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Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Letizia Dimartino

Pregare in solitudine: dolore e poesia

Se il poeta di oggi sceglie di uscire dalla solitudine, a me accade di immergermi in ció che la tempesta emotiva vuole fortemente, così che la tensione non mi fa sentire il senso di esclusione.?”L’apparire” non esiste nella mia vita, le rime nascono in un processo convulso, come unica e vera esigenza per esprimere sensazioni forti. Il defilarmi fa maturare lo scrivere, il gesto quotidiano, atto di autoaffermazione e rielaborazione, si fa spesso rituale del sentimento: è così che al corpo mi rivolgo, un corpo che comanda, nella sua geografia purtroppo realmente sofferta. Sento che il mio è un rapporto intenso tra poesia del corpo e poesia dell’anima, rapporto che si intreccia, di continuo, al vivere la casa e le cose che la abitano – creature della mia vita chiusa – in gesti abitudinari.?E se fuori la città vive e cambia, io, nella mia bolla intatta, scrivo ció che “vedo”, senza rapporti relazionali, in una assenza che mi procura desiderio della realtà da tradurre in versi. Un giorno dell’81 dissi che il mio vero desiderio era avere talento letterario. Ero in auto e il mio futuro marito mi ascoltava. Eravamo sotto i balconi barocchi della nostra città, decorati con maschere e facce a volte irriverenti. Era un pomeriggio sereno. E io ero battagliera. Ma sapevo anche che non avrei raggiunto niente. Che si trattava di un pensiero inutile. Poi tramontò sui palazzi grigi, in fondo alla via in salita. E mi scordai. O forse no Ed è in una notte di insonnia che scrivo. La prima poesia della mia vita. Con lo strazio necessario. Il mattino dopo continuo. Continua a leggere

La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Letizia Dimartino

Per la rinascita: la natura

Vorrei scrivere di olivi.
Bassi e con la chioma cadente.
Di foglie argentate e impolverate.
Di tronchi torti, di ombre
con sprazzi di luce.
Di un pianto, di un loro pianto.
Questa estate li guardavamo gli alberi antichi,
mio figlio ne scostava i rami fruscianti, pulendo il terreno sottostante.
Un uliveto va osservato tutto: dal cielo alla terra.
Lui ne parla ancora, come si parla
di parenti, di persone ferite,
nell’attesa della pioggia e mi chiede infatti la sera se è piovuto da noi,
mentre il mare è lucido e vicino. E la notte, se sentirà piovere sarà contento.
E dormirà più tranquillo.
L’umidità della terra va controllata,
mentre le gazze si aggirano
e si fermano nei punti più alti degli eucalipti,
e la cornacchia non si stanca mai di emettere il suo verso.
Oggi ho assaggiato l’olio nuovo, aveva l’aspro e il dolce dell’anno trascorso,
con i nostri pensieri e con l’amore.
Il pane di farina gialla inzuppato a pulire il piattino
e il tempo che si è fermato, bello.
E come eterno

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.64: Remote stanze, voci più vicine. Letizia Dimartino, “Ultima stagione”

Letizia Dimartino, Ultima stagioneRemote stanze, voci più vicine. Letizia Dimartino, Ultima stagione, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2012

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di Giuseppe Panella

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Accompagnata dal viatico di numerose presentazioni e note critiche (una lettera di Renato Minore, una presentazione di Guido Oldani, una Nota critica di Matteo Vecchio al termine del testo, una quarta di copertina di Francesca Mastruzzo), il volume di Luciana Dimartino è una raccolta di liriche dal tono e dal taglio coordinato e intensamente rilevato in cui a squarci lirici di lacerante profondità si accoppiano letture della realtà di più ampio respiro.

Non a caso Renato Minore parla di «un diario anche assillante e force, ma senza risentimento, quel dialogo continuo con un tu sempre in scena, quasi che l’altra voce sia quella dell’accompagnamento che, rispettando il ritmo e il respiro, sostiene una melodia, la prepara, la raccoglie e talvolta ad essa s’intreccia senza mai cercare di contrastarlo o disorientarlo, “la voce che vorrei / la voce che calma / il sorriso che non ha sapore”»[1].

Oldani, invece, più legato a una sorta di movimento pittorico della scrittura e al suo ondularsi coloristico e lucente, ritrova nella poesia di Letizia Dimartino una dimensione rappresentativa umbratile e ferma nello stesso tempo.

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