
Pregare in solitudine: dolore e poesia
Se il poeta di oggi sceglie di uscire dalla solitudine, a me accade di immergermi in ció che la tempesta emotiva vuole fortemente, così che la tensione non mi fa sentire il senso di esclusione.?”L’apparire” non esiste nella mia vita, le rime nascono in un processo convulso, come unica e vera esigenza per esprimere sensazioni forti. Il defilarmi fa maturare lo scrivere, il gesto quotidiano, atto di autoaffermazione e rielaborazione, si fa spesso rituale del sentimento: è così che al corpo mi rivolgo, un corpo che comanda, nella sua geografia purtroppo realmente sofferta. Sento che il mio è un rapporto intenso tra poesia del corpo e poesia dell’anima, rapporto che si intreccia, di continuo, al vivere la casa e le cose che la abitano – creature della mia vita chiusa – in gesti abitudinari.?E se fuori la città vive e cambia, io, nella mia bolla intatta, scrivo ció che “vedo”, senza rapporti relazionali, in una assenza che mi procura desiderio della realtà da tradurre in versi. Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo.
Fogli a quadretti, grandi. Un bloc notes antico, le mie parole. Sono un’altra. Il flusso, i versi che diventano facili. Una stagione di scrittura. Un libro. Lo faccio leggere, non so cosa mi sia accaduto. Stiamo insieme, io e mio marito, lungo una strada di campagna in una domenica mattina. Il mio libro accettato, le promesse. Si apre qualcosa. Margherite di campo, cani che abbaiano, il silenzio della campagna, la città vicina con le sue case grigie, la pietra opaca, il cielo basso sui tetti scuri. Torniamo senza parlarci. Cosa, cosa sta succedendomi? L’anno 2000 e la sofferenza tutta. Questo io conosco. Ho lunghi capelli biondi. Non li tingerò più, il bianco si insinua piano piano. Io sono questa, mi dico. Ormai il tempo dovrà vedersi nel mio corpo. Che parla quanto il mio libro troppo addolorato. Sarà il primo. Poi verrà tanto altro e sarò. Sarò. La poesia mi abitò a lungo. Nei giorni difficili e in quelli felici. Nelle mattine piene, in mezzo ai miei genitori vivi e poi malati, con i figli vicini e presenti, con gli amici che mi seguirono, con le sere chiuse e spente, con le ore agitate. Con la bellezza e l’età che mi cambiava. È stata una scoperta, una svolta, una sorpresa, una necessità, una costanza, uno stupore. E poi l’ultimo libro a chiudere un ventennio: Stanze con case. Credevo potessi ricominciare a scriverla. Mi sono sbagliata. Ora sono questa. E anche quella. Non so Ho avuto un ventennio inusuale, stando come sollevata da terra, trovando conforto, conoscendo poeti che mi hanno formata e portata là dove non avrei immaginato. Posso adesso ben dire che esiste un prima e un dopo la poesia. Ma forse in quel prima, quando cioè essa ancora sembrava non esserci, io l’ho sempre scritta senza accorgermene. Ecco, questo io voglio pensare adesso: che ho sempre scritto. Il dono è stato l’aver scoperto che potevo scrivere e che di ciò potevo esistere La poesia risale appunto ad un periodo fatto ancora di brevi uscite mie, una parvenza di vita semi normale, il ritrovarmi con la folla in un centro commerciale, nella sua solitudine. Però avevo il sentire della mia vita che finiva piano piano, la necessità del tornare in casa per il dolore fisico incombente e qui trovare come una “perdizione”. La constatazione che il fuori inconcludente e vacuo aveva nella sicurezza delle stanze lo stesso senso di fine. Attimi di sgomento e di rassegnazione che ho dovuto alimentare poi sempre per sopravvivere. Negli ultimi versi parlo di una voce però, come ultima salvezza. E ad oggi posso dire che di queste voci ne ho ascoltate tante ma che le ho tutte perdute. Anche se esse vogliono resistere nel tempo. È stato, il tutto, molto crudele Io ho ferite importanti, metaforiche e non, e scrivere è stato terapeutico di sicuro. Anche il piacere di lasciare qualcosa con le parole. Quel qualcosa che ha a che vedere col corpo che soffre. Ma ho anche saputo sorridere scrivendo. L’ho fatto più volte, chiusa in questa casa, in queste stanze.
