto per cominciare.»
«Che altro?»
«Come Candido, avete scoperto il vostro personale El Dorado e siete tornato in Europa carico di tesori.»
Annuii, sorridendo garbatamente. Voltaire sorseggiò la sua ennesima tazzina di caffè – si diceva che ne bevesse una dozzina al giorno – e continuò: «Pare che anche voi, come lui, abbiate stipulato un patto con la morte.»
«Un patto, dite?»
«Candido non muore mai, sopravvive a qualsiasi pericolo e disavventura, come se fosse invisibile alla morte. Di voi, si dice che siate immortale, per quanto mi rifiuti di crederlo.»
Fissai Voltaire con intensità e per stupirlo citai una frase di cui non avrebbe potuto disconoscere la paternità. «Il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno.»
«Touché!» commentò il filosofo. «Ciò nonostante, poiché fra le cose più sicure, la più sicura è proprio il dubbio, concedetemi di dubitare di voi e dell’ottimismo che vi induce a pensare che non avrete mai bisogno delle pompe funebri.»
«Signore, in futuro vi darò la prova che dopo avere pesato l’eternità ho vinto la morte.»
Un brusio si levò nel salone dove gli ospiti della duchessa d’Uzès erano avvinti dalla conversazione. Voltaire mi degnò di uno sguardo clemente. «Disapprovo quello che dite» obbiettò «ma difenderei fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

Biografia di Giuseppe Bresciani

Sono nato il 7 ottobre 1955 a Como, dove risiedo.Nel 1980 ho conseguito la laurea in Lettere Moderne presso l’Università di Pavia.Dopo trent’anni di attività imprenditoriale-umanistica ho iniziato a dedicarmi a tempo pieno alla scrittura. Ho esordito nel 2011 con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del mio soggiorno come osservatore nel paese dei talebani. Nel 2013 ho pubblicato i racconti “Il cantico del pesce persico”. Nel 2018 ho pubblicato il romanzo sul crepuscolo di Leonardo da Vinci in Francia “Le infinite ragioni” (Albeggi). Nel 2021 ho pubblicato il romanzo storico “Il cavaliere delfiordo” (Leone) con cui ho vinto il premio “Scrittori con gusto” assegnato dall’Accademia Res Aulica di Bologna. Nel settembre 2025 ho pubblicato il mio nuovo romanzo “L’uomo che pesò l’eternità” (Altrevoci).

Andrea legge nel tubo: “Il primo cadavere del 6 maggio”, da “I cannoni di Bava Beccaris” di Paolo Valera.

Le ‘letture’ di Andrea Sciuto.

Nato in provincia di Bergamo da genitori siciliani, Andrea Sciuto vive tra Catania e Bergamo, dove lavora come insegnante di lettere. Fa parte del Circolo dei Narratori di Bergamo, gruppo di volontari che organizza iniziative di promozione della lettura insieme alle biblioteche pubbliche.
Oggi Andrea legge “Il primo cadavere del 6 maggio”, da “I cannoni di Bava Beccaris” di Paolo Valera.

Estratto di “Oltre il fuoco” di Javier Núñez

Estratto di Oltre il fuoco di Javier Núñez (ed. Le pecore nere, 2019)

“Bruciami”

Soy ceniza que nadie recoge
soy un llanto más.[1]
«Dame el fuego de tu amor».

“Sandro Espectacular”, 1971

(«Sono cenere che nessuno raccoglie, sono un pianto in più». Estratto del brano “Dammi il fuoco del tuo amore”, dall’album Sandro Espectacular, 1971)

A volte credo che potrei esserci riuscito. Solo a volte. È un pensiero che non ha molto senso. La vita può essere una linea più o meno retta da un punto specifico nella storia dell’umanità —la nostra nascita— a un altro punto determinato, finale, inevitabile —la nostra morte—. O può essere un cammino tortuoso, imprevedibile, soggetto ai capricci del caso; un sentiero immaginario che apriamo a colpi di machete, incapaci di vedere al di là del prossimo passo, e che scompare alle nostre spalle man mano che ci allontaniamo. Ma la vita è sempre un cammino unico. Le biforcazioni, le linee parallele che potrebbero essersi spalancate a un destino diverso, esistono soltanto nella coscienza retrospettiva dell’uomo. Ogni decisione, ogni scelta di fronte a un dilemma è irrimediabile. La più piccola azione di rifiuto di una rotta possibile è una condanna all’inesistenza assoluta nel tempo e nello spazio, ma non all’oblio. A volte, abbiamo la cattiva abitudine di credere che una decisione diversa avrebbe potuto portarci su una strada che non è mai esistita. Continua a leggere

Piccoli Maestri: intervista a Carola Susani

Tra le molte iniziative per dare opportunità di sviluppo e sostegno a ragazzi e bambini in età scolare, spicca senz’altro quella dei Piccoli Maestri ? sottotitolo “una scuola di lettura per ragazzi e ragazze” ? nata una decina di anni fa durante una riunione del gruppo Generazione TQ, su proposta di Elena Stancanelli, che ne è presidentessa. L’idea era quella di seguire le orme di altri progetti portati con successo avanti all’estero (Dave Eggers in US e Nick Hornby in UK) e proporre delle letture di libri amati a un pubblico di giovani. Nessuna lezione o cattedra, ma al contrario una pura trasmissione di emozione e passione.
“Piccoli Maestri” ? si legge sul sito ? “è un’associazione di scrittori e scrittrici. Andiamo nelle scuole a raccontare e leggere libri. Quelli più belli, imprescindibili, quelli che non vogliamo siano dimenticati. È il nostro regalo, un modo speriamo per contagiare l’amore per la lettura, che tanto i libri – poche chiacchiere! – non finiranno mai.” Continua a leggere

Penna e la felicità di essere diverso

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di Nicola Vacca

Finalmente giustizia è stata fatta per Sandro Penna. Uno dei più grandi poeti del Novecento entra a far parte dei Meridiani con un volume corposo che comprende tutta la sua opera. Poesie, prose e diari per un totale di 1600 pagine( a cura di Roberto Deidier). Un omaggio doveroso, anche se arriva in ritardo, a un poeta immenso che per troppo tempo è stato dimenticato.

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L’ospitalità: l’ultima voce contro il male

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di Nicola Vacca

Edmond Jabès, poeta e filosofo,  nella sua opera ha accompagnato la scrittura poetica, sempre di straordinaria  intensità, con una meditazione intorno ai grandi temi come il tragico, il dialogo, lo straniero, il concetto di ospitalità. L’autore egiziano  non ha mai smesso di  interrogarsi  sulle questioni cruciali della nostra epoca.

Nei suoi libri si trovano tutte le ragioni dell’impegno di un poeta che ha amato la lotta.

Ma sono le ragioni malvagie dell’essere umano e la sua inclinazione alla distruzione del male  i punti sui quali si sofferma il poeta non smettendo mai di pensare da filosofo. Continua a leggere

Kafka nel quotidiano della sua grandezza

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di Nicola Vacca

Franz Kafka ha scritto sulla condizione umana ciò che nessuna riflessione  sociologica  e politologica forse potrà mai dire.

Il termine attuale kafkianità appare come il solo denominatore comune di situazioni (sia letterali, sia reali) che nessun’altra parola permetta di cogliere nella sua essenza. Nella kafkianità la cosa più geniale è  che si trovano condensate  tutte le contraddizioni, tutte le incertezze, tutte le miserie morali del nostro tempo.

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L’amore e i tempi del quotidiano

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di Nicola Vacca

Alain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.

Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.

Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento?  Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.

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Majakovskij e l’incendio delle parole

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di Nicola Vacca

 

Vittorio Strada, critico letterario, filologo e autorevole studioso della letteratura russa, si chiede giustamente che fare oggi della poesia di Vladimir Majakovskij, definito  il «poeta della rivoluzione».

Una domanda tutt’altro che impertinente se si pensa che la poesia majakovskiana è colpevole di aver esaltato una rivoluzione criminosa.

Vittorio Strada dà una risposta che non si può non condividere: bisogna fare di Majakovskij non il poeta della rivoluzione, ma una vittima della rivoluzione, un giullare tragico del nuovo Potere. Continua a leggere

Cioran tra paradossi e divagazioni

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di Nicola Vacca

Esce per la prima volta in italiano Razne, l’ultimo libro scritto da Cioran in lingua romena. Fino a questo momento il libro non conosceva altre versioni oltre a quella romena.

Lo pubblica Lindau con il titolo Divagazioni (a cura e tradotto da Horia Corneliu Cicorta?) e rappresenta un evento letterario unico visto che il libro non è stato edito in altre traduzioni, né in francese, né in altre lingue,

Il libro rappresenta lo spartiacque nella produzione letteraria di Cioran che abbandonerà per sempre la sua lingua madre per quella francese.

«Il libro che presentiamo ai lettori italiani è la traduzione del volume Emil Cioran, Razne, a cura di Constantin Zaharia (Humanitas, Bucure?ti, 2012), comprensiva dei relativi apparati critici (prefazione, nota all’edizione e varianti testuali). Continua a leggere

L’arte non è democratica. Parola di Flannery O’Connor.


La scrittrice Flannery O’Connor indagò a fondo l’azione della grazia «nel territorio del diavolo». E affrontò una vita assediata dalla malattia con la fede marziale di una Giovanna d’Arco: «Sono sola a presidiare la fortezza…».

di Paolo Pegoraro

Negli Stati Uniti è un’autrice di culto. «La più grande scrittrice di racconti della mia generazione», secondo Kurt Vonnegut, ma l’adorano anche cantanti e registi: Nick Cave e Quentin Tarantino, tanto per fare due nomi. Il critico Harold Bloom l’ha inclusa tra i cento più grandi autori della letteratura mondiale di ogni epoca, dichiarandola sorella di Dante, Cervantes, Shakespeare e Dostoevskij. Perché la lettura di Flannery O’Connor non lascia uguali a prima. Semplicemente non può. Il primo incontro con le sue opere è in genere traumatizzante. La prosa, di una densità intollerabile, tiene incollato il lettore alla pagina costringendolo a vedere ciò che non vorrebbe. Profeti fanatici, bambini impiccati, figure androgine o cupamente scimmiesche, disabili annegati, vecchi rabbiosi, corpi deformi e arti amputati, mostri di rispettabilità e ragazzini molestati, seduttori e ladri e assassini ovunque… un repertorio da far impallidire Bret Easton Ellis. Eppure a offrircelo è una signorina cresciuta nel bel mezzo della Georgia puritana d’inizio Novecento, la quale amava affermare: «Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica». Una signorina che non si compiace mai dell’orrore e tanto meno lo compatisce: lo descrive con l’implacabile comicità della vita, come una storiella che fa ridere chiunque meno il suo permaloso protagonista. Continua a leggere

Il male? È un nano miope, codardo e narcisista

Letti&Riletti

A cura di Paolo Pegoraro

 


Pär Lagerkvist è un nome ingiustamente trascurato. Poeta, drammaturgo e romanziere, Premio Nobel del 1951, dalla sua opera più nota – Barabba – fu tratto un kolossal con Anthony Quinn, Vittorio Gassman e Silvana Mangano. Ma il trionfalismo hollywoodiano è quanto di più distante si possa immaginare dalla stringata scrittura di Lagerkvist; e si racconta che alla prima proiezione lo scrittore si mise a ridere, mentre la moglie si addormentò.

Pur dichiarandosi non credente, tutta la sua opera è permeata da una spasmodica tensione verso quell’infinito che altrettanto fermamente nega. Avverso a ogni scetticismo di comodo, Lagerkvist si lasciò interrogare intimamente dall’enigma di un male che cova anche all’interno delle civiltà più sviluppate. Di ritorno da un viaggio alle sorgenti della civiltà europea – la Palestina e la Grecia – lo scrittore svedese rimase esterrefatto nell’attraversare un’Europa dominata dagli slogan nazionalistici. Fu il seme dal quale concepì – nel 1944 – il suo capolavoro: Il nano (Iperborea, pp. 208, € 11,50). Il romanzo racconta la vita di una corte rinascimentale immaginaria vista attraverso gli occhi del nano di corte, anonimo e fedelissimo servitore del principe Leone. Conosceremo ogni personaggio e ogni vicenda attraverso il suo sguardo incredibilmente acuto, capace di svelare ogni malefatta e di portare alla luce ogni fantasia malevola, eppure totalmente incapace di riconoscere il bene. Il nano può vedere distintamente perfino di notte, contare anche i singoli fili d’erba, eppure non riesce a scorgere le stelle. È sì un genio, ma un genio del disprezzo e dell’odio. Continua a leggere

I sapori di un’epoca perduta

di Marco Grassano

Non di rado, scorrendo le pagine di qualche libro, mi tocca di pensare: “Ecco qui una cosa che piacerebbe a Mario Mantelli” (mi riferisco, è ovvio, al nostro autore, non all’omonimo sindaco di Carbonara Scrivia). Si tratta di opere che, pur se non sempre di natura strettamente autobiografica, tendono comunque a un’evocazione, a una ricomposizione quasi alchemica dell’infanzia e dei dettagli che l’hanno caratterizzata, e in più sono scritte in una prosa compatta, come incisa nel marmo, con parole selezionate, soppesate e definitive. Che so io, testi quali Infanzia berlinese di Walter Benjamin, o Istanbul di Orhan Pamuk, o Le botteghe color cannella di Bruno Schultz. Continua a leggere

L’illuminista illustrato

Pedullà costruisce libri da abitare. L’ultimo, Il vecchio che avanza. Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero, edito alla fine del ’9 dalla cooperativa romana Ponte Sisto (la stessa cui il critico calabrese affida la stampa delle due riviste da lui fondate all’inizio del millennio, «L’illuminista» e «Il caffè illustrato»), non tradisce le aspettative: tutto è minuziosamente e sapientemente architettato perché l’ospite possa visitare con ogni conforto stanze logge recessi senza mai accusare la benché minima stanchezza. Via, dunque, le pedantesche note al piede (respingerebbero); bando alle obese referenze bibliografiche (annoierebbero); nessuna pietà per gl’indici analitici (desterebbero sospetti). Ecco, invece, le illustrazioni didascaliche a tinte fumettisticamente sgargianti (l’occhio non vuole forse la sua parte?); le gustose macchie di colore mutuate da uno degli auctores del Nostro, D’Arrigo: «lassotto», «laddentro», «il visto cogli occhi», «il visto cogli occhi della mente»; il sermo usitatus et simplex mescidato di registri incompatibili, dall’aulico all’informale, non escluso il turpiloquiale, perché bisogna rivolgersi al lettore medio con l’affabilità e la naturalezza d’un compagno di strada, e del lettore medio riprodurre lingua e pensiero con artifici mimetici da mortificare il più scafato scrittore espressionista («capi politici che hanno testa ma non hanno coglioni»; «lettori cui non gliene potrebbe fregar di meno delle sorti della letteratura»; «parole deformate da orrore e incazzatura», «Perelà ha fatto vedere come va il mondo. Nel migliore dei casi va a puttane»). Continua a leggere

Da Sylt – di Franz Krauspenhaar

roma è sopravvalutata milano è un tugurio, prima o poi un albergo pio, ci sarà don verzè, sylt ci sono andato per relax claus dieter paga la noia stava distruggendomi, stavo per fare, cosa, sì,  ubriacarmi di birra, tutto il giorno, in spiaggia
torno più bianco di prima
firenze è una sindrome di stendhal
a berlino si chiacchiera, a salisburgo ruppi rompei rompai bicchieri di cristallo in un ristorante torreggiante, annemarie la zia rideva, a praga mai stato fanculo, new york è hancock basta la parola, nel maine c’era uno squalo di nome roy scheider, roma è una cloaca inventata da victor cavallo, il prezzemolo è la rucola, la rucola è il pomodoro pachino, a sylt speravo di togliermi di dosso l’italia, invece mi sono fatto avvolgere da “persona” di bergman, l’infermiera ventsettenne e l’attrice muta le vedevo tra le dune. una angoscia fulminante, dovete credermi. roma è un cesso, soprattutto il pieno centro, giornalisti, puttane d’alto bordo, caciottari ripuliti. milano è una sagoma, piena di buchi del culo sparati da decenni di malaffare. a kolding ci stetti bene, guardavo derrick in tv doppiato in danese. Continua a leggere

In acque vuote

di Alfonso Nannariello

«Aprile è il più crudele dei mesi: genera lillà da terra morta».
Quello del 1954 deve essere stato particolarmente feroce. Nevicò per tutto il tempo, e il freddo ghiacciò i fiori e i frutti alle piante.
Sull’albero di famiglia, però, spuntai io. Fui concepito allora, per quell’insolita e abbondante nevicata durata tutto il mese.
Quell’avvenimento, per i miei che non avevano fatto il viaggio di nozze, fu come un’offerta speciale, un biglietto eccezionale. Mio padre dovette cogliere l’occasione di quella vacanza dal lavoro e svuotare tutta la cartucciera della sua virilità. Continua a leggere

Inidipendenti -Giulio passami il libro

 La rassegna letteraria “GIULIO PASSAMI IL LIBRO: “INIDIPENDENTI”, per la serata del 10 maggio alle ore 21,00 vede protagonisti i  testi di Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Francesco Forlani, Michele Sovente, Carmine Vitale.

gli stessi testi  inediti saranno in seguito pubblicati in una edizione speciale a cura dello studio Oblique per le edizioni Infinite Soluzioni.
Scrittori e poeti  partecipanti : Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Carmine Vitale, Andrea Inglese, Francesco Forlani, Sonia Topazio, Alexandra Petrova, Stefano Malatesta, Loredana Raciti, Marco Fabio Apolloni, Paolo Piccirillo, Michele Sovente, Luigia Sorrentino,stefano Gallerani,Gualtiero Rosella.

Giulio passami l’olio via di Monte Giordano ,28 Roma

tutti i lunedi alle 21,00

Rassegna Inidipendenti- Giulio passami il libro

giulio passami il libro

GIULIO PASSAMI L’OLIO e’ un locale storico di Roma . Per l’occasione  diventa Passami il libro, una  rassegna  che  sara’ ripetuta anche il prossimo anno. Dal 19 aprile e ogni lunedi dalle 21  per due mesi ,autori poeti scrittori presenteranno  i loro inediti tra le mura di questo locale. I testi saranno poi pubblicati in una edizione speciale.

A curare la pubblicazione e l’impaginazione ci sarà lo studio Oblique per le edizioni Infinite Soluzioni. Ogni serata e’ dedicata a 2 autori, con brevi letture dei testi, fatta da attori e attrici .

Partecipano : Teresa De Sio, Roberto Donatelli, Carmine Vitale, Andrea Inglese, Francesco Forlani, Sonia Topazio, Alexandra Petrova, Stefano Malatesta, Loredana Raciti, Marco Fabio Apolloni, Paolo Piccirillo, Michele Sovente, Luigia Sorrentino, Stefano Gallerani, Gualtiero Rosella
Leggono: Simone Caparrini, Lia Zinno, Nicola Pistoia, Daniela Scarlatti, Sonia Topazio, Marina Giulia Cavalli

Lunedi 19 aprile ore 21  : Stefano Malatesta e Loredana Raciti

Giulio passami l’olio

via di MonteGiordano ,28

Roma

Simone Weil, la pasionaria che scelse il buon ladrone

Era un’intellettuale, una mistica, una poetessa. Una donna
sensibilissima, a tutto tondo, nemica del culto della forza, proprio negli anni violenti della seconda guerra mondiale. Era una “pasionaria” animata da una fede assai concreta, una persona onesta che scriveva benissimo, perché si sforzava di pensare bene. Si mescolava alla gente, cercava di restare umile. Innamorata della Croce, diceva, ma di quella del buon ladrone.
Non voglio che finisca l’anno – nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita – senza parlare di Simone Weil: ne abbiamo letto molto poco, su quotidiani e periodici – figuriamoci in tv – quindi cerco di mettere in ordine qualche idea, soprattutto per me stesso.
Mi sono state particolarmente care le pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla civiltà occitana e scritte a Marsiglia nei primi mesi del 1942. In esse la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.
Analizzando la “Chanson de la croisade albigeoise” (poema epico medievale e in lingua d’Oc che descrive gli ultimi palpiti della civiltà occitana, per dirla in modo semplicistico la civiltà dei trovatori, allora in pieno sviluppo, diffusa soprattutto nel Midi Francese e in parte anche in Italia), Simone Weil spiega con lucidità le conseguenze del massacro voluto con la crociata contro gli Albigesi dalla Chiesa e dal re di Francia. Continua a leggere